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Siamo qui dopo vent’anni. Solo per un motivo: semplice e vitale:
la pace, per un mondo di pace. “Sentiamo che è comune la
sfida di fare crescere un’anima pacifica nel nostro mondo globalizzato”
–così recita l’appello di Barcellona nel 2001 che esprime
il nostro spirito. Non è qualcosa da poco e soprattutto non è
oggi scontato.
Sentiamo un compito comune, anche se siamo diversi. Ci incontriamo perché
le distanze tra mondi religiosi e culturali non si allarghino ancora,
magari attraverso la pubblicistica dell’odio e del disprezzo. Talvolta
si scavano abissi. Ci incontriamo perché crediamo nel parlare,
nell’ascoltare, nel dialogo.
E’ quel dialogo che Paul Ricoeur (che ne è stato un paziente
maestro) chiama “l’ospitalità dell’altro con
le sue convinzioni”. Non ci si può guardare a distanza, in
fretta, con lo schermo sfigurante delle semplificazioni, ma bisogna accogliersi,
ospitarsi. Ha scritto un cristiano pensoso sul futuro, il monaco Enzo
Bianchi: “L’altro non lo si ascolta mai invano, ma occorre
lasciarsi incontrare da lui: ascoltare è ospitare l’altro
dentro di noi…”.
L’incontro, nell’ascolto e nell’amicizia, è espressione
di vicendevole ospitalità in un tempo in cui si scaccia l’altro
per paura o si crede di conoscerlo perché lo si vede da lontano
sul piccolo schermo. L’ospitalità di cui il padre Abramo
è simbolo per le religioni monoteistiche: un’ospitalità,
in parte oggi impraticabile nella terra solcata da Abramo, purtroppo al
presente travagliata da conflitti che appaiono insanabili da più
di mezzo secolo.
Assisi è spazio di ospitalità. Qui un cristiano eccezionale,
perché evangelico, Francesco, fu uomo di pace, quando la guerra
era di casa qua attorno, nel Mediterraneo, in Medio Oriente. Fu mite e
uomo di preghiera, piccolo concepì un grande disegno di pace sfidando
la guerra e la cultura della violenza, allora in auge.
Ad Assisi, vent’anni fa, nel 1986, Giovanni Paolo II invitò
i leader religiosi del mondo a pregare per la pace nel ricordo di Francesco:
“mai come ora nella storia dell’umanità –disse-
è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento
autenticamente religioso e il grande bene della pace”. Era una grande
visione: evocare la dimensione spirituale irrinunciabile della pace, che
tutti interroga e che nemmeno la potenza e la cultura della guerra fredda
potevano soverchiare.
Con quell’invito il papa raccoglieva sogni e aspirazioni di tanti,
dispersi nella storia del Novecento, spesso umiliati come illusioni tra
guerre e passioni violente o nell’impotenza di fronte al male. Sono
state le aspirazioni di spiriti grandi e forti, che non dovevano andare
perdute. Qui, nel 1986, furono raccolte e riproposte con un gesto semplice
e evocativo.
Il papa aveva compreso, nonostante tanta parte del pensiero sociologico
le considerasse condannate all’estinzione, come le religioni possono
santificare i conflitti, benedire le incomprensioni, fino a motivare la
violenza e il terrorismo. Ma anche possono essere preziose risorse di
pace. Per questo bisognava stare vicini, tenere fisso lo sguardo a Dio,
a Colui che è al di là di noi.
Era una fredda giornata quel 27 ottobre 1986 e il vento tirava forte sul
colle di Assisi. Si compì allora l’evento religioso più
partecipato del Novecento. Non si negoziò, non si dibattè,
non si cercò un accordo confusamente, non si discusse di teologia:
si digiunò, si stette in silenzio, in preghiera, in amicizia. Assisi
fu preghiera gli uni accanto agli altri, non più gli uni contro
gli altri come era avvenuto.
Eravamo lì. Alcuni di noi: io stesso, parecchi amici di Sant’Egidio.
Il papa disse concludendo: “Insieme abbiamo riempito i nostri sguardi
con visioni di pace: esse sprigionano energie per un nuovo linguaggio
di pace, per nuovi gesti di pace, gesti che spezzeranno le catene fatali
delle divisioni ereditate dalla storia o generate dalle moderne ideologie.
… La pace è un cantiere, aperto a tutti e non soltanto agli
specialisti, ai sapienti e agli strateghi”.
Da quell’evento si sprigionavano energie per un nuovo linguaggio
di pace. E’ lo spirito di Assisi. Quel linguaggio che abbiamo provato
a parlare anno dopo anno, per vent’anni. Il cantiere aperto non
andava abbandonato. Non si poteva chiuderlo, come dopo una bella festa,
magari per timore di insuccessi o critiche. Ci si doveva lavorare.
Dopo l’89, quando, finita la guerra fredda, i conflitti si sono
articolati, la violenza si è diffusa in modo nuovo, sono apparse
gravi minacce terroristiche. Per un attimo la pace è sembrata vicina,
ma poi si è smarrita nei meandri di una storia complessa, confusa.
Il cantiere di Assisi apriva varchi in nuovi muri. Almeno. Noi abbiamo
voluto continuarlo. Parlo di Sant’Egidio che, con i suoi amici,
si presta volentieri –come si vede in questi giorni- a realizzare
questo evento e a tenere i fili di un’amicizia senza frontiere nella
vita quotidiana. Ma parlo anche di questa carovana di uomini e donne,
appartenenti a diverse religioni e laici, i quali hanno creduto in quest’opera
di pace, la hanno sostenuta, animata, portata in tante città del
mondo e che si sentono legati da un comune impegno al di là delle
differenze religiose. A loro dico un grazie convinto, perché –come
mi diceva una volta Giovanni Paolo II (e ce lo ha scritto)- “è
grazie a voi che non si è spento lo spirito di Assisi”. Sì,
grazie a voi non è stato dissipato come una moda che passa, ma
è un approdo per chi crede, per chi soffre la guerra.
Da vent’anni, anno dopo anno, ci incontriamo perché crediamo
che la pace sia il futuro e che, allo stesso tempo, nella preghiera ci
sia la radice della pace. Quell’immagine del 1986 (i leader religiosi
gli uni con gli altri) si è rinnovata e arricchita ogni anno in
viaggio per il mondo. Quando parlano di pace le religioni esprimono il
meglio di sé.
Ricordo a Varsavia nel 1989, in quel clima teso di un mondo che tremava,
le parole memorabili del fragile Pietro Rossano, compianto compagno di
questi sogni: “ogni religione quando esprime il meglio di se stessa
tende alla pace. Siamo consapevoli che la religione in se stessa è
una forza debole. E’ aliena dalle armi… Alle molte parole
preferisce il silenzio per entrare in se stessi e divenire pensosi. Ma
possiede la forza dello spirito che può renderla forte…”.
A Varsavia e Auschwitz nel 1989, mentre –come ricorda il card. Glemp-
il futuro non era ancora chiaro. Tanti incontri: Bucarest nel 1998, che
aprì la via al viaggio di Giovanni Paolo II in Romania; a Gerusalemme
e in tante altre parti del mondo, anno dopo anno. Vent’anni di incontri,
di preghiera, di legami, di azioni per la pace. Si sono liberate energie
di pace: si pensi ad alcune storie di pacificazione reali, come quelle
in Mozambico.
La sapienza dell’incontro ci ha resi critici sull’uso della
violenza per risolvere i conflitti, preoccupati per i troppi odi, per
la vicendevole ignoranza, per la teorizzazione dell’estraneità:
ci ha convinti che in ogni modo ci si deve incontrare, per dialogare e
tessere una trama di amicizia. Non abbiamo voluto creare un internazionale
artificiosa tra le religioni, ma praticare l’arte dell’incontro,
un’arte contagiosa.
Qualcuno potrebbe dire –come si ripete ogni giorno con insistenza-
che questo rappresenta un’ingenuità pericolosa di fronte
alle minacce belliche e terroristiche: una mitezza irresponsabile. Lo
insegna quella cultura del conflitto che impregna tanti ragionamenti dei
contemporanei, che spiega il mondo tra fisica della politica e metafisica
dei destini: presenta lo scontro e la guerra come fatti naturali della
storia, addirittura destino di intere religioni e civiltà. E’
una cultura che si presenta come realista, ma è cupamente colorata
di pessimismo. E il pessimismo spesso nutre gli istinti peggiori.
Non crediamo a destini inevitabili, non fosse perché la storia
è un mistero, se lucidamente osservata. Non crediamo alla cultura
del conflitto, perché il Novecento ha mostrato come due guerre
mondiali, guerre e stragi, la Shoah, rivoluzioni che si volevano creatrici
di nuovo, colonialismi che si volevano civilizzatori, abbiano ferito profondamente
interi popoli e abbiano rubato milioni di vite umane. In questo ci sentiamo
sostenuti dall’esperienza di umanità del secolo passato,
ma anche dall’antica sapienza di pace che si ritrova in tante religioni.
Giovanni Paolo II ha sostenuto e incrementato questa sapienza dell’incontro,
che definì in uno dei diciotto messaggi inviatoci: “un modo
nuovo di incontrarsi tra credenti di diverse religioni: non nella vicendevole
contrapposizione e meno ancora nel mutuo disprezzo, ma nella ricerca di
un costruttivo dialogo in cui, senza indulgere al relativismo né
al sincretismo, ciascuno di noi si apra agli altri con stima, essendo
tutti consapevoli che Dio è la fonte della pace”.
Dopo vent’anni non ci sentiamo logorati. Non ci pieghiamo a nuove
mode o a nuovi venti bellicosi. Non ci preoccupa la ripetizione dell’evento,
di questo evento di Assisi, quando proprio le tradizioni religiose insegnano
la via di ripetere e scavare per giungere al cuore. Siamo convinti che
la sapienza dell’incontro sia ancora di più necessaria oggi,
quando questo nostro mondo sembra cercare l’ordine nella cultura
del conflitto e nelle scelte che ispira.
Il mondo è complesso: non si può ordinarlo e semplificarlo
in nemici e amici. Bisogna farne un’esperienza profonda e diretta,
se vogliamo restare uomini: cioè incontrare l’altro. Mi diceva
ieri con profonda semplicità l’ayatollah Taskhiri: “L’uomo,
quando non sente il bisogno dell’altro, perde la sua umanità:
diventa disumano”. Tutti abbiamo bisogno di incontrare! Il grande
patriarca Athenagoras, testimone di tante lacerazioni, alla fine della
sua vita, ripeteva dopo aver conosciuto tanti popoli: “Tutti i popoli
sono buoni. Ciascuno merita rispetto e ammirazione. Ho visto soffrire
gli uomini. Tutti hanno bisogno d’amore. Se sono cattivi, è
perché non hanno incontrato vero amore”. E’ una affermazione
che possiamo sottoscrivere anche noi, con ancora più convinzione
dopo vent’anni.
Perché qui si raccolgono uomini e donne, da diverse tradizioni
religiose, differenti storie e culture. Tra di noi è il Presidente
della Repubblica del Burkina Faso, che saluto con rispetto: egli rappresenta
un paese di felice convivenza tra cristiani e musulmani, ma anche parla
qui dell’Africa subshariana. Sempre abbiamo voluto che l’Africa
parlasse. La sua marginalizzazione nella vita internazionale è
il segno di un mondo che non costruisce la pace. Anzi l’Africa rappresenta
allo stesso tempo una grande risorsa per il mondo e un banco di prova
per la coscienza internazionale.
Il dolore del mondo ci fa chinare sulle nostre tradizioni religiose alla
ricerca di quella ricchezza che il mondo non possiede: il messaggio di
pace che invita a spogliarci di ogni sentimento violento e a disarmarci
di ogni odio. La mitezza del cuore, la via della comprensione, l’uso
del dialogo per la soluzione dei conflitti, sono le risorse dei credenti
e del mondo. Lo diceva Benedetto XVI un anno fa a Colonia, parlando con
i leader musulmani:
“Non possiamo cedere alla paura e al pessimismo. Dobbiamo piuttosto
coltivare l’ottimismo e la speranza. Il dialogo interreligioso e
interculturale… non può ridursi ad una scelta stagionale.
E’ infatti una necessità vitale, da cui dipende gran parte
del nostro futuro.”
Il dialogo diventa un metodo e una scelta. La medicina del dialogo permette
di guarire tante incomprensioni e conflitti tra i popoli e le religioni.
Il dialogo svela che la guerra e le incomprensioni non sono invincibili.
Ne siamo convinti. Per questo siamo qui e continueremo ad incontrarci
nel futuro con questo spirito di pace, di collaborazione, di dialogo,
convinti che il tessuto comune dell’amicizia trattiene tante energie
violente e di male, mentre rinsalda le forze di pace. Così si concludeva
l’appello firmato a Milano nel 2004 che esprime il nostro sentire:
“Innanzi tutto però dobbiamo riformare noi stessi. Nessun
odio, nessun conflitto, nessuna guerra trovi nelle religioni un incentivo.
La guerra non può mai essere motivata dalla religione. Che le parole
delle religioni siano sempre parole di pace!”
E’ questa la nostra speranza, a cui portiamo l’apporto della
nostra fede e della nostra convinzione. Per questo vi ringrazio.
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