IMPLICAZIONI DEL DIALOGO INTERRELIGIOSO PER LA SPIRITUALITÀ DELLA VITA CONSACRATA |
||
ABATE PRIMATE NOTKER WOLF, OSB |
||
|
1. Già negli anni ‘60 i responsabili
benedettini, cistercensi e trappisti hanno sentito che il dialogo interreligioso
sarebbe stato in futuro una caratteristica essenziale della Chiesa,
particolarmente tra i monaci. 2. Il dialogo interreligioso monastico
giunse ad una nuova svolta e ricevette un nuovo slancio nel 1979, quando
monaci buddisti Zen e alcuni laici impegnati del Giappone vennero per
la prima volta in Europa per uno scambio spirituale. Essi desideravano
studiare il cristianesimo e secondo il loro modo di vedere la religione
viene vissuta più intensamente appunto nei monasteri. (Ovviamente,
nel cristianesimo la vita monastica è soltanto una forma tra
molte altre per vivere il Vangelo). 3. Sin dall’inizio abbiamo avuto
dei rapporti eccellenti con i monaci giapponesi. Loro mostravano un
grande rispetto per la nostra vita e perciò anche noi eravamo
portati e sollecitati a riconoscere la serietà della loro vita.
Allo stesso modo che noi abbiamo la recita dei salmi, loro hanno dei
tempi stabiliti per la recita delle sutre. Essi amano il silenzio e
la loro prassi della meditazione è persino più rigorosa
della nostra. Proprio come noi, anch’essi trascorrono la loro
vita in clausura. Anzi, essi dormono in un dormitorio comune e mangiano
insieme. 4. La base concreta sulla quale avvennero questi incontri fu la nostra tradizione di ospitalità. Nella sua Regola, san Benedetto dedica all’ospitalità un lungo capitolo, in cui ci esorta a prestare attenzione soprattutto a quelli che sono alla ricerca di una realtà più profonda e ai pellegrini. Una comunità benedettina è una famiglia e perciò gli ospiti sono bene accolti in questa famiglia. Essi possono partecipare alla nostra preghiera, mangiare con noi e collaborare al nostro lavoro manuale, benché siano riservate agli ospiti talune zone particolari del monastero così che la vita dei monaci non sia disturbata in modo inopportuno. Se i visitatori sono monaci, essi possono essere integrati più facilmente nella vita comunitaria e perciò possono condividere più pienamente tutta la nostra vita quoti-diana. I nostri ospiti zen lo hanno fatto in modo esemplare, e noi viceversa, siamo stati accolti pienamente nei loro monasteri. Essi hanno potuto riconoscere che, a causa della nostra professione monastica, noi siamo monaci proprio come loro. 5. Attraverso tali incontri ci siamo avvicinati
più strettamente anche dal punto di vista umano. All’inizio
semplicemente abbiamo condiviso gli uni la vita degli altri. Non c’era
un dialogo intellettuale, ma piuttosto uno scambio esistenziale. Abbiamo
imparato a riconoscerci e apprezzarci a vicenda come monaci e come persone.
6. Tale atteggiamento di dialogo può
improntare il nostro comportamento verso qualsiasi persona. Il fondamento
per una vera convivenza umana e una nuova base per poter convivere insieme
consiste nell’arte di vedere l’altro come una immagine di
Dio creatore nella sua dignità propria e nel suo diritto di non
essere abusato come un semplice oggetto. Si deve dire che questo diminuisca
o getti un’ombra sull’impegno missionario cristiano? Per
niente: però, non sono più io che opero, ma piuttosto
io preparo le vie al Signore perché lui operi nella maniera che
piace a lui. 6.1. L’atteggiamento principale di un monaco non consiste nel sapere, nell’insegnare, ma prima di tutto nell’ascoltare. Le prime parole della Regola di San Benedetto suonano: «Ascolta, figlio mio, le parole del maestro...». E non dovrebbe essere soltanto la virtù dei monaci. Il grande teologo Karl Rahner ha caratterizzato il cristiano come «ascoltatore della parola». I monaci dovrebbero esserlo per eccellenza. Credo che con questo atteggiamento possiamo aprire le porte, le nostre come quelle degli altri. 7. Un atteggiamento di questo genere mi
sembra particolarmente importante nella situazione religiosa pluralistica
nella quale ci troviamo nei paesi di tradizione cristiana. Per questo
motivo, molte comunità monastiche mantengono contatti regolari
con altri gruppi religiosi dell’ambiente nel quale vivono. Il
dialogo oggi si fa dappertutto. 8. Quest’anno il DIM, Dialogo Interreligioso
Monastico, organizzato adesso in gruppi regionali, celebra il suo 25°
anniversario. Questa organizzazione ha iniziato e promosso il dialogo
coi monaci di altre religioni. Il dialogo di questo tipo ha delle peculiari
qualità monastiche, che hanno anche i propri limiti. |
||