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Il dialogo interreligioso, in modo particolare
quello intermonastico, aiuta a mettere in evidenza l’essenziale
delle religioni e quindi del monachesimo.
Quando alcuni decenni fa studiavamo la storia del monachesimo, cercavamo
le sue radici nel Vecchio Testamento, nella cultura greca, accennavamo
appena al monachesimo delle grandi religioni d’Oriente, che conoscevano
sommariamente; oggi ne sappiamo qualche cosa di più. La conoscenza
reciproca e anche alcune esperienze di condivisione di vita tra i diversi
monachesimi, ci hanno portato a migliorare la ricerca sul fenomeno del
monachesimo, a scrutare l’intimo dell’uomo per cercare di
rispondere alla domanda: come mai anche in tempi così lontani,
prima del Cristianesimo, ed in paesi così diversi è nato
e si è sviluppato il monachesimo?
Per la nascita e la
storia del monachesimo cristiano storici e filosofi hanno proposto diverse
interpretazioni:
• Fuga dei cristiani davanti alle persecuzioni per salvare la vita;
scopo negativo
• Fuga di cristiani per vivere un cristianesimo radicale; scopo
positivo
• Ricerca egoistica, individualista della propria salvezza (1).
• Sublimazione della libido nella lotta contro le tentazioni della
libido (2)
• Incomprensione, odio del mondo, con tendenza esclusivamente escatologica,
e quindi incomprensione anche dell’incarnazione del Figlio di Dio
(3)
• e altro (4)
Ma il confronto con gli altri monachesimi ci
porta fuori dalle argomentazioni storiche della nascita del monachesimo
cristiano e ci spinge a chiarire meglio la vocazione monastica nella sua
essenzialità, nel suo profondo; si potrebbe dire che il monachesimo
risulta essere una risposta alla ricerca dell’uomo, del cuore dell’uomo,
intendendo con “cuore” non solo la sede degli affetti, ma
la persona al completo, con la sua intelligenza, volontà, fantasia,
... una risposta per dare un senso alla vita, un senso che non si fermi
alle realizzazioni passeggere. E’ forse una aspirazione di ogni
uomo ? ogni uomo è un poco monaco ? è forse una ricerca
interiore insopprimibile che nasce, cresce e vive in ogni creatura, in
ogni cultura, in ogni religione ? Il desiderio di uscire dalle logiche
del mondo in ricerca di un essenziale, di un assoluto, di una pienezza
di vita è proprio della natura umana ? Si direbbe di sì
e allora il monachesimo si presenta come prototipo della ricerca umana
di raggiungere l’intimità con Dio, la pace interiore, la
vera libertà, l’amore vero, il controllo della mente e delle
sue funzioni…
Teologi e studiosi delle religioni sono convinti che in ogni uomo esiste
il seme del monaco. Raimon Panikkar (5) mette in evidenza come la ricerca
interiore è propria della creatura umana e C. Tholens spiega come
l’uomo monastico è quella creatura che pur vivendo con un’attenzione
cosciente a questo mondo, rimane sempre aperto alla profondità
dell’essere, senza con questo dover essere inserito in una istituzione
clericale o in un ordine monastico; può vivere libero da ogni istituzione,
nella ricerca continua di una realizzazione superiore, di una risposta
ai propri desideri, nella crescita della capacità di amare; le
istituzioni infatti possono essere un aiuto, specialmente quando si vive
in comunità, ma non sono un obbligo, una necessità assoluta.
Ogni uomo ha in se un po’ di monaco, anche se non appartiene a ordini
monastici.
Ken Wilber, studioso oltre che di religione e di filosofia, anche di sociologia
e di psichiatria, riferendosi a Jung, scrive: “Questo è dunque
il messaggio di Jung, ma anche di Amerindi, Thaoisti, Hindu, Islamici,
Buddisti o Cristiani: nel profondo del vostro animo vi è l’animo
dell’umanità stessa. Un animo divino, trascendente, che conduce
dall’assoggettamento alla liberazione, dall’incatenamento
al risveglio, dal tempo all’eternità, dalla morte all’immortalità
… In certo senso dobbiamo quindi “far morire” il nostro
sé falso e separato al fine di risvegliarci al nostro sé
immortale e trascendente. Di qui il famoso paradosso: Se muori prima di
morire, quando morirai, non morirai. E il detto dei mistici, secondo il
quale “Nessuno può avere tanto da Dio quanto colui che è
morto totalmente …”. Possiamo forse avvicinarci a questa intuizione
fondamentale dei mistici e dei saggi, e cioè all’intuizione
che esiste un solo Sé immortale comune in tutti e a tutti noi,
anche in un altro mondo”. Il monaco è il più preparato
a questo cammino di raggiungimento del profondo sé (6).
Per D. Hartman la chiave per capire Dio è capire la stessa dinamica
umana; Dio cambia, cresce, matura lungo la storia, così come matura
l’umanità; l’antropologia di questo autore è
coerente con la sua teologia e guarda alle cose del mondo non “sub
specie aeternitatis” ma “sub specie humanitatis”; non
rifiuta nulla all’umanità nel nome della divinità.
Per Hartman, ebreo, non vi è differenza ontologia tra Israele e
il resto dell’umanità. Noi potremmo dire, non vi è
differenza ontologica tra il monaco e qualsiasi altro uomo. L’uomo
è creato a immagine di Dio, e questo basta. E’ bello quindi
ascoltare anche la voce dell’altro, come partner a pieno titolo
di una conversazione comune, nella ricerca comune di una verità
che mai si possiede per intero. Per questo autore è possibile una
vita pienamente spirituale e religiosa senza basi e certezze assolute,
senza dogmatismi, nell’umiltà religiosa. Come ebreo non si
interessa della redenzione e trova nella creazione e nella rivelazione
un buon terreno per dialogare e fare comunione. Specialmente il monaco
quindi, che si dedica alla meditazione della parola rivelata, può
sentirsi più degli altri “sub specie humanitatis” fratello
di tutti gli uomini (7).
Del resto anche il Concilio Vaticano II è ben cosciente della presenza
di Dio, della ricerca di Dio da parte di tutti gli uomini. “La ragione
più alta della dignità dell’uomo consiste nella sua
vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l’uomo è
invitato al dialogo con Dio; non esiste, infatti, se non perché
creato per amore da Dio, da Lui sempre per amore è conservato,
né vive pienamente secondo verità se non lo riconosce liberamente
e se non si affida al suo Creatore” (8). E il Catechismo della Chiesa
cattolica ribadisce: “Nel corso della loro storia, e fino ai nostri
giorni, gli uomini in molteplici modi hanno espresso la loro ricerca di
Dio attraverso le loro credenze e i loro comportamenti religiosi (preghiere,
sacrifici, culti, meditazioni ecc). Malgrado le ambiguità che possono
presentare, tali forme di espressione sono così universali che
l’uomo può essere definito un essere religioso” (9).
E il modo migliore per vivere una religione è, a mio parere, la
vita monastica.
Non vorrei in questa conferenza, che è
quasi meditazione, insistere sulle strutture esteriori della vita monastica,
ben visibili ovunque; non guardare tanto alle costruzioni, agli abiti,
agli orari, alle pratiche ascetiche, alla clausura … poiché
il monachesimo è stato presentato normalmente con l’antropologia
dell’ascesi, della negazione di se stessi, in vista del regno dei
cieli; vorrei invece far comprendere che il monachesimo non è scuola
della negazione da cui imparare la mortificazione, la crocifissione, ma
è scuola di realizzazione, di affermazione, di risposta al bisogno
di amare e di essere amati di ogni uomo, e questo sotto duplice aspetto:
amore verso il supremo e amore verso le creature.
Una verità questa che precede l’organizzazione esteriore,
che merita di essere studiata in ogni monachesimo, fondandosi sui testi
sacri e sulle realizzazioni mistiche che ne derivano come frutto prelibato,
anche se non universale.
Mi soffermo specialmente sul monachesimo cristiano, con solo pochi accenni
ad altri monachesimi. Anche prima del Cristianesimo sono comparse infatti
strutture di vita di tipo monastico (10), come nell’Induismo, nel
Buddismo, nel Giainismo, nel tardo Ebraismo (Esseni, Qumran, Terapeuti),
nel Taoismo, e poi anche nell’Islamismo (Sufi); non sempre si tratta
di precise realtà monastiche, ma nello stesso tempo presentano
elementi religiosi che autorizzano ad accostarle. Occorrerebbe uno studio
delle fonti più approfondito per mettere in relazione le diverse
spiritualità per un arricchimento reciproco. Certo è che
“a un livello più profondo, uomini radicati nelle proprie
tradizioni religiose possono condividere le loro esperienze di preghiera,
di contemplazione, di fede e di impegno, espressioni e vie della ricerca
dell’Assoluto. Questo tipo di dialogo diviene arricchimento vicendevole
e cooperazione feconda nel promuovere e preservare i valori e gli ideali
spirituali più alti dell’uomo. Esso conduce naturalmente
a comunicarsi vicendevolmente le ragioni della propria fede e non si arresta
di fronte alle differenze talvolta profonde, ma si rimette con umiltà
e fiducia a Dio, che è più grande del nostro cuore (1 Gv
3, 20). Il cristiano (il monaco) ha così l’occasione di offrire
all’altro la possibilità di sperimentare in maniera esistenziale
i valori del Vangelo” (11).
Ogni monachesimo ha una sua spiritualità
che insegna a cercare Dio e a vivere insieme. Ecco alcune brevi riflessioni
sui monachesimi più famosi.
Il Jainismo è una religione a nucleo monastico e presenta il monaco
quale ideale supremo e modello perfetto di vita religiosa. Insegna la
non violenza, con rispetto radicale per la vita, insegna l’amore
per tutte le creature e la conquista della vita eterna mediante i meriti
acquisiti. Gli esseri viventi hanno in potenza le qualità divine:
visione infinita, conoscenza infinita, beatitudine infinita, potere infinito.
“Fedeli ai loro cinque voti –astensione da ogni violenza e
aggressività, da ogni menzogna, da ogni appropriazione di cose
che non siano concesse in dono, da ogni pratica sessuale e da ogni attaccamento
possessivo- conducono vita di grande austerità, dedicandosi al
lavoro, allo studio delle sacre dottrine e a quell’incessante peregrinare
da un luogo sacro all’altro (sempre a piedi) che vuole essere simbolo
di un ininterrotto cammino interiore verso la meta suprema” (12).
Il Taoismo, religione ancestrale autoctona, vive la sua perfezione nel
monachesimo anche oggi, con una sua dottrina e pratiche ascetiche particolari.
Richiede la rottura completa con il mondo, sull’esempio del fondatore
Laozi; richiede anche un legame forte, spirituale, profondo con il trasmettitore
(padre spirituale) della spiritualità monastica, oltre a un amore
immenso per la preghiera liturgica.
L’Induismo si presenta diviso in diversi “Ordini monastici”
(come i Benedettini), ma la regola che accomuna tutti è la rinuncia
(sannyasa) a tutto, perfino al nome (da dimenticare !), alla condizione
sociale, alla parentela. Vi sono i monaci che rinunciano perché
conoscono la bellezza dell’Atman (realizzazione dello spirito),
quelli che rinunciano perché lo cercano, quelli che rinunciano
perché fuggono dalla durezza della vita. La vera rinuncia è
quella che proviene dalla sete interiore dell’Assoluto; tutti i
monaci venivano chiamati “i rinuncianti”. Le gradazioni di
rinuncia possono essere diverse ma tutte devono portare a quella libertà
interiore che è liberazione anche dai riti, dalle regole, dalle
strutture. Vengono proposti quattro stadi (asrama) della vita, e l’ultimo
richiede l’allontanamento dalla vita normale per dedicarsi da soli
o insieme ad altri alla sola contemplazione di Dio. La rinuncia non è
vista in senso negativo, come coercizione; proviene dalla convinzione
che esiste una vita più grane e profonda, per raggiungere la quale
è gioioso abbandonare i condizionamenti terreni. La sconfinata
libertà dell’Atman non fa pesare le rinunce a cui si va incontro.
Il monachesimo Buddista ha una grande flessibilità e adattabilità
alle culture e si è trasformato, secondo le nazioni e i continenti
dove ha preso dimora, Europa compresa. Nato sull’insegnamento del
Buddha, non è legato di per sé alla ricerca di una qualche
salvezza o liberazione, ma è come una scuola che vuole insegnare
a vivere nella serenità, con una certa tendenza escatologica. Grande
importanza viene data alla vita interiore o mentale, alla meditazione,
per liberare la mente e il cuore da attaccamenti, da avversione (odio)
e ignoranza. Una delle antiche scuole del Buddismo (Theravada) insegnava
che per salvarsi occorre diventare monaco, casomai dopo ripetute reincarnazioni.
Buddha ad ogni modo viene ritenuto il “re dei medici”, capace
con la sua dottrina di offrire la salute spirituale a tutta l’umanità.
La religione Islamica di per sé non ha monachesimo, ma nello stesso
tempo presenta nelle comunità Sufi un genere di vita che si accosta
al monachesimo e alla sua spiritualità. La via da percorrere per
la ricerca di Dio parte dalla via purgativa: distaccarsi da ogni affetto
per le creature per essere completamente liberi per Dio; si tratta di
una vera e propria conversione, di un profondo cambiamento interiore;
segue la via illuminativa, più frutto della grazia di Dio che dello
sforzo umano, si manifesta nell’abbandono fiducioso nelle mani di
Dio, il “migliore dei fiduciari”; una fede piena di gioia
poiché tutto viene accolto come voluto da Dio per il bene della
propria anima; ne sgorga la lode, il ringraziamento, la riconoscenza;
Dio è diventato l’unico punto di riferimento e il ricordo
permanente di Lui è l’arma per vincere tutte le difficoltà.
Alla fine si giunge alla via unitiva che fa desiderare di stare sempre
con Dio, l’unico amato per il quale il Sufi brucia di amore (13).
1. RICERCA E AMORE
DELL’ASSOLUTO
Siamo abituati a pensare al monachesimo e alla
sua storia con immagini di asceti barbuti, magri, seminudi, abitanti nel
deserto o nelle grotte, e pensiamo subito alle ristrettezze gastronomiche
e logistiche della loro vita, senza riflettere a sufficienza sul motivo
che li ha spinti a scegliere questo stile di vita. Siamo più attratti
dai modi che dai motivi. E nel nostro Occidente siamo poi propensi a usare
le argomentazioni culturali per spiegare il fenomeno monastico, con tesi
diverse, che prendono lo spunto specialmente dalla storia o dall’analisi
psichica dei personaggi, invece che guardare il cuore, l’amore che
li ha spinti a questa scelta e con cui sono vissuti.
Anche se in questa relazione non è possibile approfondire i vari
monachesimi e metterne in evidenza il loro contenuto, vorrei però
far riflettere su un principio: coloro che hanno scelto la vita monastica,
sono stati spinti dal desiderio di dare una risposta alle ricerche del
proprio cuore, intendendolo sempre in senso biblico, comprendente cioè
la persona intera, affetti compresi. Lo possiamo vedere in San Benedetto.
Da tenere presente che per noi cristiani la vocazione parte da una chiamata
di Dio a cui corrisponde la risposta dell’uomo; diversa è
l’interpretazione della vocazione da parte delle altre religioni,
anche se talvolta viene equiparata.
San Benedetto è il prototipo del monachesimo
occidentale e ci restringiamo al suo insegnamento. Non ha scritto una
regola molto esigente; lo confessa lui stesso: “intende procurare
di avere in qualche modo una certa purezza di costumi e un inizio di vita
monastica, mentre per chi ha fretta di raggiungere la perfezione della
vita monastica, vi sono gli insegnamenti dei santi padri, la cui osservanza
conduce alla vetta della perfezione, … di fronte a cui noi siamo
pigri, imperfetti e negligenti, abbiamo di che arrossire di vergogna,
… si tratta di una regola per principianti” (73, 1-2. 7-8
). Tutto quello che richiede nella Regola è mezzo e strumento per
liberarsi da possibili amori di se stesso e della terra per potersi dedicare
completamente al grande amore: Nulla anteporre all’amore di Cristo
(4, 21; 72, 11), e questo cammino verso la pienezza dell’amore lo
propone da condividere insieme agli altri. Si tratta quindi di amore !
e questo è collegato al desiderio, alla passione, alla continua
ricerca. La parola “cuore” è una parola chiave della
Regola Benedettina; ricorre 31 volte. Già all’inizio del
prologo il santo legislatore invita il discepolo ad “aprire docile
l’orecchio del cuore” (prologo 1), “respingere lontano
dallo sguardo del cuore il diavolo con le sue suggestioni” (prologo
28), poiché “il servizio sotto la santa obbedienza ai divini
comandamenti richiede la prontezza dei corpi e dei cuori” (prologo
40). Tutta la vita monastica all’inizio può sembrare stretta
e faticosa, ma poi avanzando nel cammino di conversione e di fede “si
corre con cuore dilatato e con ineffabile dolcezza di amore sulla via
dei divini comandamenti” (prologo 48-49). Del resto anche la continua
conversione richiede di “ascoltare, di tutto cuore, le sante letture”
(4, 55), come pure la preghiera non è valida per la quantità
delle parole ma nel “mettere in sintonia il nostro cuore con la
nostra voce” (19,7), poiché da Dio non saremo esauditi per
le nostre molte parole, ma per la purezza del nostro cuore e la compunzione
fino alle lacrime” (20,3); davanti al Signore, se desideriamo pregare
da soli, l’importante è stare “con lacrime e intenso
fervore del cuore” (52,4). Una regola antecedente, che certamente
San Benedetto conosceva, presentava la vita monastica sotto il titolo
di “Atti della milizia del cuore”, con il proposito di educare
alla spiritualità dell’amore, del cuore. Se il Cristianesimo
ha un unico comandamento, l’amore, il monaco deve essere esemplare
in questo comandamento, riguardante prima di tutto Dio, Cristo.
Gli esempi migliori di questa passione, di questo amore per Dio sono i
contemplativi (14), e tra questi meritano un posto particolare le donne,
come Santa Gertrude e Santa Ildegarde.
L’amore di Dio viene vissuto nella preghiera
che è fonte e sostegno della vita, e la preghiera raggiunge il
cuore. “La preghiera non sarà pienamente umana finchè
non avrà incluso in sé anche la dimensione affettiva della
persona, il suo cuore. La preghiera, in quanto prima realizzazione del
comandamento della carità, deve canalizzare al massimo le energie
del cuore. Gesù stesso, rispondendo a chi gli chiedeva di riconoscere
la legge fondamentale dell’AT rispose senza tergiversare: Amerai
il Signore Dio tuo con tutto il cuore … La preghiera, da qualunque
zona provenga, tende a pervadere l’intera persona; in caso contrario
corre il rischio di rimanere sterile e insignificante: Ciò potrebbe
accadere alla preghiera vocale …, ma anche una preghiera puramente
intellettuale che non accendesse la fiamma dell’amore, ma che si
limitasse alle labbra e alla mente sarebbe incompleta e correrebbe il
rischio di non maturare la persona verso la piena comunione con Dio, che
si ottiene soltanto con l’amore trasformante” (15).
L’organizzazione della giornata, ritmata dalla preghiera della liturgia
delle ore, riconduce sempre il ricercatore di Dio a tornare all’amore
a cui sta dedicando la vita e che con facilità si dimentica, poiché
non è visibile e sensibile come le creature che ci circondano.
Alla mentalità odierna la liturgia delle ore può sembrare
una rottura per la possibilità di costruire reddito economico,
ma per il monaco che ha interesse primario per Dio la liturgia delle ore
è la gioia di tornare a stare con il proprio amore, anche al posto
di coloro che invece sono dediti principalmente al lavoro. Il monaco “deve
soprattutto capire come, nonostante le esigenze dell’abbandono del
mondo … la sua consacrazione religiosa lo rende presente agli uomini
e al mondo in modo più profondo nel cuore di Cristo” (16).
Il monaco infatti “è unito a tutti perché unito a
Cristo. Unito a tutti perché egli porta in cuore l’adorazione,
il ringraziamento, la lode, le angosce e le sofferenze dei suoi contemporanei.
Unito a tutti perchè Dio lo chiama in un luogo dove rivela all’uomo
i suoi segreti. Non soltanto presente nel mondo, ma anche al cuore della
chiesa …” (17). La giornata di San Benedetto non è
organizzata per il reddito, per il lavoro, per l’autorealizzazione,
per compiere servizi ben precisi nella chiesa o nella società,
ma per cercare Dio, per stare con Dio; e poiché la debolezza e
la fragilità tende a condurci all’attenzione verso noi stessi
e le cose che ci circondano, ecco allora la rottura della liturgia delle
ore. E si aggiunge, ad ore ben determinate, anche un lungo tempo dedicato
alla lectio divina, poiché la preghiera liturgica comune corre
il pericolo di scorrere come l’acqua sulla pietra, diventando formale,
esteriore, senza lo sforzo interiore per l’attenzione di mente e
cuore, con più attenzione a tenere ritmi e toni che a scrutare
il senso delle scritture. Ma la lectio divina invece richiede l’intervento
personale dell’intelligenza (lectio, meditatio) e del cuore (oratio,
contemplatio), e quando illumina la nostra mente e la nostra sensibilità,
ci porta a gustare anche la Parola che incontriamo nella celebrazione
eucaristica, a salmodiare con energia e passione, a desiderare di stare
nella casa del Signore. Gli altri istituti religiosi, sia nella scelta
vocazionale che nell’ordinamento della giornata, possono e devono
fare discernimento delle persone che si accostano, per scrutarne le capacità
necessarie per svolgere determinati impegni, come può essere l’insegnamento
o la cura degli infermi, la catechesi o le attività professionali
della nostra società, le opere di carità e di promozione
umana. L’ordine benedettino invece ha fatto e può fare di
tutto, ma non è specializzato in niente, sia come comunità
che come persone singole; situazione difficile da accettare se non si
crede nel valore della preghiera, se non si ha la passione per la ricerca
di Dio come il tutto del proprio cuore, della propria vita; richiede una
vocazione spoglia, pura, solo per Dio. Tutte le religioni hanno un Dio,
il monaco vive solo per Dio. Per San Benedetto alla frase “nulla
anteporre all’amore di Cristo” (4, 21; 72, 8), corrisponde
l’altra “niente anteporre all’opera di Dio” (43,
3) che deve essere visibile già nel postulante da scrutare da parte
del formatore per vedere “se è pronto all’Ufficio divino”
( 58, 7). Diversa è quindi anche la selezione delle vocazioni,
dato che si tratta di formare una famiglia cristiana autentica dove possono
convivere persone di vario spessore intellettuale, psichico, spirituale,
e non solo professionisti. Come il cristianesimo è composto da
tutti gli uomini, anche il monachesimo, come cristianesimo integrale,
è disponibile a comunità composte da tutte le varietà
umane. L’unica richiesta al postulante è: se cerca veramente
Dio (58, 7). Per questo la preghiera occupa il posto principale della
giornata; anche la chiesa allora va curata con attenzione, così
come il canto e la celebrazione intera, poiché “noi crediamo
che Dio è presente ovunque e che in ogni luogo gli occhi del Signore
scrutano i buoni e i malvagi, tuttavia dobbiamo credere questo, senza
alcun dubbio, soprattutto quando partecipiamo all’Ufficio divino”
(19, 1-2).
La cosiddetta “preghiera del cuore” sgorga dall’intimità
del monaco e coinvolge la mente, le labbra, il corpo, … e ha dato
origine a quella impostazione globale della spiritualità nell’Oriente
monastico cristiano, tema di questo convegno. La ripetizione all’infinito
di “Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà
di me peccatore”, o altra frase simile, mette in relazione l’uomo
peccatore con Gesù Salvatore, avvia verso la contemplazione.
Sempre secondo la Regola di San Benedetto vi
sono poi alcuni comportamenti da mantenere se si vuole davvero incontrare
Dio e stare con Lui.
Il silenzio, per esempio, è essenziale
per rimanere con Dio. Il santo legislatore gli dedica un capitolo intero
(6) e lo richiede specialmente per il tempo dopo compieta (42); il silenzio
è anche dimostrazione di umiltà (4, 53-54) e non consiste
solo nell’astenersi dal troppo parlare (4, 52) o dal trattenersi
da parole cattive (4, 51); è un mezzo per evitare le distrazioni,
per cui occorre “non dire parole inutili che portano al ridere,
non amare il ridere frequente e smodato” (4, 53-54), e addirittura
il sapersi trattenere anche da cose buone (6, 1). Occorre avere “amore
del silenzio” (titolo del capitolo 6), saper coltivare il silenzio
(42, 1), sapendo che “morte e vita sono in potere della lingua”
(6, 5) e il “saggio si riconosce dalle poche parole” (7, 61).
La vita monastica richiede sempre il silenzio, da aumentare piuttosto
che tralasciare, così come viene richiesto per il periodo quaresimale
(49, 7). E’ il silenzio infatti che permette di “ascoltare”
la Parola di Dio.
Anche la clausura è intesa come mezzo
per non distrarsi da Dio. E’ delimitazione degli ambienti entro
i quali si svolge interamente la vita dei fratelli, è salvaguardia
della vita contemplativa, dell’unione con Dio, della preghiera;
l’andare fuori “non è utile alle anime dei monaci”
(66, 7), e se è necessario uscire lo si faccia pure, ma “non
è bene far conoscere quello che si è visto, poiché
potrebbe fare del male ai fratelli” (67, 4); San Benedetto non proibisce
in modo assoluto di uscire dal monastero; può essere necessario
per il lavoro o per altro (dedica tre capitoli: 50.51 e 67 alle uscite
del monaco dal monastero) ma anche nel viaggio il monaco rimane monaco,
ed è quindi bene pregare prima che se ne vada e anche al suo ritorno,
con un rito particolare, perché l’uscita non distolga dalla
propria vocazione di ricercatore di Dio; per questo è bene che
nel monastero vi siano tutti i mezzi di sussistenza: “l’acqua,
il mulino, l’orto, i laboratori dei diversi mestieri …”
(66, 6). Il santo legislatore, pur essendo aperto all’ospitalità
(53), anche verso gli ospiti richiede comportamenti da parte dei monaci
che salvino la vita regolare, il silenzio, la clausura: “nessuno
senza il permesso si intrattenga o parli con gli ospiti, ma se li incontra
o li vede, li saluti umilmente, e richiesta la benedizione, passi oltre,
dicendo che non ha il permesso di parlare con gli ospiti” (53, 23-24);
del resto è bene che anche all’interno della comunità
“un fratello non si intrattenga con un altro fratello nelle ore
non permesse” (48, 21). Oggi in Occidente la clausura maschile,
a causa anche del sacerdozio di molti monaci e relative attività
pastorali, è piuttosto sfilacciata, mentre la clausura femminile
è più curata, con molte diversità da monastero a
monastero, mentre in Oriente la clausura è specialmente maschile;
pensiamo al Monte Athos o ai monasteri Copti d’Etiopia. Certamente
è cambiata la società e non è più possibile
avere entro le mura del monastero tutto l’occorrente per la vita,
e i pericoli di per sé non sono più eliminati con le mura,
poiché i mezzi di comunicazione (telefoni, internet, cellulari,
televisione, radio, periodici …) possono far avere il mondo in camera,
pur circondati da alte e robuste mura. Oggi si richiede una maturità
spirituale maggiore da parte di ogni monaco, tale da saper distinguere
il necessario che si deve sapere per vivere “incarnati” nella
chiesa e nel mondo, dal superfluo che si deve evitare, come del resto
è lo stesso anche nel campo della povertà e del benessere
che ci ha invasi. I monasteri devono rimanere sempre i luoghi del silenzio
e della ricerca di Dio, dove non solo i monaci ma anche gli ospiti possono
ritrovare se stessi e la vita interiore.
2. AMORE DELL’UOMO
Il monaco cristiano vuole essere un cristiano
esemplare, e come tale vuole essere radicale non solo nell’amore
di Dio, ma anche nell’amore al creato, alle creature. Ci vogliamo
soffermare specialmente sulla vita comunitaria nel monastero come vita
di amore.
San Benedetto, conoscendo le varie specie di monaci esistenti al suo tempo,
sceglie di impegnarsi per aiutare i cenobiti (1, 13) a vivere nel migliore
dei modi insieme, ritenendoli la “più forte specie di monaci”
esistente (1,13). Pur mitigando le durezze dell’ascesi, largamente
praticata nel monachesimo orientale, ne stabilisce alcune qualità
tutt’ora valide per la vita comune.
Prima di tutto richiede la stabilità
nel monastero. Motivo particolare che lo ha spinto a questa richiesta
è stato anche il vagabondaggio esistente ai suoi tempi (e anche
ai nostri) nella società e anche nella vita monastica, causato
dalle trasmigrazioni di popoli. La stabilità riguarda il luogo
dove Cristo ha chiamato il monaco, come pure la perseveranza nella consacrazione
monastica, e si esprime anche nell’accettare il superiore (l’abate)
stabile nella comunità per tutta la vita. Oggi la maggioranza degli
istituti moderni richiede invece dai propri componenti la disponibilità
ai trasferimenti, ai cambiamenti di casa, di comunità, di superiore,
e sempre per motivo ascetico.
Collegata alla stabilità vi è
la richiesta di una continua conversione, di un continuo cambiamento in
profondità, da operarsi nel corso di tutta la vita. La formula
della professione monastica non si fonda sui tre voti di povertà,
castità e obbedienza, ma sulla “stabilità, la conversione
dei costumi e l’obbedienza, davanti a Dio e ai suoi santi”
(58, 17-18). Potremmo dire che l’impegno principale della vita monastica
benedettina consiste nella stabilità in una continua conversione.
Fondamentale è poi l’obbedienza,
come rinnegamento di se stessi, strettamente legata all’umiltà.
E’ una virtù difficile da comprendere oggi; si è infatti
facili parlare di obbedienza ragionata, dialogata; si parla di corresponsabilità,
di condivisione, di realizzazione della propria personalità, e
l’obbedienza molte volte viene presentata come lesione della dignità
personale. Per San Benedetto l’obbedienza è reale sottomissione
al superiore nel nome della fede, su scelta libera, matura, dichiarata
nel momento della professione; pone in relazione con Dio per mezzo di
chi lo rappresenta. E’ comunione con Dio, come quella di Gesù
Cristo verso il Padre. Disobbedire per San Benedetto è uscire dalla
comunione con Dio, è idolatrare la propria volontà, il proprio
egoismo (cfr 1 Sam 15, 16-23). “Ci viene insegnato a non fare la
propria volontà” (7, 19-25; 35-43). In qualche codice e commento
alla Regola i monaci sono chiamati semplicemente “gli obbedienti”.
L’esercizio dell’obbedienza è vista come una “fatica
laboriosa” (prologo 2) che si contrappone alla pigrizia della disobbedienza,
ed è proprio di chi “rinunziando alla propria volontà,
per servire Cristo Signore, il vero re, assume le fortissime e gloriose
armi dell’obbedienza” (prologo 3), “di coloro che ritengono
di non avere assolutamente nulla più caro di Cristo” (5,
2), e “si verifica in quelli che, spinti dall’amore, sentono
l’urgenza di raggiungere la vita eterna” (5, 10). Se sono
ammesse da parte dell’abate delle particolarità compiacenti,
queste vanno verso chi è “migliore nell’obbedienza”
(2, 17); egli deve “correggere con fermezza gli indisciplinati e
i ribelli, ed esortare a progredire sempre più nel bene i discepoli
che già si mostrano obbedienti, miti e pazienti” (2, 25).
“Uomini di simile tempra interrompono all’istante le loro
occupazioni e si staccano dalla loro propria volontà. Subito pronti,
le mani libere, lasciano incompiuto ciò che stavano facendo, e
con una obbedienza che mette ali ai piedi, seguono immediatamente la voce
di chi comanda” (5, 7-8). L’obbedienza “è propria
di coloro che non vivono a proprio arbitrio, non si lasciano dominare
dalle loro voglie capricciose e istintive, ma piuttosto camminano lasciandosi
guidare dall’altrui giudizio e comando” (5, 12). Questa virtù
è per tutti: per le possibili vocazioni sacerdotali (62, 11), per
il priore (65, 21), per l’artigiano che produce reddito per il monastero
(57, 1-3), poiché “unicamente per questa via dell’obbedienza
si va a Dio” (71, 2). E deve essere praticata con gioia, poiché
“se il discepolo obbedisce malvolentieri e mormora non solo con
la bocca ma anche semplicemente con il cuore, pur eseguendo l’ordine,
non sarà più accetto a Dio” (5, 16-18). Si deve obbedire
alla Regola; “tutti dunque, e in tutto, seguano la Regola come loro
maestra e nessuno abbia la temerarietà di allontanarsene”
(3, 7), “soprattutto l’abate osservi integralmente questa
regola, in modo che, dopo aver reso buon servizio, possa sentirsi dire
dal Signore le parole riguardanti il servo fedele che a tempo opportuno
aveva distribuito il grano ai suoi compagni” (64, 20-22). Obbedienza
all’abate: “nessuno sfrontatamente oppure fuori del monastero
abbia la presunzione di contestare con il suo abate” (3, 9), anche
di fronte a gravi difficoltà (7, 35 e 68, 5), poiché i monaci
sono che coloro “ che dimorando stabilmente nel cenobio, desiderano
avere un abate a cui obbedire” (5, 12). Inoltre occorre tenere presente
che “l’obbedienza è un bene così grande che
i fratelli devono sentire il bisogno non solo di offrirla all’abate,
ma anche di scambiarsela tra di loro” (71, 1), “facendo a
gara nello scambiarsela a vicenda” (72, 6).
Altro impegno è il lavoro, poiché
“l’ozio è il nemico dell’anima, perciò
i fratelli in ore ben determinate devono essere occupati nel lavoro manuale,
come anche in altre ore, anch’esse determinate, nella lectio divina”
(48, 1). Lavoro per tutti; “ai fratelli malati o di delicata costituzione
si assegni un lavoro o un mestiere tale che non li lasci in ozio, ma neppure
li opprima con un eccesso di fatica o li induca a sfuggirlo; la loro debolezza
deve essere tenuta presente dall’abate” (48, 24-25). “Se
qualcuno fosse così negligente e pigro che non voglia o non possa
meditare o leggere, gli si dia un lavoro da fare, perché non resti
in ozio” (48, 23).
La vita comune, in comunione è la richiesta
più esigente per tutta la chiesa, ai nostri giorni; è la
richiesta fondamentale per la vita consacrata; anche Dietrich Bonhoeffer
la riteneva come “qualcosa che non sta a cuore solo a piccoli gruppi
privati, ma è un compito assegnato alla chiesa intera” (18)
e a maggior ragione ai cenobiti.
Penso che la grande differenza tra il passato e la situazione presente
nella vita monastica trovi il suo centro diversificante proprio nella
nozione di vita comune. Oggi entrare in comunità significa entrare
in una delle forme che danno risposta al bisogno di amare e di essere
amati, in una fraternità evangelica che risponde ai “bisogni
profondi” della persona, in una comunità dove non si soffoca
la spontaneità, la tenerezza, l’amicizia, pur mantenendo
la radicalità evangelica, la fedeltà alla scelta fatta.
Oggi si parla di comunione più che di comunità, vista questa
come mancante di fraternità in nome delle osservanze. Non si vede
la comunità come una entità giuridica, quanto piuttosto
come una comunione derivante dalla carità che permette di vivere,
invece che sconvolgere la vita. Più che di una “struttura”
si pensa ad uno “stile di vita” che si sviluppa nelle relazioni
fraterne, nella solidarietà, nel lavoro in comune, nella capacità
di scelte comunitarie, nella vita semplice. La comunità-comunione
viene vista come una realizzazione in se stessa, indipendentemente dalle
opere che svolge; non tanto per gli orari e le organizzazioni che disciplinano
la giornata, quanto piuttosto per lo spirito fraterno che la contraddistingue.
Le vocazioni cercano la comunità non per i servizi e le attività
che svolge, ma per la spiritualità di comunione che possiede, anche
se poi nel vivere insieme occorre che ci sia chi decide, occorre l’organizzazione
degli orari e delle attività, la suddivisione dei pesi e degli
impegni; rimane la necessità dell’ossatura, delle strutture,
dei vincoli, delle funzioni, per non morire. Ma le persone devono sentirsi
umanizzate, aiutate a maturare nella loro personalità, nella capacità
di giudizio, nella libertà di espressione, di iniziativa, di responsabilità.
Nelle comunità occorre trovare persone con cui poter stabilire
un dialogo, intrattenere rapporti positivi, una comunicazione franca e
spigliata, un riconoscimento affettivo, una dimensione familiare. Una
comunità dove vi è reciprocità, una mutualità,
una compresenza, una complementarietà, una corresponsabilità,
una interdipendenza, dove ogni membro è Parola di Dio e richiede
obbedienza. In essa ognuno esercita pienamente i doni di Dio, ognuno si
rende conto di avere terribilmente bisogno del dono degli altri, poiché
siamo tutti fratelli (Mt 23, 8-9). Oggi una comunità-comunione
risponde alle sfide della società, specialmente dei giovani. E
al suo interno il servizio dell’autorità ha esigenze maggiori
dei tempi passati, per stimolare, animare, coordinare le doti di tutti,
portandoli a sapersi esprimere, a dare il meglio di se stessi, ad imparare
ad amare e crescere nell’amore.
San Benedetto scrive la sua Regola per insegnare a stare insieme nella
ricerca di Dio. Regola molto equilibrata, preparata “in modo che
le anime si salvino e quello che i fratelli devono fare, lo facciano senza
fondati motivi di mormorazione” (RB 41, 5), con l’ordinamento
della giornata distribuita tra preghiera liturgica comunitaria, lavoro
e lectio divina (cap. 48), “disposta con prudenza e giustizia”
(RB 3, 6). “Si tratta di istituire una scuola per il servizio del
Signore. In essa speriamo di non stabilire nulla di rigido, nulla di gravoso.
Ma se anche se vi si introdurrà qualche prescrizione un po’
più severa, a motivo di un ragionevole equilibrio, al fine di correggere
i vizi e di conservare la carità, tu non abbandonare …”
(prologo 45). Il monastero per San Benedetto è anche una officina
che ha a sua disposizione tanti strumenti dell’arte spirituale (cap.
4), da adoperarsi giorno e notte, incessantemente, e se verranno “riconsegnati
nel giorno del giudizio, riceveremo dal Signore quella ricompensa che
egli stesso ha promesso” (RB 4, 78-79). La vita monastica è
anche presentata come una milizia; è propria di coloro che militano,
combattono sotto una regola e un abate (RB 3, 2). Le immagini della scuola,
dell’officina, della milizia indicano che la vita è un impegno
di conversione continua, che non è ammessa la pigrizia, la tiepidezza,
la negligenza. Occorre “stabilità, conversione dei costumi
e obbedienza” (RB 58, 17) per tutti i giorni della vita; imparare
da amare non è facile.
Alcuni capitoli (24-30 e 43-46) a carattere penitenziale, mettono in risalto
l’importanza della vita comune, sorretta dalla continua preghiera
che modula la giornata.
Penso che occorra oggi mettere in evidenza la diversità dell’antropologia
dei tempi di San Benedetto con quella attuale, per non trovarsi ad essere
incompresi, fuori tempo, insignificanti per la chiesa e la società
(19).
3. CAMMINO UNIVERSALE
VERSO IL MONACHESIMO
“Monaco è colui che consacra la
sua vita a cercare Dio. Non è monaco chi fa voto di essere prigioniero
di una qualsivoglia forma di vita monastica, ma colui che cerca Dio. Certo,
questo non è sufficiente per essere monaco entro una istituzione,
ma lo è per colui che desidera consacrare la sua vita a cercare
Dio e niente altro, sine additu. … Penso che oggi non si tende a
una restaurazione nostalgica di qualche forma tradizionale monastica ma
si desideri piuttosto individuare e dare impulso a forme di vita religiosa
semplici e aderenti all’essenziale, ossia all’aspetto che
riteniamo più importante nella vita dell’uomo. E’ utile
riflettere dunque su ciò che è l’anima e lo spirito
monastico” (20).
Il monachesimo è insito nel cuore di ogni uomo, è il modo
migliore per vivere una
Religione. Papa Ratzinger in un discorso tenuto ai movimenti e comunità
nuove della Chiesa, scriveva: “Il monachesimo, la cui forma più
classica nella Chiesa occidentale è l’Ordine Benedettino,
è un fenomeno fondamentale della Chiesa, e non scomparirà
mai. Penso anzi che certe esperienze vissute all’interno dei movimenti
sboccheranno nel monachesimo e che creeranno nuove vocazioni monastiche”
(21). Sono i monaci che “presentano al mondo in un’unica testimonianza
gli autentici valori spirituali, necessari in ogni età. Per tutti
la preghiera e la contemplazione sono nobili vie per raggiunge Dio, sono
componenti essenziali della vera realizzazione umana” (22)
Le comunità di lunga tradizione hanno paura di non essere valutate
nella chiesa e nel mondo se non presentano qualche attività eclatante,
di culturalmente elevato: convegni, concerti, edizioni, oppure attività
di carità e di promozione umana. Non bisogna avere paura; si deve
semplicemente presentare “una spiritualità che mette in risalto
lo sforzo dell’uomo nella ricerca di Dio e nell’amore vicendevole”.
Il dialogo con gli altri monachesimi, la conoscenza
della loro storia e della loro spiritualità ci aiuta a mettere
in ordine la gerarchia dei valori, a saper distinguere i motivi che ci
spingono e la meta a cui tendiamo dai mezzi che usiamo, dalle strutture
entro cui viviamo, dalle attività che svolgiamo. Le nostre osservanze
occidentali hanno necessità di essere revisionate a contatto con
il mondo orientale, cristiano e non, e possiamo arricchirci reciprocamente
nel cercare l’essenziale: Dio ! Personalità che hanno avuto
contatto esistenziale con altri monachesimi, come Beda Griffiths, Thoms
Merton, Corneljus Tholens, … hanno compreso che la vita interiore,
l’esperienza di Dio ci può unire; non le formule esteriori,
le regole, gli abiti, le abitazioni, gli orari … “Il monachesimo
interiore è il fondamento indispensabile per ogni espressione della
vita monastica. Infatti, soltanto un rinnovamento di interiorizzazione
potrà soddisfare la sete spirituale dell’uomo credente, nel
nuovo secolo” (C. Tholens).
E dialogando e collaborando tra i vari monachesimi possiamo contribuire
insieme a salvare e rendere visibili i valori spirituali dell’uomo.
1. M. Faucault, Tecnologie del sé, Boringhieri, Torino 1992
2. S. Freud, Contributi alla psicologia della vita amorosa, Opere, vol
6, Boringhieri, Torino, pp.429.451
3. F. Overbeck, Le origini del monachesimo, Medusa, Milano 2006
4. S.Pricoco, Il monachesimo, Editori Laterza, 2003. – Per conoscere
la spiritualità del monachesimo è disponibile un volumetto
agile: A. De Vogue, Sguardi sul Monachesimo, Bologna EDB, 2006.
5. R. Panikkar, Elogio del semplice. Il monaco come archetipo universale,
1995.
6. K. Wilber, Oltre i confini, la dimensione transpersonale in psicologia,
Assisi Cittadella editrice, 2001, pp. 152-153.156.
7. D. Hartman, Sub specie humanitatis, elogio della diversità religiosa,
Reggio Emilia Alberti editore, 2004.
8. Gaudium et Spes 19
9. Catechismo della chiesa cattolica, 28
10. AA.VV., Monachesimo cristiano e non cristiano. Quaderni del centro
interreligioso Henri Le Saux n. 7, Milano 1990. – F. Blée,
Il deserto dell’alterità, un’esperienza spirituale
del dialogo interreligioso, Assisi Cittadella editrice, 2006.
11. Segretariato per i non cristiani. L’atteggiamento della chiesa
di fronte ai seguaci di altre religioni, 1984, n.35.
12. Katia Mudra, Monachesimo Jainista: spiritualità e vite delle
“ascete” pellegrine, in “Monachesimo cristiano e non
cristiano”, pp. 29-36.
13. Per capire la spiritualità dei Sufi proponiamo i testi di G.
Scattolin: Esperienze mistiche dell’Islam. I primi tre secoli, Bologna
EMI, 1994 – I secoli X e XI, Bologna EMI, 1996 – Al Niffari
e Al Gazali, Bologna EMI 2000 – Spiritualità dell’Islam,
Bologna EMI 2004.
14. J. Leclercq, La contemplazione di Cristo nel monachesimo medievale,
Milano, San Paolo 1994 I. Biffi, Cristo desiderio del monaco, Milano Jaca
Book, 1998. – I. Biffi, Tutta la dolcezza della terra. Cristo e
i monaci medioevali, Milano Jaca Book 2004.
15. R. Frattallone, Direzione spirituale. Un cammino verso la pienezza
della vita in Cristo, Roma LAS, 2006, pp.309-310.
16. Lumen gentium 46.
17. Potissimum institutioni 80
18. D. Bonhoeffer, La vita comune, Brescia Queriniana editrice, 2004,
pp. 15 ss
19. C. Falchini, Monachesimo: un cammino di unificazione. Saggio di antropologia
monastica nella Regola di Benedetto, Bose edizioni Qiqaion, 1986.
20. C. Tholens, Monachesimo e Advaita, in “Monachesimo cristiano
e non cristiano”, Milano 1990, pp. 111-121.
21. J. Ratzinger, Nuove irruzioni dello Spirito. I movimenti nella Chiesa,
Milano, San Paolo, 2006, p. 58.
22. Giovanni Paolo II, Ai partecipanti al convegno monastico interreligioso
di Praglia, Roma 19 ottobre 1977. In “Il dialogo interreligioso
nel magistero pontificio”, Roma Libreria Editrice Vaticana 1994,
226.
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