1. L’essere umano come l’essere della
domanda
1-1. Le religioni e le domande sull’esistenza umana
1-2. La domanda: caratteristica umana e chiamata divina
2. Le domande esistenziali e gli orizzonti
spirituali dell’umanità nel nostro tempo
2-1. La globalizzazione e le sue sfide
a. Tra marketing globale e massificazione culturale
b. ... e atomismo etico-religioso...
c. ... e il risorgere di nuovi ‘tribalismi’ etnici, culturali
e religiosi
2-2. Il pluralismo religioso e le sue istanze
a. Un fenomeno positivo o negativo?
b. Tra identità e alterità
c. Il futuro della religione o la religione del futuro: quattro istanze
fondamentali per le religioni del nostro tempo
i. Rivisitare il proprio messaggio originale
ii. Confrontarsi con la modernità
iii. Mettersi in dialogo con le altre religioni
iv. Impegnarsi per la giustizia nel mondo
2-3. Le mistica nell’orizzonte esistenziale
dell’umanità contemporanea
a. La mistica come esperienza dell’indentità umana
b. La mistica come esperienza del Mistero divino
3. Spazi di incontro fra il sufismo e le altre
mistiche
3-1. L’essere umano e la sua l’identità
a. Il cammino sufi e le sue tappe
b. Le dimensioni dell'essere umano
3-2. L’essere umano e il suo ambiente:
l’universo.
a. La scienza moderna e la perdita del senso spirituale dell'universo.
b. Per un armonia fra scienza e sapienza spirituale.
3-3. L’essere umano e il suo fondamento
e fine ultimo: Dio.
a. L'essere umano come essere per l'Assoluto.
b. Il Dio 'il più grande e il più vicino'.
c. Dio, il Mistero trascendente e trans-discendente.
4. Conclusione: verso un dialogo delle spiritualità
o spiritualità in dialogo
1. L’essere umano come l’essere della domanda
1-1. Le religioni e le domande sull’esistenza
umana.
Il documento conciliare Nostra Aetate (Roma, 28 Ottobre 1965) ha aperto
nel modo piu' autoritativo l’universo della Chiesa verso nuovi
orizzonti, gli orizzonti delle religioni non cristiane. Fino allora
queste erano state guardate da parte della Chiesa da lontano, per lo
più con una certa diffidenza ed anche con condanne esplicite,
come regno del mondo della non salvezza. Anche S. Agostino (m. 430),
il 'Dottore della Grazia' (Doctor gratiae) non feceva una piega di fronte
alla prospettiva che l’assoluta maggioranza dell’umanità
fosse predestinata ad andare all’inferno per il semplice fatto
di essere al di fuori del gregge della Chiesa. È pure utile ricordare
che il noto teologumenon extra ecclesia nulla salus (cioè, “Al
di fuori della Chiesa non c’è salvezza”) aveva da
sempre occupato l'orizzonte della fede cristiana per lo più in
senso restrittivo ed esclusivo: alla lettera, al di fuori della Chiesa
non c'è salvezza.
Ora, nel Concilio Vaticano II, la Chiesa riconosceva in modo esplicito
e autoritativo la possibilità di salvezza al di fuori dei suoi
confini visibili. Tale nuova posizione, frutto di un lungo e laborioso
lavoro teologico, ha trovato una larga risonanza nell’abbondante
letteratura teologica che si è sviluppata su tale argomento nel
dopo-Concilio. Per tale motivo si deve senz’altro dire che il
documento Nostra Aetate, insieme con gli altri documenti conciliari,
ha segnato una svolta epocale per la Chiesa cattolica. Esso ha aperto
ed orientato la Chiesa verso orizzonti nuovi, gli orizzonti del dialogo
interreligioso. Dopo il Concilio infatti, molti altri documenti ufficiali
della Chiesa sono apparsi sul tema del dialogo interreligioso. Ricordo
in particolare il documento Dialogo ed Annuncio (1991), forse il più
completo in materia. Esso propone quattro forme fondamentali di dialogo
(n. 42): il dialogo della vita, delle opere, degli scambi teologici
e dell'esperienza religiosa. Quest’ultimo è descritto come
il dialogo: “...dove persone radicate nelle proprie tradizioni
religiose condividono le loro ricchezze spirituali, per esempio per
ciò che riguarda la preghiera e la contemplazione, la fede, e
le vie della ricerca di Dio o dell'Assoluto”.
Questo è appunto l’oggetto della presente riflessione.
A tale scopo intendo prendere come punto di partenza il Preambolo del
documento Nostra Aetate, cui, a mio parere, è stato dato poco
peso, forse perché considerato troppo generico e scontato. Esso
invece merita, a mio parere, maggiore considerazione. E forse, proprio
il fatto di aver trascurato le istanze che esso pone, è stata
la causa per cui il dialogo interreligoso ha perso molte volte la sua
incisività prima, scadendo al livello di uno scambio superficiale
di opinioni che non impegnano nessuno, arrivando addirittura al livello
di pura propaganda opportunista.
In tale Preambolo le religioni vengono presentate come risposte alle
domande fondamentali che ‘turbano profondamente il cuore umano’,
domande che riguardano il senso dell’esistenza di tutta l’umanità
come pure di ogni singolo essere umano in essa. Questa è una
posizione nuova nel pensiero ufficiale della Chiesa. Le differenti religioni
infatti sono presentate nel documento non come un fenomeno solamente
negativo, ma ad esse è attribuito un ruolo positivo nella storia
umana. Il documento conciliare recita:
“Tutti gli uomini attendono dalle diverse religioni la risposta
agli enigmi nascosti della condizione umana che, ieri come oggi, turbano
profondamente il cuore umano. Che cos’è l’uomo? Che
senso e fine ha la sua vita? Che cos’è il bene e che cos’è
il peccato? Qual’è l’origine e il fine della sofferenza?
Qual’è la via che conduce alla felicità? Che cos’è
la morte, il giudizio e la retribuzione dopo la morte? Qual’è
infine il mistero ultimo e ineffabile che circonda la nostra esistenza,
dal quale noi riceviamo la nostra origine e al quale noi tendiamo?“
(Nostra aetate § 1).
Queste sono solo alcune delle domande fondamentali che ogni essere umano
si pone, e queste domande sono presentate dal documento conciliare solo
come esempi di un questionare incessante e di una problematica radicale
che attraversano tutta l’esistenza umana, e che, si può
dire, costituiscono l’essere umano in quanto tale. Un essere umano
che non si ponesse tali domande cesserebbe di essere ‘umano’.
Il documento conciliare presenta qui un aspetto importante del dialogo
interreligioso, anzi, a mio parere, questo dovrebbe essere il vero punto
di partenza di ogni serio dialogo interreligioso. Noi, esseri umani,
dialoghiamo in primo luogo perché abbiamo in comune delle domande
fondamentali cui rispondere, perché siamo in certo senso costretti
dal questionare incessante e dalla problematica radicale che attraversano
tutta la nostra esistenza. È infatti dalla risposta a tali domande
che dipende il senso del nostro esistere.
1-2. La domanda: dimensione umana e chiamata
divina.
L’essere umano è l’essere che interroga e che si
interroga. Egli si interroga prima di tutto sul senso della propria
vita. Ma attraverso di esso il suo domandare si allarga sulla domanda
del senso dell’essere in generale. Le due domande, quella su di
sè e quella sull’essere, non sono separate, ma strettamente
connesse. Anzi, non c’è vera risposta all’una senza
una risposta all’altra. Questo aspetto è stato ampiamente
illustrato dal pensiero filosofico e teologico moderno.
Al contrario, gli animali subumani sembrano cercare la loro feliciatà
nella soddisfazione dei alcuni bisogni e istinti primari, naturali e
immediati quali il nutrimento, la compagnia, la riproduzione ecc. (Tuttavia,
anche in tale campo occorrerebbe vedere le cose più in profondità.
S. Paolo, infatti, in Rom. 8, 18-25, parla di un ‘gemito come
di doglie di parto’ che attraversa tutta la creazione, e di un’attesa
di ‘redenzione’ che costituisce l’intima aspirazione
di tutte le creature. Questo testo apre orizzonti assai vasti sul senso
dell’universo, orizzonti non ancora completamente esplorati).
In ogni caso, appare chiaro che l’essere umano, a differenza degli
altri animali, ha sempre manifestato fin dai suoi primordi una curiosità
insaziabile ed una ricerca incessante che vanno ben oltre gli orizzonti
limitati dei suoi bisogni e istinti puramente animali. L’essere
umano è l’essere che inevitabilmente si trova in una ricerca
incessante e inappagata proprio sul senso del suo esistere, e questo
anche quando egli cerca di evitarla in modo puramente negativo.
In questo senso si potrebbe proporre una definizione dell’essere
umano parallela a quella classica data da Aristotile (m. 322 AC), secondo
cui ‘l’uomo è l’essere ragionevole (logikòs)’.
L’uomo, l’essere umano, appare anche, per essenza si potrebbe
dire, come ‘l’essere questionante o, se si vuole come ‘l’essere
della domanda continua e della ricerca incessante’. Il continuo
ricercare, l’incessante questionare, il problematizzare sempre
più radicale sul senso del suo esistere, costituiscono infatti
i tratti caratteristici dell’essere umano in quanto tale (qua
talis), si direbbe scolasticamente, tratti che lo differenziano da ogni
altro essere. Infatti gli esseri inferiori a lui, come gli animali,
le piante e i minerali, sembrano essere mossi da forze puramente fisiche
ed istintuali iscritte in modo fisso e determinato nella loro natura,
e quindi al di qua di ogni domanda. Mentre gli esseri superiori all’uomo,
come gli angeli, sono supposti esistere in uno stato di visione chiara,
luminosa e perpetua della verità, e quindi al di là di
ogni domanda. Tuttavia come abbiamo accennato sopra, anche qui una visione
più profonda e vasta rivelerebbe che in tutti gli esseri creati
in quanto tali esiste una domanda ontologica radicale ed inevitabile,
cioè la domanda sul proprio fondamento ontologico, in definitiva
sull’Assoluto, come il fondamento ultimo di tutto: tutto infatti
viene da Lui e tutto è diretto verso di Lui. Infatti, come molte
riflessioni filosofiche hanno intuito, tutta la creazione in quanto
tale si trova come in un movimento incessante che parte dall’Assoluto
e a Lui è diretto. Ma qui tocchiamo complesse questioni ontologiche,
al di fuori della portata della presente ricerca.
L’uomo appare quindi, a differenza degli altri esseri, come ‘l’essere
che domanda, che si interroga, che pone questioni’. Egli è
l’essere che dopo ogni risposta pone sempre nuove domande: egli
è l’essere interrogante per eccellenza. Egli si muove in
una perpetua domanda, in una incessante ricerca di senso che riguarda
il suo esistere come pure l’esistere degli esseri attorno a lui.
Questo almeno fino a che egli continuerà ad essere ‘umano’...
Perché, chissà?... Forse un giorno cesserà di essere
‘umano’. Forse un giorno la tirannia tecnocratica crescente
lo ridurrà ad essere una pura macchina di produzione e consumo,
senza nessun orizzonte che vada al di là del mondo manipolabile
della tecnica. Allora forse si realizzerà l’aforisma che
da tempo vado ripetendo: “L’uomo ha creato la macchina e
si è trasformato a sua immagine e somiglianza”. Allora
l’essere umano cesserà di essere ‘umano’, per
divenire, chissà mai?, forse un ‘robot perfetto’,
destinato ad operare, produrre e consumare all’interno di un sistema
totalmente robotizzato dove l’esistere è diventato una
pura funzione operativa, sempre intercambiabile fra i vari componenti
della macchina robotica suprema. Allora l’uomo-robot avrà
cessato di essere umano; esso non si interrogherà più
sul senso del proprio esistere, essendo questo già prefissato
dal Super-Robot dominante che lo determina come una sua funzione operativa.
Allora l’essere umano, ridotto a pura unità robotica, non
dovrà più pensare a se stesso, ma dovrà solo continuare
a funzionare finché la sua capacità operativa resisterà.
Dopo di che dovrà sparire senza rimpianti... infatti altre unità
operative, tecnicamente più avanzate di lui, gli subentreranno
e continueranno la sua funzione robotica.
Sarà questo il destino ultimo dell’umanità, per
quanto appare al nostro visibile orizzonte umano? Questi sono grossi
interrogativi che gravano sul nostro esistere umano. Molti pensatori
indicano questo come una possibilità, e molte manifestazioni
della cultura di massa che ci circondano sembrano suggerire che non
siamo lontani da alcuni drammatici aspetti di tale futuribile robotico.
È alla luce di queste riflessioni che vedo l’estrema utilità
e l’urgente necessità di riprendere il discorso del Concilio
sulla ‘domanda umana’ come l’orizzonte esistenziale
fondamentale e fondante della risposta religiosa. Il Concilio infatti
presenta le religioni come ‘risposte alle domande e ai quesiti’
esistenziali dell’essere umano in quanto tale. Questa posizione,
oltre che ad essere estremamente moderna ed attuale, è pure estremamente
importante nell’impostazione del problema delle religioni e del
dialogo interreligioso.
La domanda umana di senso da una parte, e la ricerca religiosa dall'altra,
non sono infatti dei processi estranei, ma sono strettamente legati
nel divenire ‘umano’ dell'essere umano. La religione, e
la dimensione mistica in essa, non è un semplice optional, da
accettare o rifiutare a piacere, ma costituisce il nucleo vivo e palpitante
per essere e per divenire più ‘umani’. Tolto tale
nucleo, la caduta dell’umano in un robotismo universale sembra
quasi inevitabile.
Inoltre, tale domandare umano, se esaminato a fondo, si rivela essere
in realtà una chiamata divina posta nel cuore dell’essere
umano. Esso è il primo segno della presenza di Dio alla coscienza
umana, e quindi la prima rivelazione di Dio all’essere umano.
L’essere umano si interroga perché egli stesso si sente
‘interrogato’ dal suo Fondamento. L’uomo si scopre
infatti ‘responsabile’ perché ha coscienza di dover
rispondere del suo esistere, perché ha coscienza che il suo esistere
non è ‘suo’, ma gli è dato come vocazione
e compito e, quindi, come responsabilità. Al fondo del suo domandare
l’essere umano percepisce (anche se in modo non sempre chiaramente
esplicito) la presenza di Qualcuno che lo interroga, e lo interroga
perché è Lui che gli ha dato il dono di esistere: dono
gratuito sì, ma nello stesso tempo anche compito inevitabile.
L’essere umano scopre che deve esistere, deve realizzare la sua
esistenza, e di ciò egli ne è responsabile. Al punto che,
se anche decidesse di non esistere, eliminandosi onticamente e moralmente
dal piano dell’esistere, questa sua scelta sarebbe già
una risposta alla chiamata all’esistenza ed al suo senso. Sarebbe
una risposta negativa sì, ma pur sempre una risposta che lo rende
responsabile e quindi passibile dei suoi risultati.
In conclusione, il domandare, l’interrogare e il cercare appaiono
essere la caratteristica fondamentale dell’essere umano in quanto
tale, ma essi rappresentano pure la chiamata divina ad una responsabilità
e ad una scelta esistenziali. è sullo sfondo di tale orizzonte
che il senso delle differenti religioni, e quindi anche dei loro cammini
mistici, deve essere compreso.
Alla fine, è utile ricordare che l’idea dell’essere
umano come ‘l’essere della domanda’, o ‘l’essere
in ricerca continua del senso del suo esistere’, in una parola
come homo viator affiora in molti miti e leggende delle più diverse
culture. Citiamo, a titolo di esempio, il famoso poema epico babilonese,
Gilgamesh, uno dei più antichi testi letterali dell’umanità.
In esso la problematica di fondo dell’esistenza umana è
trattata in modo impressionantemente lucido. Gilgamesh si mette in cammino
per cercare l’albero della vita immortale, ma alla fine questo
gli è rubato, ed a lui non resta che affrontare il destino finale
di ogni essere umano: la morte.
2. Le domande esistenziali dell’umanità e gli orizzonti
spirituali nel nostro tempo.
2-1. La globalizzazione e le sue sfide.
Il domandare esistenziale dell’essere umano è sempre mediato
dal ‘momento storico’ (kairòs) in cui egli vive.
L’essere umano infatti appare un essere essenzialmente storico,
mediato dalla situazione e dalle componenti storiche in cui si trova.
La storia infatti non è un puro succedersi di momenti tutti uguali,
come punti di una linea infinita, sempre la stessa. La storia invece
è un processo esistenziale che avanza verso sempre nuovi orizzonti
di comprensione attraverso i quali l’essere umano scopre sempre
più se stesso, e quindi può o realizzarsi o distruggersi
in modo sempre più totale. La storia umana progredisce sempre
all’insegna di una ambiguità di fondo tra successo ed insuccesso,
ambiguità che sarà sciolta solo nel suo esito finale.
In tale processo storico ogni singolo essere umano è inserito,
e solo in interazione con esso egli si può realizzare.
Si potrebbe anche notare che una tale contestualizzazione storica non
è esclusiva dell’essere umano. Anche a livello fisico ogni
impulso energetico, ogni particella di massa è necessariamente
in relazione alla totalità dell’energia-massa. Ragione
per cui si può dire che c’è un relativismo costituzionale
fondamentale nel composto energia-massa, sia nel suo insieme che nelle
sue parti costituenti. Il variare nel tempo del composto energia-massa
fa variare inevitabilmente le relazioni fra i suoi singoli momenti.
L’atomo misurato ora non è più quello misurato ieri
dato che l’insieme di energia-massa ha variato da ieri a oggi.
Un ipotetico ritorno alla situazione di ieri appare fisicamente impossibile,
dato che le relazioni del composto energia-massa sono variate. Una vera
e universale conoscenza dell’universo quindi dovrebbe prendere
in considerazione tali varianti di energia-massa nel loro complesso
e nelle loro particolarità. Ma è questo possibile? È
possibile effettuare una misura globale del complesso energia-materia
stando all’interno dello stesso complesso? Domande su domande,
e le risposte sembrano essere sempre più aporetiche.
Ad ogni modo, da tutto ciò appare chiaro che il fattore ‘storia’
ha un peso inevitabile e fondamentale per tutti gli esseri, ma in particolare
per l’essere umano. La storia umana è infatti la storia
della ‘domanda umana’ o del ‘questionare umano’,
e cioè la storia del sorgere, del porsi e del superarsi della
ricerca umana verso la sua piena autocomprensione e autorealizzazione.
In una parola la vera storia umana è in realtà ‘la
storia dell’autocomprensione e dell’autorealizzazione’
dell’essere umano. Tale storia, come è stato detto, si
svolge sempre sotto un’ambiguità di fondo. Questo perché
l’essere umano non è un essere predeterminato e prefissato
nel suo agire, ma un essere che può disporre sempre liberamente
di se stesso, e che può sempre scegliere tra la sua autorealizzazione
e la sua autodistruzione.
Ognuno di noi si trova quindi inevitabilmente immerso in un orizzonte
storico determinato entro il quale si svolge la sua vicenda. Questo
significa che noi da una parte facciamo parte dell’orizzonte dell’autocomprensione
umana, ma dall’altra noi lo costituiamo pure, in un’interazione
inestricabile. E questo orizzonte umano poi non è un dato statico,
ma uno stato in variazione continua, in un continuo processo di ‘sorgere,
porsi e autosuperarsi’.
A questo punto è quindi importante mettere in rilievo alcuni
tratti fondamentali dell’orizzonte culturale-esistenziale in cui
noi viviamo nel nostro tempo attuale, nel nostro villaggio umano globalizzato,
perché essi toccano da vicino il presente tema del dialogo interreligioso.
Fra di essi tre sembrano avere particolare importanza sulla situazione
spirituale del nostro tempo: l’affermarsi sempre più vasto
del ‘marketing globale’ o globalizzazione, con una conseguente
massificazione culturale; il frantumarsi dei valori tradizionali in
un ‘atomismo etico’ sempre più accelerato; e infine
il risorgere di vari tipi di ‘tribalismi culturali e religiosi’
che mettono in forse la pacifica convivenza nel nostro villaggio globale.
a. Tra marketing globale e massificazione culturale...
L’epoca in cui viviamo è stata definita come l’era
della globalizzazione, per il fatto che ora ogni barriera fra popoli
e nazioni, culture e religioni sembra sparire. Questa nuova situazione
ha senza dubbio degli aspetti positivi innegabili. Ora gli esseri umani
si sono avvicinati e mescolati fra di loro a livello planetario come
mai è avvenuto nella passata storia umana. Tuttavia tale fenomeno
di globalizzazione ha anche degli effetti negativi e drammatici.
Uno di tali effetti negativi è l’estendersi e l’imporsi
del marketing globale a livello planetario. Dopo il crollo delle passate
ideologie totalizzanti, del marxismo in modo particolare, sul campo
mondiale sembra sia rimasta una sola ideologia dominante: il neo-capitalismo
liberale sostenuto dal suo centro propulsore, gli Stati Uniti d’America.
Questo neo-capitalismo liberale tende ormai al dominio planetario, sotto-mettendo
o estro-mettendo ogni forza contrastante, per creare uno spazio globale
unificato in cui esso può esplicitare la sua dinamica interna:
cioè, la libera concorrenza più sfrenata tendente al dominio
assoluto del mercato gobale. Questa politica del marketing globale è
quella che detta legge al mondo di oggi, incurante dei costi umani che
questo comporta. Siamo ormai al punto che i singoli stati nazionali
si trovano impotenti a contrastare il potere sempre più preponderante
ed assoluto del capitalismo globale.
Una delle più vistose conseguenze di tale marketing globale,
da tempo denunciata da molte parti, è la massificazione della
cultura. La cultura umana, in tutti i suoi aspetti, è posta ora
al servizio del marketing globale, come suo sostegno e giustificazione.
Essa è posta alla mercé del terribile strumento della
propaganda commerciale che da tempo ormai domina il nostro orizzonte
culturale. Qualsiasi manifestazione culturale che non trova un livello
di marketing nel comsumismo globale è perdente. Ogni valore culturale
per potersi affermare a livello mondiale deve essere necessariamente
trasformato in ‘prodotto di marketing’. Il linguaggio del
marketing è entrato ormai in pieno in tutti i campi della vita
umana, anche in quello religioso. Si parla ormai con molta disinvoltura
del ‘mercato del religioso’, regolato dalla legge della
domanda e dell’offerta al pari di ogni altro prodotto. Le opere
culturali antiche vengono riprese, reciclate e riprocessate in prodotti
di marketing per poter essere riproposte al nostro villaggio globale,
però totalmente svuotate del contenuto esistenziale-simbolico
che esse avevano nel loro contesto storico originale. Il turismo di
massa è un tipico esempio del modo con cui le culture antiche,
cariche di tanti e profondi significati simbolici, sono state ridotte
a puri oggetti di un ‘pacchetto commerciale’ (così
infatti sono chiamate le escursioni turistiche) da consumarsi nel modo
più economico possibile. Miti antichi carichi di tanti valori
simbolici (vedi i nomi di venerabili antichi dei quali Giove, Venere,
Marte, o di illustri eroi quali Ercole, Alessandro Magno, ecc.) sono
stati ridotti a marche di mercato per la commercializzazione di prodotti
di consumo di massa. E questa è la nuova cultura che viene imposta
a livello mondiale.
b. ... e atomismo etico-religioso...
Accanto alla massificazione culturale, nel presente marketing globale
si assiste ad una frantumazione sempre più radicale dei valori
etici rappresentati dalle istituzioni tradizionali quali la famiglia,
la Chiesa, le varie forme di associazioni, ecc., valori che hanno sostenuto
il cammino umano lungo tutta la sua storia. Ne emerge un essere umano
frammentato, atomizzato, gettato nel mare del marketing globale, senza
più principi interni di resistenza. Il singolo individuo si è
sganciato da ogni punto di riferimento etico-religioso che non sia se
stesso, il proprio interesse e la propria soddisfazione individuale.
Egli rifiuta ogni regola e condizione che gli venga dall'alto o dal
basso, dall'interno o dall'esterno. Egli vuole gestire la propria esperienza,
essere legge a se stesso senza interferenze dall’esterno. Il principio
del ‘fai da te’ si è affermato ormai in tutti i campi,
anche in quello etico-religioso. Siamo ormai a livello del self-service
universale, principio che domina il mercato mondiale totale, anche quello
religioso. Questo individuo assoluto, frammentato e atomizzato del tempo
postmoderno, sembra essere il risultato estremo del soggettivismo o
del ‘ripiegarsi del soggetto su di se stesso’, tratto tipico
del pensiero moderno.
Tuttavia, è stato notato da parecchi studiosi, che proprio questo
individuo umano frammentato e atomizzato, fino al più estremo
individualismo, è diventato il cliente più adatto e più
manipolabile della società tecnocratico-consumistica del tempo
postmoderno. Questo individuo isolato, che sembra onnipotente nel suo
ambito individualistico, è in realtà un docile strumento
in balìa della società consumistica, e completamente sottomesso
alle sue richieste. Questo fatto può essere facilmente verificato
nel nostro quotidiano, nei modelli di vita propagandati dai media che
determinano tutte le nostre scelte. Del resto, una simile frammentazione
e atomizzazione dell’essere umano, con la caduta totale dei tradizionali
valori religiosi e etici, sembra costituire esattamente la premessa
più appropriata (posta in atto coscientemente o no, questa è
una questione cruciale da esaminarsi) per una progressiva e totale 'robotizzazione'
della nostra umanità.
Di fatto, appare abbastanza verosimile che un simile processo di frammentazione
o atomizzazione individualistica non sia frutto del caso, ma sia direttamente
manovrato in ultima analisi dai grandi 'controllori' dell'economia mondiale
e dai loro interessi. Le loro istanze sono diventate ormai da tempo
le istanze supreme che guidano un processo sempre più globalizzante
cui tutto deve essere sottoposto... e si sa bene quale lotta senza quartiere
avviene nelle alte sfere dell'economia mondiale per il controllo del
marketing globale, e di conseguenza per il controllo totale della società
umana. In tal modo si realizza in pieno l'adagio sopra citato che bene
esprime, a mio parere, la situazione drammatica in cui si trova la nostra
umanità postmoderna: "L'uomo ha creato la macchina e si
è trasformato a sua immagine e somiglianza". Le varie culture
umane che da secoli hanno costituito la linfa vitale di tanti popoli
e delle loro civiltà, cui hanno fornito le forze e gli ideali
spirituali fonte della loro vitalità nelle più alterne
vicende della storia, tali culture umane tradizionali vengono ora appiattite
e assorbite in un unico modello mondiale di cultura standardizzata,
creata apposta ed imposta di proposito mediante un'asfissiante propaganda
col fine di mettere la società umana al servizio del 'consumismo
globale'.
Tuttavia occorre dire che da un pò di tempo molti strati della
società umana stanno prendendo coscienza che tale processo di
robotizzazione consumistica spinto all'estremo sta portando ad uno sfruttamento
e ad un depauperamento di tutto l’ambiente umano, non solo quello
culturale ma anche quello fisico, ad un grado mai visto prima nella
storia umana. L’ambiente fisico viene sfruttato nel modo più
vorace e devastante come fonte illimitata di risorse per l'attuale consumismo
globale, senza alcun riguardo e rispetto per la natura e le reali capacità
del nostro pianeta che sembra essere avviato ad un stato di degrado,
per molti aspetti ormai irreversibile e irrimediabile.
Assistiamo quindi ad un processo di degradazione globale, quasi inevitabile,
che alla fine sembra sfociare in una totale caduta di valori umani,
facendo retrocedere l'umanità verso uno stadio che già
a suo tempo il grande psicologo svizzero, Carl Jung (m. 1961), qualificava
come 'barbarie moderna'. Con tale termine egli intendeva indicare dei
comportamenti sub-umani che sembrano diventare sempre più una
caratteristica dell'uomo della tecnologia consumistica moderna e postmoderna.
Del resto basta girare per le giungle delle nostre metropoli, o guardare
agli spettacoli proposti dai nostri media informatici, per verificare
i segni evidenti di tale 'imbarbarimento’ progressivo che sta
invadendo i quartieri del nostro villaggio globale. Massima tecnologia
e imbarbarimento umano sono termini che sembrano coniugarsi facilmente
assieme, e non termini antitetici e contraddittori, come una superficiale
propaganda 'scientifica' vuole far credere.
c. ... e il risorgere di nuovi ‘tribalismi’ etnici, culturali
e religiosi.
D’altra parte, come reazione a tale atomismo etico individualista
della nostra umanità globalizzata, e nello stesso tempo come
rifiuto delle ideologie assolutiste che hanno dominato la nostra storia
recente, sembra che sia in atto in molte aree umane del nostro mondo
globalizzato un ritorno a ciò che possiamo qualificare come un
nuovo 'tribalismo religioso-culturale'. Mediante tale 'tribalismo' molti
gruppi umani cercano di conservare o riprendere il senso della propria
identità, ricuperando i propri valori culturali tradizionali
che sono minacciati dalla crescente massificazione culturale in atto.
Il noto politologo americano, Samuel Huntington, in un articolo, divenuto
poi un libro famoso dal titolo Scontri di civiltà, ha da tempo
avvertito che i futuri scontri fra i gruppi umani non saranno più
basati su ideologie globali, totalizzanti come in un passato recente,
ma sul ritorno ai valori culturali e religiosi che formano la base dei
grandi gruppi umani. Con il tramonto delle grandi ideologie mondiali,
come il marxismo e vari tipi di nazionalismo, che hanno dominanto la
scena mondiale dei secoli XIX e XX, ora i gruppi umani tendono sempre
più a ritrovare la propria identità ritornando alle proprie
origini culturali e religiose e recuperando i valori del proprio passato.
Tale ricupero dei valori tradizionali è in se stesso un fenomeno
positivo. Tuttavia si può facilmente notare che quando tale auto-indentità
viene vissuta in modo 'tribale', cioè in uno spirito di esculsività
e di ostilità verso gli altri gruppi e le altre culture umani,
essa diventa la fonte di nuovi ‘tribalismi culturali e religiosi’.
E questi a loro volta, quando sono uniti da forti interessi politici
ed economici, diventano facilmente fonti di scontri e guerre feroci,
con conseguenze catastrofiche ed imprevedibili, come molta storia recente
dimostra. Si pensi ai conflitti culturali-religiosi che hanno devastato
recentemente, e continuano a devastare tuttora, tante regioni del nostro
pianeta quali la Yugoslavia, molti paesi dell’Africa, l’Indonesia,
l’Afganistan, l’Iraq, ecc. Di fronte a conflitti così
devastanti, diventa imperativo sempre più urgente per tutti prendere
e far prendere coscienza delle correnti tribaliste che li alimentano
sconvolgendo la vita del nostro villaggio globale, e quindi della necessita'
di impegnarsi tutti insieme per un loro superamento.
Anche qui, credo, il ruolo delle religioni è determinante. La
religione infatti rischia di essere catturata nel gioco tribale della
presente umanità 'globalizzata', come nel passato lo fu per i
vari tipi di imperialismo che hanno dominato la storia umana. Nella
presente umanità 'globalizzata' infatti le guerre non si scatenano
più fra villaggi diversi come nel passato, ma in modo non meno
feroce e devastante fra i quartieri e le strade dello stesso villaggio
globale. È importante quindi che ogni religione prenda coscienza
del pericolo di essere strumentalizzata dalla violenza tribale, e conseguentemente
operi per un superamento dei propri tribalismi culturali, riprendento
le ricchezze di saggezza che ogni tradizione tradizione religiosa contiene.
È stato spesso ripetuto (vedi il programma per un etica globale
da tempo proposto dal teologo tedesco Hans Küng) che non ci potrà
essere pace fra i popoli se non c'è prima pace fra le religioni.
Le religioni dell'umanità sono chiamate quindi a trovare e a
sostenere i principi di un comune ‘umanesimo globale’ su
cui fondare e costruire rapporti di convivenza pacifica fra i popoli
superando i demoni dei vecchi e nuovi tribalismi. Una profonda conversione
è quindi urgentemente richiesta da tutti, conversione che deve
partire dalla base, cioè da ogni singolo individuo, per allargarsi
poi a tutti i gruppi umani. Infatti sembra abbastanza evidente che non
ci si può aspettare dei reali cambiamenti da parte delle strutture
esteriori sociali, se i singoli individui che le compongono non sono
coinvolti in prima persona in un processo di radicale cambiamento di
mentalità.
Nel nostro villaggio globale grande importanza deve essere riconosciuta
al quartiere islamico, sia per la sua storia passata che per la sua
presenza attuale. Si tratta di più di un miliardo di persone
in rapida e continua espansione a livello mondiale. Il quartiere islamico
è agitato da potenti spinte fondamentaliste ed estremiste che
minacciano la pacifica convivenza con gli altri quartieri. Appare quindi
estremamente importante fare in modo che tale quartiere diventi esso
pure parte positiva e costruttiva per una convivenza pacifica con gli
altri quartieri del villaggio globale, superando i demoni del tribalismo
religioso che lo sconvolgono. Questo deve diventare uno degli scopi
più importanti ed urgenti dell’attuale dialogo interreligioso.
2-2. Il pluralismo religioso e le sue istanze.
Accanto alle sfide dell’attuale globalizzazione, l’umanità
vive in un orizzonte esistenziale più vasto e antico, quello
del ‘pluralismo religioso’. Anche questa è una realtà
storica che inevitabilmente pone delle istanze con cui ogni religione
è chiamata a confrontarsi, senza alibi.
Molti sono gli interrogativi che sorgono di fronte alla realtà
del pluralismo religioso. Questo fatto, è da considerarsi positivo
o negativo? È conciliabile o no con la coscienza dell’identità
propria di ogni singola religione e di ogni singolo credente? Il pluralismo
religioso deve portare necessariamente ad un relativismo religioso,
e in fondo all’indifferenza religiosa (secondo il detto comune:
‘tutte le religioni sono uguali!’), oppure è possibile
una presa di posizione più responsabile? Quale cambiamento di
mentalità dovrebbe comportare una simile posizione? Ed molti
altri simili interrogativi. Espongo qui brevemente alcune linee di risposta
ad alcune delle istanze che, a mio parere, il fatto del pluralismo religioso
necessariamente pone.
a. Un fenomeno positivo o negativo?
È un dato di fatto che nella storia umana noi non troviamo 'la
Religione' (intesa come una religione assolutamente chiara, evidente,
unica per tutti), ma 'molte religioni'. L’umanità si è
trovata fin dal suo inizio in una situazione esistenziale costituita
da una pluralità di religioni, e non da una sola. Il pluralismo
religioso quindi è un dato di fatto della storia umana. E, occorre
ben sottolineare, i 'dati di fatto' della storia non possono essere
ignorati, ma sono lì per sfidare la nostra apertura verso il
reale, la nostra capacità di comprensione di esso così
come è, e non come noi vorremmo che fosse secondo sogni e inclinazioni
personali. Quest’ultima posizione è in fondo molto infantile
e semplificatrice. Occorre prendere atto della realtà storica
così com’è senza alibi, e cercare un senso che la
illumini. Questa è la prima sfida che il pluralismo religioso
pone a tutte le religioni.
Si può pure sottolineare il fatto che la pluralità delle
religioni rappresenta un problema proprio per chi, come il cristiano,
il musulmano ed altri, credono nell'esistenza di una 'rivelazione assoluta'
nella storia umana, di una rivelazione cioè che non è
semplicimente un accumulo casuale, ed in fondo contingente, di opinioni
religiose, ma un'indicazione precisa sul destino umano proveniente dalla
sua Origine Prima e dal suo Fondamento Assoluto: Dio stesso. Questo
è un fatto della massima importanza. La religione infatti non
tocca semplicemente la periferia dell'essere umano, come altri campi
umani quali la politica, l'economia, l'arte, ecc., nei quali la molteplicità
di opinioni è non solo desiderabile, ma necessaria. La religione
tocca il nucleo fondamentale dell'esistere umano, là in cui si
tratta del senso definitivo della sua esistenza, e quindi della sua
salvezza o dannazione. Essa si pone là dove l’essere umano
è chiamato a prendere posizione di fronte all’Assoluto,
e quindi a prendere una posizione assoluta di fronte all’esistenza.
Per questo motivo il pluralismo religioso ha sempre posto e continua
a porre dei grossi interrogativi a tutti, ma in particolare proprio
a quelli che hanno a cuore 'il fatto religioso', non come semplice fatto
culturale, contingente, ma come senso del destino ultimo dell'essere
umano in generale, come pure di ogni essere umano in particolare.
Sotto la spinta di tale preoccupazione, più o meno conscia, lungo
tutta la storia umana sono sorti molti tentativi di unificare il 'fatto
religioso' per dare un senso ad una storia che, a prima vista, appare
frastagliata, molteplice, contradditoria e senza senso. Molte religioni
infatti lungo la storia umana hanno cercato di ridurre il fatto del
pluralismo religioso ai propri termini, affermando che in fondo tutte
le religioni esprimono un’unica verità (coincidente evidentemente
con quella della propria religione), anche se espressa in termini differenti
secondo le varie culture in cui ogni religione si è sviluppata.
Nella tradizione induista, ad esempio, si parla volentieri della 'religione
o legge perenne' (sanâtana dharma) (coincidente evidentemente
con l’Induismo), di cui tutte le altre religioni non sarebbero
che delle espressioni regionali, limitate secondo un determinato ambiente
culturale. Anche il Buddhismo parla della 'quiddità o essenza
del Buddha' o della ‘Buddhità’, come di una realtà
fondamentale, presente in tutti gli esseri umani almeno in stato latente,
realtà che ogni religione in un modo o in un altro cerca di fare
venire alla luce, alla piena coscienza. L'Islam dal suo canto ha elaborato
l'idea della 'religione naturale' (dîn al-fitra), come la religione
originaria e pura (coincidente evidentemente col monoteismo islamico)
prima di ogni corruzione avvenuta nel seguito della storia umana. In
particolare in alcuni sufi, come al-Hallâj (m. 309/922) e Ibn
'Arabî (m. 638/1240) ed altri, ricorre spesso l'idea dell' 'unità
delle religioni' (wahdat al-adiyân), idea secondo cui tutte le
religioni esprimerebbero fondamentalmente lo stesso messaggio dell'Unità
Divina di cui l'Islam ne è, ben inteso, la formulazione più
esplicita, chiara e definitiva. Anche alcuni padri della Chiesa, come
S. Giustino (m. 163), S. Agostino, hanno parlato del Cristianesimo come
della 'religione prima o naturale', quella che è stata data all’inizio
all'umanità, prima che fosse corrotta nelle varie superstizioni
storiche. Come si può vedere la prestesa di essere la ‘religione
assoluta’ non è un tratto tipico del solo Cristianesimo,
come molte volte viene affermato in modo superficiale anche da parte
di molti studiosi di religione. La pretesa di essere la ‘religione
assoluta’ appare essere un tratto comune a tutte le grandi religioni
mondiali che abbiano un minimo senso della propria identità.
In epoca più recente da parte di molti teologi cristiani vari
tentativi sono stati fatti per elaborare degli schemi o dei paradigmi
religiosi in cui il fenomeno del pluralismo religioso potesse essere
in qualche modo inquadrato. Si è parlato di ‘esclusivismo’
(Karl Barth, Hendrik Kraemer), secondo cui ci sarebbe una sola religione
storica vera, ben inteso il Cristianesimo, mentre tutte le altre sarebbero
false, frutto della corruzione e della hybris umane. Si è parlato
di ‘inclusivismo’ (Karl Rahner, e molti teologi cattolici),
secondo cui tutte le religioni avrebbero una loro validità derivata
da una di esse, ritenuta come l'assoluta e la normativa per tutte, e
questa sarebbe ben inteso il Cristianesimo. Si è parlato di un
‘pluralismo’ in chiave riduttiva (John Hick, Paul Knitter
e molti teologi delle Chiese riformate), secondo cui non esiste una
religione assoluta nella storia umana, ma tutte le religioni storiche
sarebbero ugualmente valide come espressioni particolari e relative
di un teocentrismo di base, comune a tutte. Quest'ultimo si differenzierebbe
nella sua formulazione secondo i contesti culturali diversi, per cui
mentre i cinesi parlano di Tao, gli indiani parlano di Brahman, gli
ebrei di Yahweh, e i cristiani di Dio Padre di Cristo, i musulmani di
Allâh, ecc. Ma la realtà intesa sarebbe alla fine unica.
Ora però molti studiosi mostrano un certo grado di scetticismo
riguardo a questi 'schemi o paradigmi teologici' pre-costruiti. Ci si
è accorti infatti che ogni schema è insufficente ad inquadrare
tutta la ricchezza delle realtà delle varie tradizioni religiose.
Il fenomeno religioso è una realtà troppo complessa per
essere ridotta a degli schemi astratti in cui nessuna religione in realtà
si riconosce pienamente.
In conclusione, il pluralismo religioso rimane una seria sfida per tutti,
soprattutto per coloro che intendono avere una comprensione realistica
della storia religiosa dell’umanità, senza sconti né
riduzioni. I vari tentativi fatti per ridurre tale fenomeno o ad un
puro prodotto negativo della malvagità umana, o ad uno medesimo
contenuto minimale, si sono dimostrati insoddisfacenti. Dal punto di
vista cristiano si nota che la teologia cristiana comincia ora a prendere
più sul serio il fatto storico del pluralismo religioso cercando
di vedervi una ‘volontà positiva e provvidenziale’
di Dio per l’umanità. Pur mantenendo la visione dell’assoluta
centralità di Cristo, la teologia cristiana sente che non è
più ragionevole, anzi è contro la sua fede in Dio come
amore assoluto, trascurare la massiccia presenza storica delle altre
religioni, o considerarla un fatto puramente negativo. I due dati di
fede, cioè la centralità di Cristo e l’universalità
dell’amore di Dio, vanno affermati insieme e non negati in un
concordismo amorfo. Tuttavia, nonostante molti seri tentativi di riflessione
fatti sul tale questione (vedi in particolare l’opera di Jacques
Dupuis, m. 2005), non pare che ci sia in vista una soluzione teologica
soddisfacente di tale problema. Siamo ancora in una fase di ricerca,
e la presente ricerca intende dare un contributo per fare dei passi
in avanti.
b. Tra identità e alterità.
Parlando del 'fatto religioso', occorre mettere in chiaro che in tale
campo non si dà in realtà un punto di vista assoluto,
necessariamente riconosciuto da tutti, entro cui tutti gli altri possono
essere inquadrati. Ogni punto di vista nel campo della religione, anche
quello che si pretende il più universale ed assoluto e che cerca
di ridurre tutte le differenze ad un minimo comune denominatore su cui
tutte le religioni possano convergere (come il teocentrismo riduttivo
proposto da John Hick, Paul Knitter ed altri), anche un tal punto di
vista è e rimane pur sempre un punto di vista 'particolare'.
Esso si pone come una nuova visione religiosa dell’umanità
accanto ad altre visioni religiose prima e dopo di essa. Il difetto
fondamentale di una simile visione riduttiva è che in essa ogni
religione si trova 'stretta', mutilata e privata di alcuni dei suoi
elementi essenziali, senza dei quali essa non si riconosce più
come tale. Infatti, come può l'Induismo riconoscersi tale senza
il riferimento fondamentale ai Veda e ai suoi dei? E il Buddismo senza
il riferimento all'esperienza di Budda? E il Cristianesimo senza il
riferimento alla singolarità della persona di Cristo? E l'Islam
senza il riferimento alla figura di Muhammed e al Corano? E così
via. Non è col ridurre le differenze che si facilita un vera
comprensione fra le differenti religioni. Non è facendo colassare
il Brahaman dell’Induismo, il Tao del Taoismo, il Buddha del Buddhismo,
lo Yahweh della Bibbia, il Dio Padre di Cristo, l’Allâh
del Corano in un sola e generica idea del Divino, o del Divino Indistinto,
come preferisco dire, che si facilitano i rapporti di comprensione e
di dialogo fra le varie religioni. Anzi, in in tale visione riduttiva
ogni religione si sente mutilata e, in fondo, tradita e falsificata
in un generico concetto del Divino, Divino Indistinto o Indistinto Divino,
ben lontana dall'esperienza specifica di ognuna di esse.
Al contrario occorre prendere le 'differenze' religiose in tutta la
loro serietà, nel loro pieno e profondo significato; solo allora
ci si mette sulla via del vero incontro interreligioso. Sembrerebbe
lapalissiano, ma spesso si trascura di considerare il fatto che un vero
dialogo suppone dei partner realmente diversi, e non degli omologati,
tali (coscienti o no) fin dall'inizio. I vari tentativi infatti di fondare
un dialogo interreligioso sulla riduzione delle differenze dell’
'altro' in un concordismo superficiale e riduttivo, non sembrano avere,
alla prova dei fatti, un solido fondamento teorico, né hanno
portato a dei risultati concreti interessanti.
Occorre quindi affermare le diversità fra le religioni. Occorre
riconoscere che ogni religione ha il diritto alla propria identità
irriducibile. Anzi si deve dire che è proprio nell'assumere l'
'alterità' dell' 'altro' in tutta serietà e senza alibi,
che uno arriva a comprendere la sua propria identità in modo
sempre più profondo e vero. Alterità ed indentità
non si escudono né si elidono necessariamente, anzi esse si richiamano
e si rafforzano a vicenda. La comprensione di sè non è
cancellata, anzi è amplificata ed approfondita attraverso l'apertura
all'altro, al diverso. Occorre quindi avere uno sguardo più olistico
dell'esperienza religiosa, e non un pregiudizio relativista e riduzionista
di essa.
A tale proposito, occorre pure sottolineare che, contrariamente a quanto
opinioni assai diffuse fra gli studiosi del fenomeno religioso vanno
affermando, l'esperienza religiosa non può essere considerata
né ridotta ad un quid indifferenziato (astratto, quasi sussistente
in sè), un quid che verrebbe poi specificato, configurato ed
espresso in forme e modelli di linguaggi diversi presi dai differenti
contesti culturali. L’esperienza religiosa non è l’esperienza
di un ‘Divino Indistinto’ che verrebbe poi chiamato con
nomi che variano a seconda dei molteplici contesti culturali. Un simile
‘Divino Indistinto’ o 'Indistinto Divino' assomiglia troppo
alla famosa hegeliana ‘notte nera in cui tutte le vacche sono
nere’. Ad un’analisi più acuta ed approfondita appare
chiaro che l'esperienza religiosa è fin dal suo primo costituirsi
un'esperienza vitale, e come tale nasce sempre in un contesto determinato.
Essa è come la vita che non esiste in modo astratto, generale,
ma sempre in viventi concreti. La vita inoltre non è un dato
statico, ma un’energia dinamica, in un continuo movimento di crescita
e sviluppo, pena la morte. Allo stesso modo l'esperienza religiosa nasce
in esperienze vive e concrete all’interno delle varie tradizioni
religiose, ognuna delle quali ha una sua originalità irriducibile.
L’esperienza induista non è quella buddista, né
quella ebraica, né quella cristiana, ecc., e viceversa. È
partendo dal proprio contesto vivente che ogni esperienza religiosa
deve cercarsi, progredire e ampliarsi, aprendosi infine alle altre esperienze
religiose differenti dalla propria. Ed è proprio questo aprirsi
al diverso che è il segno della sua vitalità e che dimostra
che essa è un fenomeno vivo, non statico, o morto. E non c’è
dubbio che il dialogo rappresenta uno degli ambienti più importanti
per tale crescita, come pure esso è uno dei segni più
significativi della sanità di una vera esperienza religiosa.
Un’esperienza religiosa incapace di vero dialogo con le altre
rischia di essere un’esperienza molto limitata, chiusa in se stessa,
malata di infantilismo.
D’altra parte occorre pure mettere in chiaro che prendere sul
serio l'alterità dell'altro senza riduzioni non significa chiudersi
in una incomunicabilità reciproca. L’altro, pur essendo
diverso, non è il totalmente estreaneo e straniero, alla fine
incomprensibile. Ogni esperienza religiosa è necessariamente
anche esperienza umana, che si colloca all’interno di uno stesso
orizzonte epistemologico umano, determinato dalle grandi linee onto-epistemologiche
della nostra comune umanità (la specie umana), del nostro comune
ambiente esistenziale (l'universo) e del nostro comune orientamento
verso lo stesso destino ultimo (la trascendenza verso l'Assoluto). Tutte
le esperienze religiose si collocano in tale orizzonte umano comune
di cui intendono esserne una lettura, una interpretazione ed una esplicitazione.
C'è sempre quindi abbastanza spazio umano e spirituale in cui
i credenti delle varie religioni possono muoversi gli uni verso gli
altri, incontrarsi e camminare insieme verso la loro meta ultima in
uno sforzo comune di apertura e di comprensione. Gli interrogativi umani
ricordati nel Preambolo al documento Nostra Aetate possono essere letti
e compresi appunto come un' indicazione di tale orizzonte umano comune
a tutte le religioni. Ogni religione si colloca di fatto, ed ora più
che mai lo deve fare in modo cosciente, all’interno di tale comune
orizzonte umano storico-esistenziale. Ed è proprio nell'incontro
con esperienze religiose diverse dalla propria che ogni religione deve
trovare, o a ritrovare, la propria indentità più profonda
e reale.
Il pluralismo religioso, dato di fatto della storia religiosa dell’umanità,
costitusce quindi l’orizzonte ineliminabile di ogni vera esperienza
religiosa. Esso appare inoltre come la vera garanzia della libertà
umana proprio nelle sue scelte fondamentali: il campo delle scelte religiose.
Ora poi, nell'epoca moderna e post-moderna, tale orizzonte pluralista
si e' ulteriormente complicato in un pluralismo culturale in cui la
religione ne occupa solo una parte. Ma questo e' un argomento che richiederebbe
una trattazione piú ampia e specifica.
Ad ogni modo, è all’interno di tale ineliminabile orizzonte
pluralista che ogni religione è chiamata, ora più che
mai, a trovare o ritrovare la propria indentità in un rapporto
postivo con l’alterità dell’altro. Se la mia identità
nega l’alterità dell’altro, essa si rivelerà
alla fine non una vera identità, ma una chiusura ombelicale,
o diciamo pure tribale, nel mio particolare mondo religioso. La mia
identità è veramente tale se essa dà senso all’alterità
dell’altro. Occorre quindi conoscerci nella nostra diversità
ed accettarci nella nostra pluralità, e lì creare momenti
di dialogo, di conversazione e di scambio.
Come cristiano, ad esempio, debbo dire che la vera identità della
mia fede in Cristo non consiste nel vedere in tutto ciò che è
non-cristiano ‘tenebre e male’, riducendo Cristo alla fine
ad essere una candela solitaria che brilla nelle tenebre del mondo.
Questa è, a mio parere, una visione molto riduttiva della realtà
di Cristo. Basta infatti una piccola candela per illuminare delle tenebre
assolute. La mia fede cristiana invece mi porta a riconoscere Cristo
che fin dall’inizio della creazione è “la luce che
illumina ogni uomo che viene in questo mondo” (Giov 1, 9). Questo
significa che in ogni persona umana c’è la luce di Cristo.
Le luci quindi che trovo nelle altre religioni, sono luci reali, e non
tenebre. E nella mia visione di fede esse sono tali proprio per la luce
di Cristo che le illumina. Cristo quindi è ‘la luce del
mondo’ (Giov 8, 12), non perché annulla tutte le altre
luci, riducendole a tenebre, ma perché Egli ne è la conferma
e la valorizzazione: Egli è la loro origine e il loro fondamento.
Egli è in realtà ‘la luce vera e immensa che risplende
sopra tutte le luci’, e non una candela solitaria che splende
nelle tenebre. In questa visione possiamo meglio comprendere quello
che il documento Nostra Aetate afferma, posizione ripresa pure da un
altro importante documento ecclesiale Dialogo e Annuncio, e cioè
che in Cristo ‘tutto ciò che è vero e santo in tutte
le religioni viene accettato, confermato e portato a compimento’.
Questa è infatti la logica della teologia dell’Incarnazione:
‘il Logos assume, purifica e glorifica la natura umana’;
come esso è pure la logica fondamentale della grazia: ‘la
grazia perfeziona e non distrugge la natura’.
Solo in una visione del genere le varie esperienze religiose possono
essere positivamente accolte ed viste nel piano della provvidenza divina.
Accettate in tale prospettiva, esse faranno crescere tutti verso una
verità più comprensiva, frutto non di uno schema precostituito,
ma di una verità che rimane sempre aperta alle sorprese dell'Assoluto.
L'Assoluto infatti come tale (e questo pure dovrebbe essere lapalissiano)
non può essere concepito come un dato statico, ma proprio in
quanto Assoluto egli è anche sempre la Novità assoluta
e imprevedibile. Egli è il sempre Trascendente, come Colui che
sempre trascende ogni limite, ogni schema, ogni formula, ogni definizione.
Egli è pure il sempre Veniente, come Colui che sempre oltrepassa
ogni situazione limitata, creando realtà sempre nuove: “Io
faccio nuove tutte le cose” (Apoc 21, 5).
Occorre quindi entrare in un rapporto positivo con le altre religioni.
All'atto pratico dell'incontro dialogico si constaterà che oltre
alle differenze c'è ampio spazio umano e divino, occorre dire,
per un incontro, una mutua comprensione e scoperta, ed infine un arricchimento
reciproco. Alla fine ci si scoprirà tutti nella nostra dimensione
umana fondamentale, come 'pellegrini dell'Assoluto', in cammino verso
di Lui, meta ultima del nostro pellegrinare umano, Colui che nessuno
può pretendere di possedere, ma che chiama tutti a Sè
per essere Lui stesso “Tutto in tutti” (1 Cor 15, 28).
c. Il futuro della religione o la religione
del futuro: quattro istanze fondamentali per le religioni del nostro
tempo.
Finora abbiamo considerato la situazione religiosa del nostro tempo
alla luce di due orizzonti di comprensione che la determinano: l’orizzonte
della globalizzazione e quello del pluralismo religioso. Da queste considerazioni
emergono, a mio parere, alcune istanze fondamentali con cui ogni religione
è chiamata a confrontarsi se vuole rispondere alle richieste
del contesto spirituale contemporaneo.
Queste istanze possono essere riassunte in quattro punti: ogni religione
è chiamata a rivisitare il senso originario del suo messaggio
fondante, a confrontarsi seriamente con la modernità e le sue
istanze critiche, a mettersi in un dialogo significativo con le altre
religioni, ed infine ad impegnarsi seriamente per la giustizia in un
mondo che rischia di divenire sempre più disumano. Esaminiamole
brevemente.
i. Rivisitare il proprio messaggio originale
Ogni grande religione nasce da una esperienza fondante e, su tale base,
essa si ritiene portatrice di un messaggio che è capace di trasformare
la vita delle persone che lo accettano. Tale esperienza originaria ed
originante, o, meglio, l'attualizzazione continuamente rinnovata del
suo messaggio fondante, ha costituito la forza portante di ogni religione
lungo la sua storia. Si pensi all'esperienza di Buddha per i Buddhisti,
all'incontro con la persona di Cristo per i cristiani, alla rivelazione
coranica per i musulmani, ecc. Questi messaggi religiosi hanno dato
motivo di vita e di speranza a milioni e milioni di persone, costituendo
per esse la ragione più profonda della loro esistenza.
Tuttavia, lungo la storia tale messaggio originale è stato letto,
interpretato e applicato in vari modi. Questi possono essere stati dei
legittimi sviluppi ed approfondimenti di esso, ma molte volte possono
essere, e di fatto sono stati, delle deviazioni, dei compromessi o degli
oscuramenti del suo senso primo. Per questo motivo tutte le religioni,
in tutti i tempi e in tutti i luoghi, sono state, e sono incessantemente
attraversate da movimenti di 'riforma', di 'rinnovamento', con appelli
urgenti per un ritorno al senso originario del messaggio fondante. Una
domanda fondamentale si impone inevitabilmente ad ogni tradizione religiosa:
qual'è la sua esperienza fondante o, se si vuole, il suo messaggio
originale? Quanto di tale esperienza fondante o di tale messaggio originale
è ancora vivo e valido nella realtà presente di tale religione?
Una simile domanda non puo' essere evitata, soprattutto nel contesto
attuale dell'umanità globalizzata in cui ogni tradizione religiosa
è messa a stretto contatto e confronto con le altre tradizioni
religiose. La semplice ripetizione della tradizione passata non può
essere una soluzione soddisfacente e durevole. Una posizione del genere
non può che condurre a chiusure spirituali e culturali tipiche
di molti movimenti fondamentalisti che attraversano le comunità
religiose del nostro pianeta, fondamentalismi che diventano un fertile
terreno per gli estremismi religiosi più violenti. Questi, come
è stato detto, costituiscono i moderni ‘tribalismi religiosi’
fonte permanente di tensioni e di conflitti nel villaggio globale umano.
Credo quindi si possa tranquillamente riconoscere che ogni grande tradizione
religiosa è portatrice di un nucleo originale, caratteristico,
proveniente dalla sua esperienza fondante. Tuttavia, tale nucleo deve
essere continutamente ripreso, rivisitato e ri-attualizzato con un accostamento
serio e critico alle sue fonti e alla sua storia. In caso contrario,
ogni religione rischia di fossilizzarsi facilmente in strutture legaliste,
esteriori e ripetitive, gusci vuoti senza vita.
ii. Confrontarsi con la modernità
L'uomo è un essere storico, necessariamente implicato in un processo
di evoluzione attraverso tappe non repitibili che lo conducono in avanti,
verso una meta ultima, che, se pur non sempre chiara alla sua coscienza,
è però in qualche modo sempre pre-sentita nella profonda
inquietudine del suo cuore.
L'uomo contemporaneo è l'uomo che ha fatto un'esperienza fondamentale
di maturazione della ragione umana. Il passaggio all'epoca moderna ha
significato l’acquisizione di una più chiara visione critico-scientifica
di sè, della propria storia e del mondo attorno a lui, liberandolo
da una visione mitologica di essi. Questa è stata l’esperienza
fondamentale dell’illuminismo europeo. Questa nuova visione critico-scientifica,
pur non esaurendo tutto il senso dell'esistenza umana (e in tal senso
si parla anche di un fallimento del razionalismo illuminista totalizzante)
non può più essere accantonata come non avvenuta. Anzi,
tale visione è destinata a perfezionarsi e a crescere sempre
di più, completandosi ed integrandosi con le altre dimensioni
dell'essere umano, quella religiosa in primo luogo.
Una religione che voglia vivere nel mondo presente non può più
(come da tempo affermano i pensatori più acuti del mondo moderno)
fermarsi ad una visione mitologica della realtà, una visione
fondata su di una percezione a-scientifica o pre-scientifica dell'universo
e della sua storia. In molte correnti religiose contemporanee c'è
come un desiderio di regressione infantile ad un mondo fatto di 'fate
e folletti', in cui si trova una facile contentezza in una realtà
semplificata... in soluzioni miracolistiche, quasi magiche, soprattutto
quando le cose toccano da vicino la nostra pelle...! Tale atteggiamento
infantile, segno di una immaturità della ragione, fa ancora grande
presa anche su molte persone delle nostre società scientifiche
e tecnologicamente avanzate, come molti studi e statistiche dimostrano.
Appare chiaro quindi che ogni religione deve uscire ora da un simile
infantilismo fideista, pena uno scontro sempre più amaro con
la realtà. Alcuni dei moventi del fondamentalismo religioso contemporaneo,
fondamentalismo che attraversa molte religioni contemporanee, l'Islam
in particolare, credo possano essere fatti risalire a un tipo di regressione
infantile alla ricerca di una sicurezza semplificatrice, non problematica.
La prova ne è che, come molti espisodi di attualità dimostrano,
quando tale sicurezza infantile è minacciata la violenza esplode
nel modo più irrazionale e devastante, frutto di una paura latente.
Il confronto con la modernità costituisce quindi un’altra
delle istanze di fondo con cui ogni tradizione religiosa deve confrontarsi,
se vuole diventare parte positiva del 'villaggio globale' umano. La
modernità non può essere più vista come un male
assoluto da combattersi in tutti i modi, posizione questa che in un
passato non lontano ha dominato in molte tendenze anti-moderniste all'interno
della Chiesa. Tale attitudine è riscontrabile pure in molte altre
religioni, nell’Islam in particolare. La modernità, secondo
la definizione del filosofo tedesco Emmanuele Kant (m. 1804), significa
'il divenire adulta della ragione’, quindi in se stessa reppresenta
una crescita umana positiva, anzi necessaria. D’altro canto una
fede è tanto più autentica e profonda quanto più
è frutto di una scelta libera e razionalmente matura. Il male
di molto razionalismo moderno è stato quello di aver voluto erigere
la ragione umana a principio assoluto di tutto. Allora si sono scatenati
estremismi razionalisti che hanno condotto l’umanità dell’epoca
moderna a catastrofi terribili, come le due guerre mondiali combattute
sotto l’egida dello scientismo moderno. Anche l’idolatria
della ragione si rivela essa pure altamente irrazionale. Ogni religione
nel nostro tempo postmoderno è chiamata quindi a trovare un equilibrio
serio e fondato tra fede e ragione. Questa e' una sfida per tutte le
religioni del nostro pianeta.
iii. Mettersi in dialogo con le altre religioni
Ogni religione si situa in un mondo che è ben più vasto
del cerchio dei propri adepti. Prima, con e dopo di essa un numero incalcolabile
di persone sono vissute sulla faccia di questo pianeta, hanno amato
e sperato, poi sono sparite dal nostro orizzonte visibile. Un numero
grandissimo di religioni sono state per tale numero incalcolabile di
persone la sorgente, la speranza e il motivo del loro vivere, lavorare,
amare e morire. Grandissimi valori di umanità, di cultura e di
spiritualità si sono sviluppati all'interno delle varie tradizioni
religiose, valori che sono stati la linfa vitale per le grandi civiltà
umane del passato e che devono restare patrimonio comune a tutta l'umanità.
Considerare tutta questa storia umana come puramente negativa, insignificante
od inutile, per il solo fatto che quelle persone con le loro credenze
e le loro idee non fanno parte del nostro 'gregge', del nostro 'gruppo'
o della nostra 'nazione', ecc., sarebbe condannare gran parte della
storia umana. Però in tal modo uno condannerebbe anche se stesso,
perché si mutilerebbe di una parte di umanità che gli
appartiene, dato che egli pure appartiene all'umanità.
Anche tale tendenza di condanna e rifiuto di tutto ciò che è
'estraneo' rivela, a mio parere, un tipico atteggiamento infantile.
Il bambino considera la propria casa, la propria famiglia come il 'centro
dell'universo', e tutto ciò che è estraneo ad esse diviene
automaticamente 'ostile', una minaccia al proprio mondo, minaccia da
combattere ed eliminare.
Una religione che intenda prendere parte positiva nel 'villaggio globale'
umano deve superare tale atteggiamento infantile di diffidenza e condanna
verso ciò che è 'diverso'. Pur affermando la propria verità,
essa non deve eliminare la verità dell'altro. La religione del
futuro dell’umanità non può più essere quella
di un ghetto o di una setta, in una parola, una religione ‘tribale’.
Al contrario essa deve essere simile all'albero evangelico dove tutti
gli uccelli del cielo possono venire per trovarvi rifugio e costruirvi
il loro nido (Mt 13, 31-32). In questa religione tutti gli uomini possono
trovare qualcosa che parla loro, che li illumina, se non altro a scoprire
i valori più profondi ed autentici della propria tradizione religiosa.
Tale fu pure l'atteggiamento di Cristo. Egli, pur proclamando di essere
venuto a 'portare a compimento' la legge giudaica, ha affermato anche
che nessun 'iota' (che è la più piccolo lettera dell'alfabeto
ebraico) di tale legge sarà nullificato, intendendo che tutto
ciò che in essa c’è di vero, buono e valido rimarrrà
nella sua 'nuova legge'. Tale dovrebbe essere quindi l’atteggiamento
dei suoi discepoli verso il resto delle religioni del mondo.
Per questo motivo, un sincero atteggiamento di dialogo verso le altre
religioni sembra essere, a mio avviso, un atteggiamento fondamentale
per ogni religione che voglia divenire un fattore positivo nel villaggio
globale umano. Oso dire che il santo di domani non potrà più
essere il santo di una sola tradizione o cerchia religiosa, ma dovrà
essere una persona che proclama una parola significativa per ogni tradizione
religiosa e che viene da esse riconosciuto come tale.
Ma, a scanso di equivoci e delusioni, un vero dialogo interreligioso
non può ridursi a platoniche dichiarazioni di buone intenzioni,
ma deve essere frutto di un maturo accostamento critico alla propria
storia e a quella degli altri per giungere ad una vera e profonda conoscenza
di sè e dell'altro. Solo su tale base ci potrà essere
un vero scambio di esperienze ed idee, e quindi un vero dialogo. Ogni
religione è chiamata quindi ad essere nel villaggio globale umano
una religione in dialogo con le altre. Parafrasando un detto del noto
teologo cattolico, Karl Rahner (m. 1984), il quale affermava che il
cristiano di domani "o sarà un mistico (cioè uno
che ha una reale esperienza di Dio) o non esisterà affatto",
oserei dire che la religione di domani "o sarà una relgione
in vero dialogo con le altre o non esisterà affatto", forse
perché si sarà trasformata o in pura ideologia umana,
o in una setta, o in una religione ‘tribale’, limitata ad
un chiuso cerchio di adpeti.
4. Impegnarsi per la giustizia nel mondo
Il dovere di impegnarsi per la giustizia fra gli esseri umani è
scritto in chiare lettere in tutte e tre le religioni della tradizione
abramitica: Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Ma esso trova pure sostegno
nelle tradizioni delle altre grandi religioni dell'umanità. La
sua pratica storica tuttavia ha avuto sempre dei punti oscuri e negativi
in tutte le religioni; ogni religione ha avuto i suoi momenti di violenza...
chi più, chi meno. Credo che nessuno, da questo punto di vista,
possa dirsi innocente nella storia. Ora però l'impegno per la
giustizia è divenuto un problema urgente e inevitabile per la
stessa sopravvivenza della nostra umanità del 'villaggio globale'.
Da una parte, la coscienza moderna ha fortemente sviluppato il senso
della dignità e dei diritti della persona umana, di ogni persona
umana, come pure il rispetto della sua libertà a tutti i livelli
(in particolare libertà di coscienza, di parola, di informazione,
di associazione, ecc.), come pure il senso di uguaglianza fra tutti
gli esseri umani. Questa nuova coscienza dei diritti umani, maturata
nel mondo moderno anche attraverso tragici conflitti ed eventi, non
può e non deve più essere rimessa in discussione. Infatti
è in particolare contro tale coscienza della libertà e
dignità della persona umana che sembrano concentrarsi gli attacchi
dei vari tipi di tribalismo culturale e religioso che agitano i movimenti
fondamentalisti moderni, quelli islamici in particolare. Questi infatti,
quando riescono a prendere in mano le redini del potere, come negli
stati fondamentalisti islamici, la prima cosa che fanno è quello
di attaccare lo statuto dei diritti della persona umana e impedirne
l’esercizio. Ma anche negli stati cosidetti liberali dell'Occidente
secolarizzato ci sono vari tipi di manipolatori e di persuasori occulti
che condizionano pesantemente la dignità e la libertà
della persona umana nella società. I diritti umani infatti, questo
sembra essere un dato storico ineludibile, non possono e non devono
essere dati per scontati una volta per tutte; essi sono una conquista
continua di ogni società umana, soprattutto quanto alla loro
pratica.
D'altra parte, il processo di 'globalizzazione' stà creando una
situazione nuova in cui la persona umana è a rischio di essere
manipolata e strumentalizzata in modi che non hanno precedenti nella
lunga storia dell’umanità. La globalizzazione del mercato
infatti non significa necessariamente giustizia e benessere per tutti,
come un certo ottimismo global-capitalista, diffuso ancora in molti
settori della politica e dell'economia mondiale, pretende. Non è
vero il detto che: "La ricerca del profitto privato porta (come
per magia!) al benessere di tutti", come ancora qualche sostenitore
del puro liberalismo economico continua a proclamare. In realtà
le statistiche del nostro ‘villaggio globale’ parlano di
un divario crescente fra il mondo dei ricchi e quello dei poveri, e
rivelano l'estendersi di una degradazione dell'umanità a tutti
i livelli con il possibile rischio di un crollo dei suoi valori fondamentali
fino alla sua quasi assicurata autodistruzione. Non solo, ma il progresso
straordinario della scienza e della tecnologia fornisce all’essere
umano, come individuo e società, dei poteri di manipolazione
impensabili fino a pochi anni fa. Si pensi alla manipolazione genetica,
e a tutte le sue possibili conseguenze. E questo e' tanto più
pericoloso per il fatto che tali manipolazioni vengono operate per lo
più all’oscuro della coscienza pubblica (che viene in molti
modi sistematicamente disinformata e manipolata) e al servizio di molti
interessi occulti. Uno sguardo allo sviluppo della scienza nel mondo
moderno mostra che non esiste la 'scienza pura', dedicata al puro servizio
del sapere e del benessere dell’umanità, esente da coinvolgimenti
in interessi economici. Tale ideale illuministico, ancora sbandierato
da molti nomi illustri della scienza contemporanea, si è rivelato
un inganno ed un’amara illusione. Uno sguardo obiettivo alla scienza
moderna mostra che non c’è stato praticamente nessun scienziato
che non si sia messo, volente nolente, a servizio di determinate ideologie
politiche (si pensi alle ideologie del nazismo e del comunismo) o vari
interessi economici (si pensi al sistema liberal-capitalista). Non esiste
lo scienziato ‘puro’, ma purtroppo sempre lo scienziato
compromesso a livello umano in mille modi, e ora nel nostro villaggio
globale messo a servizio dei grandi manipolatori del marketing mondiale.
Quindi, una religione che voglia essere un fattore positivo nel nostro
villaggio globale deve essere una religione che prende seriamente a
cuore la difesa dei diritti umani, della dignità di tutta la
persona umana e di ogni persona umana, incominciando dai più
deboli e sfruttati. Questo è un segno che il suo messaggio viene
da veramente da Dio il quale, come si rivela in molti modi in tutte
le differenti tradizioni religiose, è prima di tutto un Dio di
'amore e misericordia', che ha a cuore il destino di tutte e di ognuna
delle sue creature, soprattutto di quelle più deboli. Una seria
e fattiva collaborazione di tutte le religioni in tale campo è
non solo auspicabile, ma estremamente necessaria se vogliamo salvare
l'umanità da un processo di disumanizzazione 'globale', che sembra
tendere, come è stato detto sopra, ad una 'robotizzazzione globale'
dell'umanità, secondo il detto citato: "L'uomo creò
la macchina e si trasformò a sua immagine e somiglianza".
Anzi ora si può dire che la macchina è diventata il dio
dell’umanità, e l'uomo il suo servo.
Tutte le religioni devono quindi impegnarsi seriamente per far sì
che la globalizzazione non si limiti ad creare un 'marketing globale'
per gli interessi delle grandi imprese capitaliste, ma che possa diventare
una vera 'umanizzazione globale' di tutti e come pure di ogni singola
persona umana, per realizzare in tutti e al massimo grado possibile
proprio la qualifica fondamentale di essere ‘umano’. Il
nostro villaggio globale potrà vivere in pace e prosperare solo
se sarà guidato dall’ideale di un vero ‘umanesimo
globale’. Quindi un serio impegno per la giustizia nel mondo è
pure una delle istanze più urgenti della nostra umanità,
istanza che rappresenta una sfida per ogni religione del nostro tempo.
In fine, credo che solo quella religione che saprà rispondere
in modo positivo alle quattro istanze proposte potrà rappresentare
e divenire un fattore positivo nel nostro villaggio globale, e quindi
avere un vero futuro, o, in altre parole, essere la ‘religione
del futuro’.
2-3. La mistica nell’orizzonte esistenziale
dell’umanità contemporanea
Il dialogo interreligioso è un fattore estremamente importante
per far fronte alle sfide e alle istanze che minacciano l'esistenza
del nostro villaggio globale. Qui occorre aggiungere che tale dialogo
deve avere il suo punto di partenza e di ritorno là dove è
il cuore dell'esperienza religiosa, cioè l'esperienza mistica.
a. La mistica come esperienza dell’indentità
umana
Il termine 'mistico', con i suoi derivati, è stato ampiamente
banalizzato nella presente cultura di massa imposta dal consumismo globale.
Esso è stato ridotto il più delle volte a significare
quanto c'è di più stravagante, illogico e banale a livello
dello presente show consumista, al punto che si parla con tutta disinvoltura
della mistica di prodotti come profumi, motori, sport, ecc. Il termine
'mistico' nell’attuale massificazione culturale è spesso
usato per indicare i fenomeni più strani e paranormali, come
visioni, miracoli, ed altre cose del genere.
È necessario quindi riportare il termine al suo senso vero, originario
e profondo. A questo riguardo, senza ripetere quanto è stato
detto altrove, tocco solo alcuni tratti del vero senso del termine.
Il termine ‘mistico’, come si sa, deriva dal termine greco
muô che significa tacere, soprattutto sui segreti dei misteri
religiosi. In seguito è stato usato nel linguaggio religioso
per indicare la realtà più profonda dell'essere umano,
ciò che vi è in esso di più segreto e nascosto,
non esposto né disponibile ad essere manipolato dalla curiosità
indiscreta e dagli interessi superficiali del pubblico. Il termine 'mistico',
nel suo senso più vero, significa infatti ciò che vi è
di più reale nel più profondo del cuore umano, là
dove l'uomo si incontra con l'Assoluto e con Lui celebra il suo incontro
trasformante. Prendere sul serio tale dimensione fondamentale dell'essere
umano, volerla verificare nel proprio esistere quotidiano, scommettere
su di essa la propria vita, questo significa entrare nella dimensione
mistica.
L’esperienza mistica, cuore dell’esperienza religiosa, è
quindi anche il cuore dell’esperienza umana. La mistica infatti
non è un astratto discorso su Dio, ma un incontro concreto con
Colui che è il fondamento ultimo dell’esistenza umana,
e quindi il suo senso e fine ultimo.
È stato notato che proprio tra lo scorcio del secolo passato
e l’inizio del presente, il XXI, o se si vuole nel passaggio tra
i due millenni, il secondo e il terzo, c’è stato un nuovo
interesse ed una diffusa ricerca per il ‘mistico’. Tale
‘ritorno di Dio’, come è stato chiamato, è
visto da molti come una conseguenza della delusione nei riguardi delle
grandi ideologie mondiali che hanno dominato il tempo moderno, delusione
che ha spinto verso la ricerca di qualcosa più vitale e personale.
A tal riguardo si riporta di frequente una frase attribuita al noto
intellettuale francese André Malraux: “Il secolo XXI o
sarà mistico o non sara”. Egli ha inteso indicare nella
mistica l’unica via per salvare la più profonda e vera
identità umana.
b. La mistica come esperienza del Mistero divino
L’esperienza mistica si rivela un'esperienza altamente drammatica.
In essa infatti si riassume e si concretizza il dramma radicale dell'essere
umano. L'essere umano, come è stato indicato, è quell’essere
chiamato all'incontro con il suo fondamento supremo ed ultimo: Dio,
il Mistero assoluto. Ma tale Assoluto, termine ultimo delle aspirazioni
del cuore umano e meta ultima del suo pellegrinare nel tempo, si rivela
in ultima analisi come ciò che vi è di più indispensabile
e necessario all'uomo, ma nello stesso tempo anche come ciò che
è più indipendente da Lui, perché Egli è
Colui che può essere ricevuto solo come libero dono e pura grazia,
al di fuori di ogni manipolazione umana. L'uomo infatti può incontrare
l'Assoluto solo là dove questi si fa incontrare nella sua più
assoluta libertà. Il dramma quindi della ricerca umana può
essere riassunto nei seguenti termini: l'uomo è quell’essere
che è alla ricerca del senso più profondo e reale del
suo esistere, cioè di ciò che vi è di più
indispensabile e necessario per lui, e tuttavia egli non può
raggiungere tale meta né ottenere tale scopo se non come dono
assoluto e pura grazia. Tale esperienza dell'Assoluto è al cuore
di ogni vera esperienza mistica, e quindi di ogni vero mistico.
L'esperienza mistica, d’altra parte, ci porta ad un livello che
sta al di là di ogni chiara formulazione logico-razionale. Si
tratta prima di tutto di esperienza, cioè di un accadimento personale,
esistenziale, in cui la persona umana entra in contatto col Mistero
divino. In tale incontro, come le testimonianze dei mistici di tutte
le religioni rivelano chiaramente, accadono cose 'che nessun occhio
umano ha visto e nessun orecchio umano ha udito'; mediante tale esperienza
il mistico viene radicalmente trasformato. I mistici che hanno avuto
un reale esperienza di Dio, come l'Assoluto, hanno sperimentato che
tutti i limiti in cui le nostre esistenze umane sono immerse ed incatenate,
i limiti cioè del tempo e dello spazio, sono stati in un certo
senso superati. L'esperienza mistica è un incontro con la Realtà
Assoluta, Realtà che come tale non può essere né
divenire possesso o dominio esclusivo di nessuno, né può
essere costretta nei limiti di una cultura particolare. Al livello dell’esperienza
mistica 'solo lo Spirito è legge', dice il mistico spagnuolo
S. Giovanni della Croce (m. 1591); a tale livello l'essere umano si
riveste degli ‘Attributi divini’, dicono i mistici musulmani.
In ogni caso i mistici parlano con un linguaggio che solo chi ha gustato
la loro esperienza può capire, al di là delle formulazioni
teologico-razionali. L’esperienza mistica infatti intende e deve
essere esperienza concreta della Realtà assoluta, non un discorso
astratto su di Essa, e solo quelli che hanno "occhi per vedere
e orecchi per intendere possono capirla" (Mt 13, 9).
La mistica quindi, cuore dell'esperienza religiosa, deve diventare il
luogo privilegiato del dialogo interreligioso, base per un serio dialogo
interculturale. Un dialogo interreligioso che non arrivi ad una comunicazione
al livello dell'esperienza spirituale è un dialogo ancora incompleto,
monco. L'esperienza mistica infatti tende ad andare oltre la comprensione
esteriore della legge anche rivelata e oltre le sue formulazioni teologico-razionali.
Essa tende infatti all’incontro 'faccia a faccia' con la Realtà
Assoluta, al li là di tutti i limiti imposti dei vari tribalismi
culturali e religiosi.
Naturalmente, prima di mettersi in dialogo, occorre avere una seria
conoscenza dell'altro. Nel nostro caso occorre che uno abbia acquisito
prima di tutto, con empatia e simpatia insieme, una conoscenza seria
della realtà della mistica islamica o del sufismo. A tale scopo
rimando a quanto ho scritto altrove su tale soggetto, accennando qui
solo a tre tappe in cui, a detta dei sufi stessi, si struttura l'esperienza
mistica in Islam.
i. La legge (sharî'a). L'esperienza sufi
parte sempre dalla legge divina, la sharî'a, che in quanto legge
data da Dio alla comunita' musulmana e che percio' non dovrebbe essere
manipolata dagli uomini. Questo è il punto di partenza per ogni
serio cammino sufi: nessuno può pretendere di essere sufi se
non osserva la legge divina (sharî'a) rivelata da Dio. Questo
è quanto viene affermato dai maestri sufi di tutti i tempi, contro
una tendenza assai diffusa ai giorni nostri del 'fai da te', cioe':
fai il tuo personale cocktail spirituale.
ii. Il cammino (tarîqa). Ma la legge
è solo il quadro esteriore dell'esperienza mistica; il fedele
è chiamato a realizzarne le realtà interiori e profonde
intese da Dio, cioè a conformarsi alle ‘qualità
divine’, come dice un noto hadith, detto attribuito al Profeta
dell’Islam, Muhammad. Per sè, questo dovrebbe essere lo
scopo ultimo della vita di ogni credente, ma in pratica esso può
essere realizzato normalmente solo mediante un cammino particolare,
il cammino mistico, detto in arabo ‘via’ (tarîqa,
termine con cui gli ordini sufi si designano), e questo deve essere
compiuto sotto la guida di un esperto maestro spirituale (sheikh).
iii. La Verità-Realtà assoluta
(haqîqa). Però lo stadio finale di tale cammino non può
essere uno stato di perfezione puramente umano, anche se spirituale.
Questo sarebbe, a detta degli autori sufi più accreditati (come
pure di tutti i grandi maestri spirituali delle altre tradizioni religiose),
un tipo di idolatria (shirk), il peccato più condannato nell’Islam.
Il fine ultimo del cammino sufi non può essere che la Verità-Realtà
suprema (haqq-haqîqa), cioè Dio stesso, termine ultimo
di tutti i simboli e cammini religiosi. Il sufi quindi, in forza della
sua chiamata interiore, deve passare dall’esteriorità delle
forme all’esperienza personale interiore e viva, cioè al
'gusto' (dhawq) della Realtà divina stessa, senso e scopo ultimo
del suo cammino. La storia dimostra che molte volte questo cammino può
portare il sufi ad esperienze ed espressioni che sembrano contraddire
la prima tappa, quella cioè della legge e delle sue formulazioni
teologico-razionali. Questo conflitto, in cui la bianca rosa della via
mistica dei sufi è stata sovente imporporata con il rosso del
loro sangue, secondo una diffusa immagine-simbolo della loro esperienza,
sembra un dato ineliminabile del mistero dell’incontro di due
libertà: quella dell’uomo e quella di Dio, l’Assoluto.
Quest’ultima infatti è una Libertà che sempre sorprende
e scandalizza quanti rimangono legati all'esteriorità della legge,
dei suoi simboli e delle sue formulazioni razionali.
Con tali premesse intendo entrare ora nei campi in cui è possibile
e, direi, doveroso l'incontro fra le varie esperienze mistiche, quelle
del Cristianesimo e dell'Islam in particolare. Chiamo tali campi ‘spazi
o luoghi di incontro’, perché essi indicano delle problematiche
che sono comuni a tutte le esperienze mistiche e cui queste sono chiamate
a rispondere. Leggere la propria esperienza mistica in dialogo e scambio
con altre esperienze simili è non solo utile, ma necessario anzi
indispensabile nel nostro tempo. Incoraggianti tentativi in tale senso
si possono trovare negli scritti di molte persone che da tempo hanno
tentato, e continuano a tentare di percorrere il cammino di dialogo
interreligioso a livello spirituale, convinti che questo deve essere
il cammino di ogni religione e di ogni credente del nostro villagio
globale umano. Non si può vivere nello stesso villaggio ignorando
le ricchezze spirituali degli altri suoi abitanti. Ricordiamo qui, a
titolo di esempio, solo alcuni nomi di tali persone dialogiche, come
il sufi e studioso musulmano Sayyed Hossein Nasr, il monaco benedettino
Bede Griffith, e il monaco buddista Thich Nhat Hanh. Insieme con essi
tante altre persone si sono avviate sul cammino del dialogo spirituale
fra le varie mistiche dell’umanità come dimensione essenziale
di ogni spiritualità per il nostro tempo.
3. Spazi di incontro fra il sufismo e le altre mistiche
3-1. L’essere umano e la sua l’identità
Ogni esperienza mistica nel Cristianesimo, nell'Islam come pure nelle
altre religioni, si presenta anzittutto come un'esperienza del 'sé'
umano, cioè di ciò che c'è di più vero e
profondo nell'essere umano. I mistici sono stati da sempre dei grandi
esploratori dell’interiorità umana. Essi sono i primi ad
affermare che l'essere umano non è semplicemente una cosa fra
le cose, e non può essere ridotto all'insieme dei suoi componenti
fisio-bio-psicologici. L'essere umano ha delle profondità da
cui scaturisce la sua vera identità, profondità indicate
comunemente con il termine 'anima' (psychê, nafs). Sondando le
profondità dell'anima umana i mistici sono testimoni che questa
è legata misteriosamente, ma realmente alla sua sorgente prima,
l'Assoluto. L'essere umano è essenzialmente l'essere della trascendenza
verso l'Assoluto: questo è l'illimitato, non-comprensibile e
non-afferrabile, ma sempre presente Orizzonte di ogni attività
umana in quanto tale, soprattutto nei suoi atti fondamentali di conoscenza,
libertà e amore. Questo assoluto e illimitato Orizzonte è
percepito dall'essere umano come il Mistero trascendente e santo verso
cui il suo cammino è diretto.
L'essere umano è stato definito come 'il pellegrino dell'Assoluto'.
Questa è la sua struttura ontologico-esistenziale che si manifesta
in tutta la fenomenologia del suo comportamento. L'essere umano è
quell'essere inquieto che nulla appaga. Egli è quell'essere che
porta dentro di sè una domanda di senso che mai si esaurisce
e che continuamente lo incalza: l'essere umano è l'essere destinato
a trascendere se stesso. Il suo punto di riferimento è sempre
un Orizzonte lontano, al di là di tutto ciò che da vicino
lo circonda. Ma, pur lontano, quell'Orizzonte è una realtà
che tutto avvolge e in tutto è presente. L'essere umano si sente
inevitabilmente proiettato fra due abissi: o l'elevazione infinita o
la caduta infinita. Egli infatti pur esistendo nei limiti del tempo
e dello spazio, aspira continuamente a qualcosa che li trascende. Come
crisalide prigioniera, egli tende a trasmutarsi in un essere nuovo e
libero; come feto fragile ed incompleto, egli si sente destinato ad
essere rigenerato in un essere adulto e perfetto. Sotto ogni punto di
vista l'uomo è quell'essere che è mosso da un desiderio
profondo, da una sete insaziabile, da una inquietudine radicale che
nulla può appagare. E questo perché egli nel profondo
del suo essere percepisce di essere orientato verso ciò che non
ha limiti, l'Assoluto. Sia che tale desiderio affiori esplicitamente
alla sua coscienza, sia che esso rimanga implicito nei suoi atti di
conoscere, amare e decidere in libertà e responsabilità.
Questi sono gli accenti, i desideri e le elevazioni che troviamo nei
mistici di tutti i tempi. Questo è ciò che essi intendono
quando parlano delle profondità della persona umana, della sua
interiorità, della sua anima o del suo spirito (pneuma, rûh).
L'essere umano è quindi chiamato a passare per l’intima
dinamica che lo muove dal finito all’infinito, dall’esteriore
all’interiore, dal molteplice all’Uno. Ed è proprio
la perdita di questa dimensione spirituale, la vera dimensione di una
mistica autentica, la causa della profonda crisi che attraversa l’uomo
moderno. Questi infatti, nonostante il grande progresso tecnico-scientifico
realizzato sembra aver perso il senso della propria esistenza, della
sua vera identità umana. L'uomo moderno si trova, come è
stato accennato sopra, in uno stato di disgregazione, di caduta inarrestabile
in un esteriorismo vuoto e sempre più meccanicizzato e robotico,
secondo il detto, più volte ripetuto nel nostro discorso: "L'uomo
ha creato la macchina, e si è trasformato in sua immagine e somiglianza".
La ricerca spirituale invece realizza l'essere umano nel suo profondo
facendolo diventare sempre più umano, cioè facendolo passare
dallo stato di 'ominide' (come semplice specie animale) allo stato di
'umano', come essere cosciente e responsabile del suo destino. È
interessante notare che la radice indo-europea per designare l'essere
umano, *men/man (in tedesco mann, in inglese man, in sanscrito mánu),
sembra essere connessa con la radice del termine 'mente' (latino mens,
greco mnêmê, germanico *mind, sanscrito mánas). Essa
denota in primo luogo il pensiero e la coscienza come prima caratteristica
dell’essere umano: fra tutti gli animali l'uomo si manifesta come
quell'essere che 'pensa', e cioè sa, è consapevole ed
ha coscienza del proprio esistere.
Far ricuperare quindi all'essere umano la sua dimensione di 'essere-per-la-trascendenza',
come homo viator, cioè come essere in cammino orientato e aperto
all'incontro con l'Assoluto, rimane uno dei compiti fondamentali delle
religioni in generale, e dei loro cammini mistici in particolare. Su
questo punto possiamo trovare una larga convergenza fra i mistici di
tutte le religioni, e questo può diventare un fecondo campo di
dialogo fra di loro, anche se ogni mistico in concreto segue dei percorsi
specifici tracciati dalla propria tradizione religiosa. Anche i sufi,
i mistici musulmani, hanno lasciato pagine di interessanti e profonde
riflessioni sulla reale 'vocazione' dell'uomo, come essere orientato
essenzialmente a Dio. Al centro della loro riflessione sta infatti un
noto hadith, detto attribuito a Muhammad, Profeta dell'Islam, che afferma:
"Colui che conosce se stesso (lett. la sua anima, nafs), conosce
il suo Signore". I sufi infatti hanno sperimentato che nel fondo
dell'anima umana c'è un riferimento radicale, un'apertura ontologica
essenziale verso il suo Signore, l'Assoluto. Questo hadith, com'è
noto, è stato il motore e il centro di ricche speculazioni che
i sufi hanno fatto sull'anima umana ed i suoi stati interiori. Queste
possono essere riassunte in due orientamenti fondamentali.
a. Il cammino sufi e le sue tappe
Attento scrutatore del cammino umano, il sufismo ha sviluppato assai
presto un'analisi minuziosa e dettagliata dei suo stati interiori. L'essere
umano non nasce già perfetto, ma deve camminare verso la sua
perfezione attraverso tappe e stadi molteplici. L'idea del cammino (in
arabo sulûk), delle sue tappe (manâzil, maqâmât),
dei suoi stati interiori (ahwâl), ha occupato grande parte delle
riflessioni dei sufi. È qui che si è innestata nell’Islam
l'idea della 'via mistica' (tarîqa), che si è poi organizzata
anche esteriormente a tale scopo. C'è un'immensa letteratuta
al riguardo e su questo punto si trovano facilmente paralleli nelle
altre mistiche. Nel Cristianesimo, ad esempio, abbiamo tutta una vasta
letteratura sulle 'scale del paradiso' (vedi il trattato di S. Giovanni
Climaco, m. 646), come pure classica è rimasta in esso la divisione
delle tappe della vita interiore in via purgativa, via illuminativa,
via unitiva. Occorre però sottolineare che il fine ultimo del
cammino mistico non sono gli stati interiori, cercati in modo a volte
ossessivo da certe mistiche 'deviate'. Il fine ultimo del cammino mistico
è e deve rimanere l'incontro, anzi l'unione con l'Assoluto, Dio,
termine unico ed ultimo del peregrinare umano. I grandi maestri mistici
di tutte le tradizioni religiose metteranno sempre in guardia i loro
discepoli dal pericolo di cadere nel tranello di fare degli stati interiori
il termine ultimo del loro cammino. Qui c'è il rischio di cadere
in ciò che i sufi hanno sempre denunciato come 'l'associazionismo
nascosto' (al-shirk al-khafî), che è idolatria, perché
esso mette qualcosa alla pari e insieme con Dio. Questa è uno
delle più gravi pericoli nel cammino sufi.
b. Le dimensioni dell'essere umano.
Il cammino mistico, facendo incontrare l'uomo con Dio, lo porta pure
alla scoperta e alla realizzazione delle sue dimensioni ontologiche
fondamentali. Nella visione islamica l'essere umano è qualificato
da tre categorie fondamentali: egli è il servo ('abd), il vicario
o luogotenente (khalîfa) e l'immagine di Dio' (sûra)'.
L'essere umano è prima di tutto 'il servo di Dio' ('abd Allâh),
egli è cioè totalmente relazionato a Dio, in assoluta
dipendenza ontologica da Lui. Il qualificativo di servo ('abd) non svilisce
l'essere umano, come una superficiale lettura può fare credere,
esso è invece la fonte e la ragione della sua nobiltà.
Attuando totalmente e coscientemente tale dipendenza assoluta da Dio,
l'uomo-servo ('abd) incontra un Signore che lo onora, facendolo partecipe
della sua signoria sulle creature, in forza della quale l'uomo viene
chiamato ad essere il 'vicario' o il 'luogotenente' (khalîfa)
di Dio sul creato. Tutto ciò però è fondato su
di un’altra realtà ontologica fondamentale: l'essere umano
è stato creato ad 'immagine' (sûra) di Dio. Egli quindi
può e deve riprodurre in sé i tratti (khuluq) di Dio:
"Rivestitevi dei tratti di Dio", è pure un importante
hadith che è diventato uno dei punti base del cammino sufi. Tutto
ciò è infine sfociato in molte correnti sufi, in quella
di Ibn 'Arabî in particolare, nell'elaborazione dell'idea dell'Uomo
perfetto (al-insân al-kâmil), in cui l'essere umano è
visto come il microcosmo, specchio delle qualità divine e sintesi
delle manifestazioni del Reale-Assoluto (haqq) nell'universo (khalq).
L'essere umano quindi è chiamato, secondo tale visione sufi,
seguita pure in molte 'vie' sufi (turuq), a realizzare il suo essere
come completa manifestazione del Reale-Assoluto in una unione profonda
di Reale creante-creatura (haqq-khalq) e di Signore-servo: egli diviene
alla fine il servo-signoriale ('abd rabbânî), cioè
il servo rivestito delle qualità del suo Signore.
Queste speculazioni dei sufi ricordano temi simili della mistica cristiana.
Anche nella visione cristiana l'essere umano è servo-immagine
di Dio, incaricato della cura della sua creazione. Allo stesso modo
le speculazioni dei sufi sull'idea dell'Uomo perfetto (al-insân
al-kâmil) possono essere messe in parallelo con quelle dei mistici
cristiani sulla 'divinizzazione' (theopoiêsis-theiôsis)
dell'essere umano, con beninteso tutte le differenze provenienti dalle
differenti visioni di fede. Nella visione cristiana infatti non si tratta
solo di una partecipazione alle qualità divine, ma di una partecipazione
alla vita divina stessa nella sua fonte intima ed eterna che è
la Comunione trinitaria. Un' approfondito scambio fra tali visioni ed
esperienze dovrebbe in ogni modo risultare illuminante per tutte e due
le tradizioni mistiche.
In conclusione, l'antropologia dei sufi musulmani e dei mistici cristiani
può offrire ampi spazi per uno scambio, che può portare
verso una comprensione e un arricchimento reciproci. In tale spazio
un dialogo fra le due tradizioni spirituali non solo è possibile,
ma altamente desiderabile e, senza dubbio, proficuo per tutti. Questi
temi poi dovrebbero aprire ampi campi per una collaborazione concreta,
diretta a salvare l'uomo contemporaneo, come è stato detto, dal
pericolo di una disintegrazione totale della sua identità umana
e dalla sua caduta in un vuoto di valori che sembra condurlo, sotto
la spinta dell'attuale consumismo tecnologico, verso una pericolosa
robotizzazione a tutti i livelli. Appare quindi sempre più chiaro
che ogni vera mistica in tutte le religioni deve assumersi come suo
compito fondamentale quello di salvare e realizzare nel modo più
vero e profondo proprio l'umanità stessa dell'uomo portandolo
all'incontro con la sua Origine prima e il suo Fine ultimo: l'Assoluto
stesso.
3-2. L’essere umano e il suo ambiente:
l’universo
L'essere umano si trova collocato in un universo che si estende e si
amplifica verso dimensioni sempre più misteriose. E tuttavia
è proprio in esso e attraverso di esso che egli è chiamato
alla sua autorealizzazione, cioè a compiere il suo cammino verso
l'Assoluto. Anche questo punto può divenire un ampio e fecondo
campo di scambio e dialogo fra le due tradizioni mistiche. Ambedue le
tradizioni infatti affermano che l'universo non può essere ridotto
a 'semplice materiale' manipolabile a piacere dall'uomo: l'universo
è invece, nel suo senso più profondo e vero, lo spazio
del cammino umano verso l'Assoluto.
a. La scienza moderna e la perdita del senso
spirituale dell'universo
Un maestro sufi contemporaneo, Sayyed Hossein Nasr, afferma che l’universo
nella visione sufi ha due dimensioni o due aspetti fondamentali: uno
mutevole ed uno permanente. L’aver dimenticato l’aspetto
della permanenza di esso per concentrarsi solo sull’aspetto della
mutabilità e della sperimentabilità empirica è
stato, secondo Sayyed Hossein Nasr, il grande errore della scienza moderna.
Questo fatto ha portato ad una visione secolarizzata dell’universo,
alla perdita della sua dimensione sacra, e consequentemente anche alla
perdita della dimensione sacra dell’essere umano in esso situato.
Questi infatti, nonostante l’enorme progresso scientifico realizzato,
sembra aver completamente smarrito il senso del suo esistere. Infatti,
avendo ridotto l'universo ad semplice 'oggetto di uso e consumo', come
materia manipolabile a suo piacere, l'essere umano ha finito per ridurre
anche se stesso a puro 'oggetto di uso e consumo' in balìa della
tecnologica consumistica da lui creata. Di conseguenza si è avuta
una caduta totale di valori con un concentrarsi esasperato sui soli
aspetti materiali e utilitaristici della natura che ha portato in fine
ad uno sfrenato sfruttamento delle sue risorse.
Le conseguenze di tale atteggiamento irresponsabile però si fanno
sentire ormai al punto che gli stessi secolaristi, sostenitori di una
visione totalmente secolarizzata dell’universo, cominciano ad
accorgersi che occorre elaborare un progetto di sviluppo 'più
umano', basato su di una visione più totale ed integrale dell’universo
e dell’essere umano in esso collocato. I secolaristi però,
negando il rapporto con il Trascendente, hanno perso ormai la chiave
per una lettura 'spirituale' della realtà. Per questo occorre
ritornare a ciò che Hossein Nasr chiama la 'scienza qualitativa'
delle grandi tradizioni religiose che da sempre hanno letto l’universo
come l’essere relativo, mutevole, necessariamente rapportato all’Essere
assoluto permanente che lo sostiene. Il senso profondo infatti del relativo-contingente
è quello di essere manifestazione dell'Assoluto-Necessario. Isolato
in se stesso il relativo perde il suo senso vero ed il suo orientamento
di base, e cade nel non-senso, nel vuoto ontologico, che porta necessariamente
ad un vuoto etico-morale. Questa è la malattia mortale dell'uomo
della modernita', da tempo denunciata dai più acuti analisti
della situazione esistenziale dell'uomo moderno.
b. Per un armonia fra scienza e sapienza spirituale.
Solo ricuperando il senso 'spirituale' dell’universo la scienza
moderna potrà evitare il pericolo di divenire fattore di distruzione
e non di sviluppo dell’universo e dell’umanità in
esso situata. L’uomo infatti deve ricuperare il senso simbolico
profondo della natura, come manifestazione dell'Assoluto. Nella cosmologia
antica ciò era indubbiamente più facile. L'universo era
immaginato come composto da una serie di livelli di esseri che si estendevano
dalla terra ai cieli, e il tutto era spontaneamente orientato verso
il Signore supremo “Che siede sul suo trono che tutto sovrasta
e contiene” (Corano 2, 255). In questa visione, comune a molte
cosmologie antiche, il cosmo esteriore (l'universo) trovava facili paralleli
con il cosmo interiore (l'anima umana). L'essere umano infatti era concepito
come il microcosmo, specchio-immagine del macrocosmo. Una lettura 'spirituale'
dell'universo era indubbiamente più facile per gli antichi.
Ora però, con i progressi della scienza moderna, tale lettura
'spirituale' dell'universo è diventata più difficile.
La moderna visione dell'universo ha indubbiamente frantumato l'armonia,
i simbolismi ed il senso della visione antica. Noi fatichiamo ora ad
integrare nella nostra spiritualità la moderna visione di un
universo visto in un processo di espansione-evoluzione scatenato dal
Big-bang iniziale (come sembra), e mosso quasi 'a caso' da formidabili
forze, di cui solo ora si comincia conoscerne la dinamica, forze che
sembrano operare senza alcun chiaro scopo prefisso, anzi, secondo alcuni,
senza nessun scopo in assoluto. Lassù non ci sono più
cieli abitati da forme angeliche con influssi benefici o malefici sugli
abitanti del pianeta Terra, ma solo degli ammassi di galassie in rapidissima
espansione, agitate dalle quattro forze fisiche fondamentali (almeno
per quanto ne sappiamo ora), e dirette non si sa dove. Di qui l'interrogativo:
che senso ha tutto questo per la vita spirituale? È possibile
continuare in una dicotomia tra la visione scientifica e la visione
mistica dell'universo? È sufficente ripetere nei nostri testi
gli schemi cosmologici del passato, quando ormai viviamo nella visione
di una realtà completamene diversa?
Queste domande richiedono una risposta che rimane in gran parte una
sfida formidabile per tutte le mistiche e le spiritualità contemporanee.
Le soluzioni mitologiche sono sempre una tentazione, perché di
più facile presa ed immediata soddisfazione, ma a lungo andare
esse non possono reggere ad uno stretto confronto con i dati della scienza.
Da parte cristiana ci sono st