Vorrei iniziare questo resoconto dell’incontro avuto con il P.
William Skudlarek nel monastero di S. Pietro in Assisi, con un anedotto
che ha raccontato e che è paradigmatico di una situazione del
DIM e di una sua modalità di essere.
Il Segretario Generale del DIM/MID ha detto che l’estate scorsa
ha fatto una sorta di pellegrinaggio monastico a piedi con un monaco
buddhista attraverso gli Stati Uniti. Non avevano niente con loro, tranne
una tenda per ripararsi, e ricevevano il cibo in elemosina lungo la
strada. Era un camminare muto che li ha portati però a parlare
con tanta gente che, incuriosita, si avvicinava loro per chiedere cosa
facessero, per informarsi, per dare loro cibo e alloggio, difatti non
hanno mai usato la tenda! Il P. Skudlarek ha fatto esperienza che non
solo camminare insieme è possibile, ma che questo pone negli
altri degli interrogativi e apre all’accoglienza e all’ospitalità.
Mi pare che da questo si possano ricavare due linee guida, che certamente
sono presenti nel DIM, ma che andrebbero sempre ricordate per rinverdirne
l’appartenenza e far crescere l’interesse: a) il camminare
insieme senza zavorre che impacciano e b) essere interrogativo per quanti
ci incontrano, far sorgere delle domande.
a) Nella prima dinamica si situa anche l’esaustiva
relazione del P. Abate Cipriano Carini. Infatti, prima della sua visita,
P. Skudlarek aveva inviato un questionario le cui domande toccavano
punti nevralgici dei problemi del DIM. E le risposte hanno evidenziato
un panorama di “non cammino insieme”. Ci sono pochissimi
monasteri interessati, molti i rifiuti, scarsa o nulla partecipazione.
Le cause che il P. Abate ha messo come primarie sono da riferirsi all’insufficiente
numero dei membri nei monasteri, spesso in età avanzata e, di
conseguenza, con priorità che sono quelle di “mandare avanti”
le strutture e le attività esistenti. Ma vi è anche una
carente educazione al dialogo all’interno e all’esterno.
All’interno si nota una perdita della caratteristica cenobitica
per ripiegarsi su una componente che si potrebbe definire “monadica”,
all’esterno questo non può non provocare una incomprensione
della realtà circostante, rimanendo chiusi in piccoli mondi che
divengono autoreferenziali.
Il dialogo interreligioso è una possibilità di crescita
che l’intero mondo monastico ha e che, proprio nella fase di emergenza
che attraversa, non può lasciarsi sfuggire: la crisi è
una modalità che può aprire nuove e più ampie prospettive.
E proprio su questa situazione carica di interrogativi pare che ancora
“un monachesimo sia possibile”. A questo proposito durante,
la discussione sulla relazione e sulle idee di cui era portatore il
P. Skudlarek, sono emerse alcune proposte che intendevano favorire una
crescita delle comunità monastiche, vedere non solo un futuro
per esse, ma un avvenire carico di significato e di “incidenza
sociale”. Tra le suggestioni apparse sono da rilevare un più
intenso coinvolgimento dei monasteri nella tematica del Dialogo Interreligioso,
a partire dai giovani in formazione.
In un incontro precedente, tenutosi a dicembre, di alcuni componenti
del DIM, era stato proposto all’Abate Carini di farsi promotore
presso gli abati che organizzano i convegni intermonastici dei giovani
di trattare un tema che inerisse al dialogo, ma che potesse anche suscitare
domande e curiosità nei candidati alla vita monastica. Naturalmente,
la fase propositiva del convegno spetterebbe al DIM, che individuerebbe
anche gli eventuali relatori. Il Segretario Generale è sembrato
favorevole ad una tale iniziativa, anche se ha sottolineato che sarebbe
più proficuo tenere degli incontri in modo informale, che non
vuol dire non organizzati, anzi la cosa richiederebbe certamente più
lavoro e impegno, ma basati sull’esperienza di vita, esistenziali
e quindi non tramite conferenze, ma attraverso uno scambio delle dinamiche
di vita, il che comporta delle persone preparate ad animare la conversazione,
a dare gli input adatti, a coinvolgere tutti e a “pilotare”
il dialogo sempre verso un alveo adatto, attenti a non tracimare in
altre tematiche. Come si vede un eventuale lavoro di questo tipo prevede
anche una conoscenza di dinamiche di gruppo e di precise proposizioni
da far emergere. Questo, potrebbe portare una diversa modalità
agli incontri dei giovani monaci che francamente sembrano un po’
smorti, con tematiche accademiche e prive di qualsiasi contatto con
il mondo reale: alcuni argomenti sembrano dettati apposta per chiudere
ancora di più nella torre d’avorio in cui la vita monastica
sembra si sia andata rifugiando.
Sempre su questo punto si è pensato di rendere latore il P. Skudlarek
di un ulteriore proposta da riferire al Sinodo degli Abati e dei Priori,
a cui dovrà partecipare e tenere anche una relazione. Il suggerimento
è di prevedere, nell’ambito dei piani di formazione monastica,
una materia che sia Dialogo Interreligioso.
Tuttavia, una tale proposta non è esaustiva. Infatti, si è
anche parlato di un diverso tipo di formazione alla vita monastica,
che alla strutturazione attuale delle comunità benedettine può
sembrare utopistica e non realizzabile, ma che può ritornare
utile per smuovere le acque stagnanti e creare per lo meno un minimo
di riflessione e discussione. Il considerare cioè la possibilità
che una parte della formazione dei candidati alla vita monastica possa
essere fatta in comunità monastiche di altre tradizioni cristiane
e/o di altre religioni. Questo sarebbe non solo auspicabile, ma ritornerebbe
a beneficio dei monasteri i cui membri sarebbero formati al senso dell’alterità,
al rispetto per il diverso, all’accoglienza serena di ciò
che può spaventare perché non lo si conosce. I frutti
non sarebbero che a lungo termine e non ne potremo sapere mai l’ampiezza
se non ci si lancia in un’avventura che ha sì dei limiti
e dei grandi punti interrogativi, ma che potrebbe essere fruttuosa per
tutto il mondo monastico: la paura di osare produce sempre la mediocrità.
Il camminare insieme è certo faticoso, non ci si sopporta, si
hanno sentimenti di ostilità, tuttavia apre anche orizzonti propositivi
nuovi che non avremmo mai supposto ci fossero.
Nel punto primo che è sotto i nostri occhi, non c’è
il cammino insieme; esso, come dicevo, è stato fatto senza zavorre,
senza pesi eccessivi, tranne una piccola tenda per ogni eventualità.
Il DIM Italia non ha certo di queste preoccupazioni! E parlo di un aspetto
più pratico, cioè quello economico, che è stato
toccato e discusso durante la visita del Segretario Generale. Il DIM
Italia non ha altre entrate se non quelle messe a disposizione dall’Abate
Carini, come è specificato nella relazione fatta al Segretario
Generale, che costituiscono la piccola tenda per proteggersi da ogni
evenienza. Se il cammino richiede leggerezza e libertà dai legami,
tuttavia si sente l’esigenza di avere una maggiore disponibilità
economica per le tante iniziative a cui si vorrebbe porre mano, per
i libri di aggiornamento, abbonamenti a riviste (una quarantina), partecipazione
e organizzazione di convegni, partecipazione alla riunione delle Commissioni
Europee all’estero, viaggi-dialogo, che sappiamo necessari, seppure
costosi. Alla questione economica anche il P. Skudlarek ha pensato,
e vorrebbe proporre un correttivo alla tassazione a Sant’Anselmo
a favore del DIM.
Si è anche spiegato al Segretario Generale, che grazie alla solerte
opera di Anna Lombardi, che peraltro si occupa in maniera egregia del
sito del DIM, ci si sta informando sulle possibilità che il DIM
possa diventare una Onlus. La cosa non è nuova; sembra che già
il DIM spagnolo l’abbia attuato.
È ad ogni modo auspicabile un più vivo interessamento
dei monasteri tanto al Dialogo Interreligioso, quanto alla sussistenza
stessa del DIM, il quale non deve essere visto come l’interessamento
di qualche monaco-“strano”-per-qualche-stramberia, e in
più in vena di girare il mondo, ma come la sfida che la postmodernità
ci lancia e che deve essere raccolta per “un monachesimo possibile”.
b) Il secondo punto riguarda il far sorgere
interrogativi; il cammino insieme di persone diverse, interpella gli
altri viandanti, ed ogni domanda è foriera di ricerca.
Ora la situazione, da quanto è emerso, è difficile definirla
di “un cammino insieme”, tanto per quanto riguarda il mondo
benedettino e il monachesimo in generale, quanto per gli altri ordini
religiosi. Il Segretario Generale ha chiesto se vi fosse collaborazione
con il centro francescano per il dialogo interreligioso di Assisi. Questo
ha portato a riflettere sul fatto che, non solo i francescani in Assisi
non hanno un organismo realmente attivo, se non di nome, ma che le varie
divisioni tra loro rendono ogni contatto ancora più difficile.
Per il P. Skudlarek una collaborazione sarebbe auspicabile e sarebbe
certamente un segno che interpella, che incita a porsi domande.
Differente appare invece il cammino insieme con altre confessioni religiose:
buddisti, indù e musulmani. Ciò che non si riesce a fare
tra noi cattolici, a volte è possibile realizzarlo con coloro
che hanno un altro credo. Il monachesimo in questo è una risorsa
che unisce, che fa vedere i punti comuni, lasciando da parte le differenze
dottrinali e/o culturali. Un percorso del genere è davvero portatore
di senso, laddove una dinamica profondamente innestata nell’antropologia
umana, come quella monastica, riesce a superare le barriere e a diventare
un indicatore di direzione per ogni uomo. Queste suggestioni portano
a concludere, con amarezza forse, che all’interno del mondo monastico,
e religioso in generale, si è poco propensi a camminare insieme
solo per essere segno per l’altro; cosa che invece riesce più
semplice nella relazione con esponenti di altre religioni.
E come faceva notare l’Abate Carini, la comunità monastica
buddista nei pressi di Parma e la comunità Indu di Altare (SV),
sono molto più disponibili a partecipare ad incontri interreligiosi
che non le altre realtà monastiche cristiane italiane. E se si
eccettuano i Camaldolesi e la comunità di Bose, che però
hanno un’organizzazione indipendente dal DIM, solo la comunità
cistercense di Santa Croce in Gerusalemme con il suo abate Simone Fioraso,
sembra davvero disponibile e sensibile alle varie iniziative, quando
non è essa stessa a promuoverne.
L’imparare a conoscersi, ad apprezzarsi al di là delle
differenze è dialogo, lo si chiami pure dialogo di amicizia,
di interessi comuni, diverso da un dialogo spirituale, che pure il DIM
è chiamato a promuovere, e ancor più differente da un
dialogo accademico teologico o dottrinale, ma il confronto franco e
sincero nel rispetto dell’identità non può che avvicinare,
non può che permeare il cuore dell’uomo di aneliti di condivisione.
In un colloquio privato con il P. Skudlarek si è parlato di identità
e del fatto che se c’è un bisogno di dialogo fra le religioni,
nello stesso tempo si deve preservare la propria identità. Interessante
è stata la risposta: avere una propria identità rende
forti, aperti e disponibili, nella sicurezza che niente la può
intaccare; quando invece si assume un atteggiamento difensivo, che pone
barriere e innalza steccati, allora la propria identità è
debole e la fragilità di cui è intessuta ha bisogno di
continue protezioni, di un atteggiamento che può essere estremamente
aggressivo o monoliticamente difensivo.
È proprio in tale dinamismo dialogico che si inserisce la presenza
di tanti laici che partecipano attivamente, più dei monaci, alla
vita e alla organizzazione del DIM. Il desiderio del dialogo come conoscenza
è qualcosa che è emerso dalle parole di Anna Lombardi
che ha sottolineato l’esigenza di un continuo apprendimento al
dialogo che si ha però solo nel rapporto non pregiudiziale, premessa
perché le molte chimere costruite sulle altre religioni cadano:
il pregiudizio ingabbia le strutture mentali in mondi microscopici totalmente
chiusi; le caratteristiche del pregiudizio sono la paura del confronto,
il rifiuto di ogni idea che cozzi contro la propria, l’avversione
illogica e viscerale per ciò che si crede di conoscere.
Quindi, per riuscire ad essere interrogativo pieno di aspettative per
gli altri, ci si deve impegnare di più nel camminare insieme
come comunità monastiche e religiose cristiane, nella disponibilità
ad apprendere da chi non è cristiano, mettendo come premessa
l’abolire il pregiudizio, la cui caduta è però solo
frutto di dialogo e di confronto: come a dire se voglio dialogare lo
devo fare senza pregiudizi, ma è nello stesso dialogare che il
pregiudizio è sconfitto.
C’è, tuttavia, un’ansia di conoscere che seppure
buona, secondo il Segretario Generale, non deve essere angosciante:
non si può conoscere tutto sulle varie scuole buddiste, sulla
complicata dottrina induista o sul sufismo. Ciò che conta in
questo campo è sempre e solo la disponibilità a tendere
la mano, gesto che apre la mente e il cuore.
Concluderei con un’affermazione del P. Abate Primate fatta al
P. Skudlarek e cioè che in Francia ci sono più novizi
buddisti che cattolici. Non so se la proporzione è fatta sul
totale dei religiosi o dei soli monaci, ma vista la fonte, con ogni
probabilità si dovrebbe trattare dei soli monaci.
Questo fa riflettere su due ordini di problemi: il primo che il monachesimo
(e la Chiesa) ha messo da parte tutta la ricchezza di spiritualità
che possiede per diventare una pia associazione, in alcuni casi filantropica
o di topi di biblioteca quando non addirittura custodi di musei; per
seconda cosa, il bisogno di spiritualità interpella le comunità
monastiche e il confronto con realtà buddiste, induiste, sufi
che sembra non abbiano perso la forte componente spirituale, tanto da
diventare catalizzatori per tanti giovani occidentali, può essere
motivo per riscoprire il potente dinamismo presente nella nostra tradizione
e che pare sopito a causa di una forza centrifuga disgregante il centro
stesso della vita monastica, che nella sua essenza cenobitica è
sempre mistero (segno!) di relazionalità/alterità.
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