Roma 24 - 25 Gennaio 2008

INCONTRO CON IL P. WILLIAM SKUDLAREK
SEGRETARIO GENERALE DIM/MID
CON LA COMMISSIONE ITALIANA DIM

di P. Antonio Ivan Esposito

Vorrei iniziare questo resoconto dell’incontro avuto con il P. William Skudlarek nel monastero di S. Pietro in Assisi, con un anedotto che ha raccontato e che è paradigmatico di una situazione del DIM e di una sua modalità di essere.
Il Segretario Generale del DIM/MID ha detto che l’estate scorsa ha fatto una sorta di pellegrinaggio monastico a piedi con un monaco buddhista attraverso gli Stati Uniti. Non avevano niente con loro, tranne una tenda per ripararsi, e ricevevano il cibo in elemosina lungo la strada. Era un camminare muto che li ha portati però a parlare con tanta gente che, incuriosita, si avvicinava loro per chiedere cosa facessero, per informarsi, per dare loro cibo e alloggio, difatti non hanno mai usato la tenda! Il P. Skudlarek ha fatto esperienza che non solo camminare insieme è possibile, ma che questo pone negli altri degli interrogativi e apre all’accoglienza e all’ospitalità.
Mi pare che da questo si possano ricavare due linee guida, che certamente sono presenti nel DIM, ma che andrebbero sempre ricordate per rinverdirne l’appartenenza e far crescere l’interesse: a) il camminare insieme senza zavorre che impacciano e b) essere interrogativo per quanti ci incontrano, far sorgere delle domande.

a) Nella prima dinamica si situa anche l’esaustiva relazione del P. Abate Cipriano Carini. Infatti, prima della sua visita, P. Skudlarek aveva inviato un questionario le cui domande toccavano punti nevralgici dei problemi del DIM. E le risposte hanno evidenziato un panorama di “non cammino insieme”. Ci sono pochissimi monasteri interessati, molti i rifiuti, scarsa o nulla partecipazione. Le cause che il P. Abate ha messo come primarie sono da riferirsi all’insufficiente numero dei membri nei monasteri, spesso in età avanzata e, di conseguenza, con priorità che sono quelle di “mandare avanti” le strutture e le attività esistenti. Ma vi è anche una carente educazione al dialogo all’interno e all’esterno. All’interno si nota una perdita della caratteristica cenobitica per ripiegarsi su una componente che si potrebbe definire “monadica”, all’esterno questo non può non provocare una incomprensione della realtà circostante, rimanendo chiusi in piccoli mondi che divengono autoreferenziali.
Il dialogo interreligioso è una possibilità di crescita che l’intero mondo monastico ha e che, proprio nella fase di emergenza che attraversa, non può lasciarsi sfuggire: la crisi è una modalità che può aprire nuove e più ampie prospettive.
E proprio su questa situazione carica di interrogativi pare che ancora “un monachesimo sia possibile”. A questo proposito durante, la discussione sulla relazione e sulle idee di cui era portatore il P. Skudlarek, sono emerse alcune proposte che intendevano favorire una crescita delle comunità monastiche, vedere non solo un futuro per esse, ma un avvenire carico di significato e di “incidenza sociale”. Tra le suggestioni apparse sono da rilevare un più intenso coinvolgimento dei monasteri nella tematica del Dialogo Interreligioso, a partire dai giovani in formazione.
In un incontro precedente, tenutosi a dicembre, di alcuni componenti del DIM, era stato proposto all’Abate Carini di farsi promotore presso gli abati che organizzano i convegni intermonastici dei giovani di trattare un tema che inerisse al dialogo, ma che potesse anche suscitare domande e curiosità nei candidati alla vita monastica. Naturalmente, la fase propositiva del convegno spetterebbe al DIM, che individuerebbe anche gli eventuali relatori. Il Segretario Generale è sembrato favorevole ad una tale iniziativa, anche se ha sottolineato che sarebbe più proficuo tenere degli incontri in modo informale, che non vuol dire non organizzati, anzi la cosa richiederebbe certamente più lavoro e impegno, ma basati sull’esperienza di vita, esistenziali e quindi non tramite conferenze, ma attraverso uno scambio delle dinamiche di vita, il che comporta delle persone preparate ad animare la conversazione, a dare gli input adatti, a coinvolgere tutti e a “pilotare” il dialogo sempre verso un alveo adatto, attenti a non tracimare in altre tematiche. Come si vede un eventuale lavoro di questo tipo prevede anche una conoscenza di dinamiche di gruppo e di precise proposizioni da far emergere. Questo, potrebbe portare una diversa modalità agli incontri dei giovani monaci che francamente sembrano un po’ smorti, con tematiche accademiche e prive di qualsiasi contatto con il mondo reale: alcuni argomenti sembrano dettati apposta per chiudere ancora di più nella torre d’avorio in cui la vita monastica sembra si sia andata rifugiando.
Sempre su questo punto si è pensato di rendere latore il P. Skudlarek di un ulteriore proposta da riferire al Sinodo degli Abati e dei Priori, a cui dovrà partecipare e tenere anche una relazione. Il suggerimento è di prevedere, nell’ambito dei piani di formazione monastica, una materia che sia Dialogo Interreligioso.
Tuttavia, una tale proposta non è esaustiva. Infatti, si è anche parlato di un diverso tipo di formazione alla vita monastica, che alla strutturazione attuale delle comunità benedettine può sembrare utopistica e non realizzabile, ma che può ritornare utile per smuovere le acque stagnanti e creare per lo meno un minimo di riflessione e discussione. Il considerare cioè la possibilità che una parte della formazione dei candidati alla vita monastica possa essere fatta in comunità monastiche di altre tradizioni cristiane e/o di altre religioni. Questo sarebbe non solo auspicabile, ma ritornerebbe a beneficio dei monasteri i cui membri sarebbero formati al senso dell’alterità, al rispetto per il diverso, all’accoglienza serena di ciò che può spaventare perché non lo si conosce. I frutti non sarebbero che a lungo termine e non ne potremo sapere mai l’ampiezza se non ci si lancia in un’avventura che ha sì dei limiti e dei grandi punti interrogativi, ma che potrebbe essere fruttuosa per tutto il mondo monastico: la paura di osare produce sempre la mediocrità. Il camminare insieme è certo faticoso, non ci si sopporta, si hanno sentimenti di ostilità, tuttavia apre anche orizzonti propositivi nuovi che non avremmo mai supposto ci fossero.
Nel punto primo che è sotto i nostri occhi, non c’è il cammino insieme; esso, come dicevo, è stato fatto senza zavorre, senza pesi eccessivi, tranne una piccola tenda per ogni eventualità.
Il DIM Italia non ha certo di queste preoccupazioni! E parlo di un aspetto più pratico, cioè quello economico, che è stato toccato e discusso durante la visita del Segretario Generale. Il DIM Italia non ha altre entrate se non quelle messe a disposizione dall’Abate Carini, come è specificato nella relazione fatta al Segretario Generale, che costituiscono la piccola tenda per proteggersi da ogni evenienza. Se il cammino richiede leggerezza e libertà dai legami, tuttavia si sente l’esigenza di avere una maggiore disponibilità economica per le tante iniziative a cui si vorrebbe porre mano, per i libri di aggiornamento, abbonamenti a riviste (una quarantina), partecipazione e organizzazione di convegni, partecipazione alla riunione delle Commissioni Europee all’estero, viaggi-dialogo, che sappiamo necessari, seppure costosi. Alla questione economica anche il P. Skudlarek ha pensato, e vorrebbe proporre un correttivo alla tassazione a Sant’Anselmo a favore del DIM.
Si è anche spiegato al Segretario Generale, che grazie alla solerte opera di Anna Lombardi, che peraltro si occupa in maniera egregia del sito del DIM, ci si sta informando sulle possibilità che il DIM possa diventare una Onlus. La cosa non è nuova; sembra che già il DIM spagnolo l’abbia attuato.
È ad ogni modo auspicabile un più vivo interessamento dei monasteri tanto al Dialogo Interreligioso, quanto alla sussistenza stessa del DIM, il quale non deve essere visto come l’interessamento di qualche monaco-“strano”-per-qualche-stramberia, e in più in vena di girare il mondo, ma come la sfida che la postmodernità ci lancia e che deve essere raccolta per “un monachesimo possibile”.

b) Il secondo punto riguarda il far sorgere interrogativi; il cammino insieme di persone diverse, interpella gli altri viandanti, ed ogni domanda è foriera di ricerca.
Ora la situazione, da quanto è emerso, è difficile definirla di “un cammino insieme”, tanto per quanto riguarda il mondo benedettino e il monachesimo in generale, quanto per gli altri ordini religiosi. Il Segretario Generale ha chiesto se vi fosse collaborazione con il centro francescano per il dialogo interreligioso di Assisi. Questo ha portato a riflettere sul fatto che, non solo i francescani in Assisi non hanno un organismo realmente attivo, se non di nome, ma che le varie divisioni tra loro rendono ogni contatto ancora più difficile. Per il P. Skudlarek una collaborazione sarebbe auspicabile e sarebbe certamente un segno che interpella, che incita a porsi domande.
Differente appare invece il cammino insieme con altre confessioni religiose: buddisti, indù e musulmani. Ciò che non si riesce a fare tra noi cattolici, a volte è possibile realizzarlo con coloro che hanno un altro credo. Il monachesimo in questo è una risorsa che unisce, che fa vedere i punti comuni, lasciando da parte le differenze dottrinali e/o culturali. Un percorso del genere è davvero portatore di senso, laddove una dinamica profondamente innestata nell’antropologia umana, come quella monastica, riesce a superare le barriere e a diventare un indicatore di direzione per ogni uomo. Queste suggestioni portano a concludere, con amarezza forse, che all’interno del mondo monastico, e religioso in generale, si è poco propensi a camminare insieme solo per essere segno per l’altro; cosa che invece riesce più semplice nella relazione con esponenti di altre religioni.
E come faceva notare l’Abate Carini, la comunità monastica buddista nei pressi di Parma e la comunità Indu di Altare (SV), sono molto più disponibili a partecipare ad incontri interreligiosi che non le altre realtà monastiche cristiane italiane. E se si eccettuano i Camaldolesi e la comunità di Bose, che però hanno un’organizzazione indipendente dal DIM, solo la comunità cistercense di Santa Croce in Gerusalemme con il suo abate Simone Fioraso, sembra davvero disponibile e sensibile alle varie iniziative, quando non è essa stessa a promuoverne.
L’imparare a conoscersi, ad apprezzarsi al di là delle differenze è dialogo, lo si chiami pure dialogo di amicizia, di interessi comuni, diverso da un dialogo spirituale, che pure il DIM è chiamato a promuovere, e ancor più differente da un dialogo accademico teologico o dottrinale, ma il confronto franco e sincero nel rispetto dell’identità non può che avvicinare, non può che permeare il cuore dell’uomo di aneliti di condivisione. In un colloquio privato con il P. Skudlarek si è parlato di identità e del fatto che se c’è un bisogno di dialogo fra le religioni, nello stesso tempo si deve preservare la propria identità. Interessante è stata la risposta: avere una propria identità rende forti, aperti e disponibili, nella sicurezza che niente la può intaccare; quando invece si assume un atteggiamento difensivo, che pone barriere e innalza steccati, allora la propria identità è debole e la fragilità di cui è intessuta ha bisogno di continue protezioni, di un atteggiamento che può essere estremamente aggressivo o monoliticamente difensivo.
È proprio in tale dinamismo dialogico che si inserisce la presenza di tanti laici che partecipano attivamente, più dei monaci, alla vita e alla organizzazione del DIM. Il desiderio del dialogo come conoscenza è qualcosa che è emerso dalle parole di Anna Lombardi che ha sottolineato l’esigenza di un continuo apprendimento al dialogo che si ha però solo nel rapporto non pregiudiziale, premessa perché le molte chimere costruite sulle altre religioni cadano: il pregiudizio ingabbia le strutture mentali in mondi microscopici totalmente chiusi; le caratteristiche del pregiudizio sono la paura del confronto, il rifiuto di ogni idea che cozzi contro la propria, l’avversione illogica e viscerale per ciò che si crede di conoscere.
Quindi, per riuscire ad essere interrogativo pieno di aspettative per gli altri, ci si deve impegnare di più nel camminare insieme come comunità monastiche e religiose cristiane, nella disponibilità ad apprendere da chi non è cristiano, mettendo come premessa l’abolire il pregiudizio, la cui caduta è però solo frutto di dialogo e di confronto: come a dire se voglio dialogare lo devo fare senza pregiudizi, ma è nello stesso dialogare che il pregiudizio è sconfitto.
C’è, tuttavia, un’ansia di conoscere che seppure buona, secondo il Segretario Generale, non deve essere angosciante: non si può conoscere tutto sulle varie scuole buddiste, sulla complicata dottrina induista o sul sufismo. Ciò che conta in questo campo è sempre e solo la disponibilità a tendere la mano, gesto che apre la mente e il cuore.
Concluderei con un’affermazione del P. Abate Primate fatta al P. Skudlarek e cioè che in Francia ci sono più novizi buddisti che cattolici. Non so se la proporzione è fatta sul totale dei religiosi o dei soli monaci, ma vista la fonte, con ogni probabilità si dovrebbe trattare dei soli monaci.
Questo fa riflettere su due ordini di problemi: il primo che il monachesimo (e la Chiesa) ha messo da parte tutta la ricchezza di spiritualità che possiede per diventare una pia associazione, in alcuni casi filantropica o di topi di biblioteca quando non addirittura custodi di musei; per seconda cosa, il bisogno di spiritualità interpella le comunità monastiche e il confronto con realtà buddiste, induiste, sufi che sembra non abbiano perso la forte componente spirituale, tanto da diventare catalizzatori per tanti giovani occidentali, può essere motivo per riscoprire il potente dinamismo presente nella nostra tradizione e che pare sopito a causa di una forza centrifuga disgregante il centro stesso della vita monastica, che nella sua essenza cenobitica è sempre mistero (segno!) di relazionalità/alterità.