La comunicazione
che sto per offrirvi si riferisce all’esperienza di lavoro di una
comunità molto più «giovane» e meno numerosa
di quella di Camaldoli, di cui ci ha riferito Marino.
Accennerò prima ad alcune tappe storiche della comunità
1), poi presenterò la spiritualità del lavoro della stessa
2), e da ultimo l’attuale fisionomia della comunità 3).
1. Excursus storico.
La mia comunità, è stata voluta dal Padre Ildefonso Schuster,
quando era abate di S. Paolo fuori le mura. Il primo nucleo, arrivato
a Civitella S. Paolo (RM) il 9 aprile 1934, era composto da 3 monache
italiane e 5 del monastero benedettino francese di Dourgne, dove avevano
ricevuto l’iniziazione monastica le 3 ragazze italiane lì
inviate a formarsi. Queste ultime erano state generosamente accolte e
seguite dalla Madre fondatrice Maria Cronier.
La nuova comunità era
informata dello stile monastico francese degli inizi del secolo, con una
forte attenzione ai valori portanti della vita monastica: obbedienza,
silenzio, preghiera, lavoro, vita comune, insieme a una notevole sottolineatura
della dimensione contemplativa. |
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Alla Liturgia delle Ore celebrata con bellezza e solennità si
affiancavano diverse attività, in modo peculiare quella agricola.
I 7 ettari di terreno incolto, pian piano è stato coltivato a:
orto, patate, oliveto, vigna.
Con la crescita numerica e la giovane età delle monache, circa
30 all’epoca, si introdusse anche l’allevamento: di mucche,
di suini, di conigli, di galline. A cui seguirono l’installazione
di diverse arnie. Inoltre lavori artigianali: icone su legno, composizioni
in pietra. Una modesta tipografia, una piccola rilegatoria, poi lavori
di miniatura, traduzioni di libri per alcune case editrici come la Paideia.
Inoltre, per aiutare i giovani di Civitella davano, e in parte si danno,
ripetizioni di greco, di latino e di matematica. E con la costruzione
della foresteria: l'accoglienza.
2. La spiritualità del lavoro dalla fondazione ai nostri
giorni.
Nella nostra comunità la formazione al lavoro in sé, con
una articolata spiritualità, non è stata oggetto di specifico
insegnamento. Quest’ultimo è stato prima appreso a Dourgne
con la condivisione di vita con quella comunità e poi trasmesso
alle nuove sorelle, che man mano entravano, nella stessa modalità,
ovvero: lavorando insieme. Le giovani, da subito sono inserite nei vari
uffici, anche se le responsabilità sono affidate dopo la professione.
Di certo le nostre madri, che hanno fondato il monastero negli anni
’30, erano figlie di una antropologia teologica diversa da quella
acquisita, o riscoperta negli ultimi decenni.
Allora si sottolineava maggiormente l’aspetto penitenziale e ascetico
del lavoro unita a una accentuata dimenticanza di sé. Chi bussava
alla porta del monastero allora, come oggi, doveva essere disposta a
qualsiasi lavoro. Così per dare un esempio: a una sorella, che
prima di entrare in monastero insegnava il greco e il latino al liceo
classico, fu affidato l’allevamento dei conigli e delle galline…
!
A questo orizzonte di significato va aggiunto la grande povertà
degli inizi, che esigeva la durezza di un lavoro molto faticoso, come
quello dei campi, con tante ore di lavoro. Lo «spirito di sacrificio»,
come si diceva allora, era di casa a Civitella. Tuttavia non mancava
la gioia di poter «vivere con il lavoro delle proprie mani»(RB
48, 8) insegnamento molto caro a San Benedetto. Tutto questo allora
era vissuto con naturalezza e serenità, come si evince dai racconti
delle mie sorelle anziane.
2. 2. Quanto detto sopra ha sicuramente informato anche la scelta dei
lavori, in modo peculiare quello agricolo. Tuttavia la motivazione primaria
era data: dall’insegnamento di S. Benedetto al c. 66, 6 della
sua Regola: «Il monastero poi, se è possibile, deve essere
organizzato in modo tale che tutto ciò che può servire,
cioè l’acqua, il mulino, l’orto e le officine delle
diverse arti si trovino entro l’ambito del monastero»; e
dalla fedeltà alla tradizione monastica, la quale ha sempre concepito
il lavoro agricolo come grosso fattore di equilibrio umano e spirituale.
Nella stessa linea era l’allevamento degli animali, anche questa
realtà viva e naturale, resa possibile dalle condizioni ambientali.
Va detto ancora che le mie sorelle, nel corso degli anni, si sono adattate
a far di tutto non solo per garantire il proprio sostentamento ma anche
per soddisfare le richieste dei poveri che al monastero non sono mai
mancati (cf. RB 53, 16), e a tutt’oggi non mancano.
2. 3. Oggi alcune cose sono cambiate. I nn. 45 – 47 delle nostre
nuove Dichiarazioni alla RB ne sono una ricca sintesi. Ne do lettura:
n. 45 «Mediante il
lavoro, elemento tradizionale della vita monastica, la Monaca partecipa
attivamente all’opera del Creatore, condivide la fatica della
famiglia umana, assicura la sussistenza della sua Comunità e
le permette di venire in aiuto ai più bisognosi (cf can. 600).
n. 46 L’Abbadessa
organizzi la vita quotidiana e le attività del Monastero in modo
da dare il posto dovuto alla Lectio divina, all’orazione e al
lavoro intellettuale e manuale, lasciando alle Monache un certo tempo
di distensione personale e comunitaria. Per questo essa stabilisca con
l’aiuto del Consiglio e della Comunità un orario e una
ripartizione del lavoro che favoriscano questo equilibrio nella pace.
n. 47 Le Monache siano disposte
ad accettare qualsiasi lavoro senza eccezione; vi consacreranno ogni
giorno circa cinque ore nei differenti uffici dove saranno occupate
secondo l’obbedienza. Si prestino anche di buon grado ad aiutare
le consorelle in occasioni particolari o per lavori in comune».
L’evoluzione è evidente: dal lavoro con la connotazione
penitenziale, al lavoro come partecipazione attiva all’opera del
Creatore.
Oggi siamo più coscienti che il lavoro ci fa collaboratori con
Dio nella costruzione di un mondo rinnovato. All’aspetto mortificante
e di sacrificio del lavoro si unisce l’aspetto redentivo e si
lascia più spazio alla creatività personale. E’
anche detto chiaramente che la monaca condivide la fatica della famiglia
umana. E’ superfluo specificare che oggi come allora permane comunque
l’aspetto «faticoso» intrinseco ad ogni lavoro. Ci
sentiamo profondamente solidali con tutti gli uomini, resi fratelli
dalla stessa necessità propria della condizione umana. Anche
l’organizzazione della vita quotidiana ha subito variazioni. Si
è dato più spazio alla preghiera personale (2 ore al giorno)
portando a 5 le ore lavorative.
3. Fisionomia attuale della comunità.
Attualmente la comunità è composta da 11 monache, (l’ultima
ha fatto professione solenne il 10 febbraio scorso), 1 oblata regolare
e 2 monache ospiti, del Togo.
La sorella più giovane ha 29 anni e la più anziana in
giugno, se Dio vorrà, compirà 99 anni! In diverse sorelle
viaggiano verso gli ottant’anni. Così le monache impegnate
a tutto campo siamo 6, con le due ospiti.
Da questa breve presentazione si evince con chiarezza l’impossibilità
a sostenere autonomamente le attività del passato. Tuttavia la
comunità è molto viva, come frequentemente notato anche
dagli ospiti.
Attualmente, dei 9 ettari di terreno che circondano la casa, solo 100
m. è coltivato a orto. Il grande oliveto è ridotto a un
centinaio di piante e l’estesa vigna a pochi filari. La cura del
terreno è totalmente affidata ad operai esterni, mentre l’orto,
l’oliveto e la vigna in parte, grazie anche al generoso aiuto
di amici.
Da alcuni anni dobbiamo avvalerci dell’aiuto del lavoro di 2 collaboratrici
per le pulizie e per la cucina.
L’attività principale è l’accoglienza degli
ospiti, praticata con cura e intensità. La foresteria con 35
posti letto è aperta tutto l’anno a singoli e gruppi. L’ospitalità
si configura come ministero di accoglienza e di ascolto, e spesso sfocia
nella richiesta di accompagnamento creando il legame prezioso della
maternità/figliolanza spirituale, oggi tanto richiesto.
Oltre alla condivisione di tutta la preghiera liturgica, agli ospiti
proponiamo la lectio divina settimanale, e agli oblati e amici 2 incontri
annuali su tematiche biblico - spirituali.
3. 1. E’ sempre interessante l’esperienza di condivisione
del nostro lavoro con gli ospiti. Infatti, quando ne fanno richiesta,
nel limite del possibile, partecipano alle nostre attività. E
qui si instaura uno scambio reciprocamente arricchente. Per noi è
aiuto sempre prezioso, e loro, gli ospiti, sono grati dell’opportunità
offerta e dicono di essere affascinati dalla pace e serietà con
cui lavoriamo.
E’ noto: quando si è immersi nella nostra società,
sempre più frenetica e disumanizzante, dove tutto acquista valore
dal suo rendimento economico, il tentativo di una vita «altra»,
vissuta in modo più umano, (perché cristiana), regolata
da quell’equilibrio dinamico dell’ora e del labora, colpisce
e si pone come alternativa.
Da notare che lavoriamo in silenzio! L’ultima esperienza, con
una scolaresca del V liceo europeo di Rm, si è confermata in
questa linea. Proprio loro sono state profondamente colpite dall’organizzazione
equilibrata dell’orario giornaliero di tutta la vita comunitaria.
3. 2. Dovendo riferire dell’esperienza del lavoro nella varietà
delle espressioni non posso più tacere quello comune ed essenziale
alla comunità, declinato in turni settimanali: in coro, cucina,
mensa (con la lettura e il servizio a tavola), portineria, pulizia dei
vari ambienti (ognuna si preoccupa di una zona del monastero, oltre
naturalmente al proprio ambiente di lavoro e alla propria cella), manutenzioni.
Mentre l’infermeria, la lavanderia, il vestiario e la sacrestia,
attualmente, sono affidate alle stesse sorelle.
Accanto a queste attività vi sono uffici e incombenze più
stabili come l’organizzazione generale della comunità e
l’amministrazione economica.
La biblioteca che a tutt’oggi necessità del completamento
della catalogazione dei libri.
La rilegatoria esercita ad intermittenza. Abbiamo molto lavoro della
nostra biblioteca, ma poco commissionato dall’esterno.
Mentre la composizione, stampa e spedizione della nostra rivista trimestrale
di spiritualità, Monastica, da 48 anni esce con regolarità.
Pensate: la sorella incaricata alla composizione ha 82 anni ed è
in carrozzella! Permettetemi: abbiamo delle sorelle anziane ammirevoli!
3. 3. Oggi, come potete intuire, viviamo una
grande difficoltà: la sproporzione tra le esigenze a tutto campo
e le reali forze disponibili. Non è difficile immaginare la «fragilità»
del nostro equilibrio lavorativo. Mi spiego: se una sorella si alletta,
tutta l’organizzazione lavorativa ne risente, perché le
più dinamiche siamo impegnate in più ambiti.
Abbiamo in corso incontri comunitari dedicati al discernimento della
Volontà del Signore per noi e le possibili soluzioni.
Tuttavia siamo profondamente abitate dalla pace e, cercando di «non
anteporre nulla all’amore di Cristo» (RB 4, 21) non disperiamo
della sua misericordia (cf RB 4, 74).
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