Roma 4 Aprile 2008

ISLAM in Italia e in Europa, prospettive di dialogo


Su iniziativa dell’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, approvato nel mese di marzo dalla CEI, sono stati invitati una quarantina di responsabili ed esperti di “dialogo interreligioso” per imparare a conoscere meglio i tanti volti dell’Islam presente in Europa ed in Italia.
La prima conferenza è stata dettata dal Prof. Felice Dassetto, Sociologo, dell’università di Louvain la Neuve. Ha messo in risalto come la realtà dell’Islam europeo è estremamente varia, con differenze che si riferiscono a fattori nazionali, culturali, religiosi e linguistici; anche la seconda e terza generazione di musulmani in Europa non ha dato origine a musulmani transnazionali. In Europa sono presenti almeno un 15 milioni di musulmani, ma solo un terzo ha reso attiva la propria appartenenza alla fede islamica. Certo è che l’Islam sta subendo un processo di trasformazione da religione di immigrati a religione facente parte a pieno titolo della realtà europea, con diritto quindi alla costruzione di moschee, assistenza religiosa nelle prigioni, negli ospedali e nel servizio militare, con difficoltà però in alcuni ambiti di vita, quali la macellazione rituale, le festività religiose, la disponibilità di aree separate nei cimiteri, nella fornitura di alimenti consentiti dalla religione nelle mense scolastiche, e così via. Ma il vero e grande problema è quello dell’educazione e formazione della leadership intellettuale europea, capace di una produzione intellettuale originaria e autonoma per mettere in azione una dinamica di cambiamento dell’Islam europeo a confronto delle influenze derivanti dai paesi di origine.

La seconda conferenza è stata tenuta dal Prof. Stefano Allievi, sociologo, dell’università degli Studi di Padova, che ci ha presentato la situazione dei musulmani in Italia, insistendo specialmente sulla loro provenienza, qual è la loro visione nei nostri confronti, che cos’è l’Italia per loro. Occorre tenere presente la diversificazione dei paesi di provenienza, la velocità di ingresso e insediamento, la diffusa condizione di irregolarità, le incomprensioni e fraintendimenti, il ruolo importante giocato dai convertiti, la grande dispersione lavorativa … L’articolazione organizzativa è frammentata e divisa, con difficoltà quindi di dialogo con loro rappresentanti. Vi è il pericolo di creare un’islam ‘come lo vogliamo’, a nostra immagine e somiglianza, ma poco incisivo nelle comunità islamiche medesime.

La terza conferenza la doveva tenere l’Arcivescovo di Bagdad, Jean Sleiman, che ci ha inviato il testo, non volendo abbandonare il suo gregge in un momento difficile come questo. Il tema che ha svolto riguardava il compito da svolgere dal vescovo in un paese arabo-islamico. Occorre prima di tutto conoscere il contesto antropologico-religioso della società irachena, per capire lo stato della chiesa nel contesto islamico, e comprendere come si può comportare un vescovo (cristiano in esilio) in questa situazione; pur in mezzo a tante gravi difficoltà è possibile avere speranza in una nuova evangelizzazione, nella quale il cristiano deve essere paziente, affidarsi allo spirito, comportarsi dolce come la colomba e prudente come il serpente.
Ad ogni conferenza è seguito un ampio e vivace dibattito, a carattere sociologico più che religioso dopo i primi interventi, più religioso dopo la lettura della conferenza del Vescovo Sleiman.
Come rappresentante della Commissione italiana del DIM ho cercato di far conoscere la necessità di avere relazione con la spiritualità dell’Islam, specialmente con le comunità dei Sufi. Vi è grande mancanza di informazione a proposito e poca sensibilità per il mondo dello Spirito, come base per un dialogo vero tra le religioni.