21 - 22 giugno2008

UNIVERSALISMO E MONACHESIMO

MONASTERO SAN SILVESTRO - FABRIANO

 

 

La mia relazione è in programma in quanto rappresento la commissione italiana del DIM (Dialogo interreligioso monastico); intendo riflettere sull’universalismo dal punto di vista della responsabilità del monachesimo nella storia dell’umanità, nel suo cammino verso la fraternità universale, e questo in base alla vita spirituale. La storia delle religioni, anche se lentamente lungo i secoli, mostra un continuo processo di interiorizzazione, dichiarato tante volte anche da Gesù Cristo: E’ giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Giovanni 4, 23-24), e da doversi attuare proprio per mezzo di quelle istituzioni (monachesimo in prima fila) che si dedicano alla vita interiore, spirituale.

Introduzione

Il cammino della nostra storia umana ci sta conducendo sempre più non solo a guardare i dettagli, ma a saperli scorgere nel grande panorama del tempo e dei luoghi: così cerchiamo quello che unisce la cultura, le civiltà, le coscienze e quindi le religioni di tutto il mondo. Cerchiamo di capire quello che è l’umano, presente nelle creature di tutte le parti del mondo, per giungere a conoscere i valori umani di tutti, e poter programmare un’etica umana per tutti. Grande merito spetta certamente ai mass media che ci permettono di vedere in tempo reale i diversi continenti con le loro gioie e le lo loro sofferenze. Questo ci conduce ad aprire mente e cuore e responsabilizzarci non solo dei piccoli problemi che vivono all’ombra del nostro campanile, ma di quelli che riguardano il creato intero. E ci accorgiamo che non è possibile affrontarli da soli, ma occorre unirci per collaborare insieme e questo sia nel campo degli aiuti umanitari che nella ricerca della verità; non è più possibile dichiararci padroni della verità; dobbiamo cercarla e gustarla insieme in tutti gli ambiti della vita, ovunque ci sia vita, anche se ogni cultura ed ogni epoca storica privilegia qualche aspetto o almeno qualche modo di vivere e illuminare lo stesso valore di tutti; oggi dobbiamo tutti impegnarci per costruire una pacifica convivenza che implica mutuo rispetto e accettazione delle differenze; da qui il dialogo interculturale e anche interreligioso, dialogo aperto allo scambio dei valori spirituali, religiosi, nel tentativo di raggiungere un consenso, il più ampio possibile, sull’adozione di alcune visioni e valori fondamentali che costituiscano un denominatore comune per uno sviluppo integrale dell’umanità.
Tra i tanti aspetti della vita, uno sembra toccarci nel profondo: la fede in un Dio sempre più proclamato unico, creatore di tutti, sia di quella parte del mondo dove vivono i cristiani, in modo speciale i cattolici, sia in quegli altri continenti dove altre creature da millenni hanno un altro rapporto con Dio, hanno un’altra religione, lo chiamano in modo diverso, hanno un’altra fede. Ora se qualche cosa di comune tra i valori umani è già stato consacrato da documenti solenni quali la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani firmata a Parigi il 10 dicembre 1948, siamo molto lontani da dichiarazioni di “comunione” tra le diverse religioni. Un tentativo lo hanno fatto ultimamente i 138 firmatari della lettera aperta (13 ottobre 2007, in occasione della fine del Ramadan) e appello delle guide religiose Musulmane al Papa e ad altre autorità religiose cristiane di tutto il mondo, scrivendo: “Nel Nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso, rendendosi conto che insieme Cristiani e Musulmani formano ben oltre metà della popolazione mondiale, e che senza pace e giustizia tra queste due comunità religiose non può esserci una pace significativa nel mondo. Il futuro del mondo dipende dalla pace tra Musulmani e Cristiani. La base per questa pace e comprensione esiste già. Fa parte dei principi veramente fondamentali di entrambe le fedi: l’amore per l’unico Dio e l’amore per il prossimo”

L’uomo religioso

Il Catechismo della Chiesa Cattolica affermava: “Il desiderio di Dio è iscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l’uomo e soltanto in Dio l’uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa. Nel corso della loro storia e fino ai nostri giorni, gli uomini in molteplici modi hanno espresso la loro ricerca di Dio attraverso le loro credenze ed i loro comportamenti religiosi (preghiere, sacrifici, culti, meditazioni, ecc). Malgrado le ambiguità che possono presentare, tali forme di espressione sono così universali che l’uomo può essere definito un essere religioso” (1).
Del resto già il Concilio Vaticano Secondo aveva dichiarato: “Fin dal suo nascere l’uomo è invitato al dialogo con Dio; non esiste, infatti, se non perché creato per amore da Dio, da lui sempre per amore è conservato, né vive pienamente secondo verità se non lo riconosce liberamente e se non si affida al suo Creatore” (2).
Verità non accolta sempre da tutti, specialmente quando si tratta di vedere come la presenza di Dio viene organizzata nelle religioni. Esempi emblematici di persone che hanno difficoltà a credere, a vivere in una religione, li abbiamo anche ai nostri giorni (3). Talvolta il dubbio o il rifiuto proviene proprio dai limiti e sbagli nelle organizzazioni delle religioni, piuttosto che dalla mancanza della fede, e questo in tutti i continenti e in tutte le religioni; questo deriva da “ quei tipi di religione che, a qualunque parallelo o latitudine vengono professate, anziché liberare l’uomo dalle categorie dei ritualismi e delle superstizioni, lo schiavizzano nel nome di un Dio che non dà salvezza” (4).
Per alcuni Dio è creato dalla mente dell’uomo, invece di essere il creatore dell’uomo, un Dio frutto della nostra mente, pur con tutti gli interrogativi che rimangono per spiegare l’universo e la sua storia (5); Einstein scriveva: “Dio non è nient’altro che il prodotto delle debolezze umane”; lo stesso interrogativo avviene anche per il nostro Salvatore; è possibile pensare che il Cristo è stato costruito dal Cristianesimo, piuttosto che il Cristianesimo da Cristo. L’uso dell’intelligenza mette in dubbio, in discussione tutto e tutti; difficile quindi sostenere unanimemente che l’uomo è un animale religioso.

Il monaco, uomo religioso esemplare

Ma ammettendo che l’uomo sia un animale tendente alla religione, dobbiamo dire che il modo migliore per vivere le religioni è la vita monastica. Le grandi religioni, anche antecedenti il monachesimo cristiano, nello scorrere dei secoli hanno dato vita a strutture particolari che possiamo chiamare “vita monastica”, dove il monachesimo si presenta come il modo più profondo di relazionarsi con Dio. Questo ci aiuta a mettere in evidenza il motivo principale che dà vita al monachesimo, il perché della sua presenza nella vita delle religioni; sono le motivazioni profonde del cuore umano che cerca di dare un senso alla vita, di avere una relazione con Dio, di entrare nella vita di Dio, in qualsiasi modo si chiami, di dare più valore ai valori interiori del cuore dell’uomo, alla sua vita spirituale, piuttosto che alla vita esteriore, a quello che passa. San Benedetto, con esperienza spirituale ed equilibrio di buon occidentale, risolve tutto nella frase: “si revera Deum quaerit”, “se cerca veramente Dio” (6). Il monaco è il “ricercatore” di Dio. Se accettiamo che l’uomo è un animale religioso, e come tale cerca un rapporto con la divinità, in ogni religione vi sono e vi saranno sempre persone che intensamente si dedicano completamente a questo impegno di vita: i monaci. Loro sono il ponte del dialogo interreligioso.
Secondo la Chiesa cattolica è possibile dialogare sotto tanti aspetti: “il dialogo della vita, in cui le persone si sforzano di vivere in uno spirito di apertura e di cordialità nei confronti del prossimo, condividendo le proprie gioie e le preoccupazioni, il dialogo delle opere, in cui i cristiani e i credenti di altre fedi collaborano per lo sviluppo e la liberazione di tutti i popoli, il dialogo degli scambi teologici, in cui gli specialisti cercano di approfondire la loro comprensione delle rispettive tradizioni religiose e di apprezzare i reciproci valori spirituali, sempre tenendo conto della necessità della ricerca della verità ultima, e il dialogo dell’esperienza religiosa, nel quale le persone, radicate nelle proprie tradizioni religiose, condividono le ricchezze spirituali, per esempio per quanto riguarda la preghiera e la contemplazione, la fede e i vari modi di cercare Dio o l’Assoluto” (7). E’ in questo ultimo aspetto del dialogo che si situa il monaco, nella sua voglia di dare risposte chiare alle ricerche interiori, un senso alla vita, di vederci chiaro nella solitudine profonda che prova in mezzo a tutto quello che lo attornia, nella sua ricerca di certezze: in Dio, nella vita spirituale trova le risposte ! Questo non possiamo dire che sia una particolarità dei soli monaci, poiché è una ricerca costitutiva dell’uomo, sempre attuale quindi, mai anacronistica, presente in ogni parte del mondo e in ogni epoca storica; per questo si può dire che un poco di monaco è in tutte le creature, che il monachesimo è parte costitutiva dell’antropologia (R. Pannikar). Questo è comprensibile se si guarda al monachesimo nella sua interiorità più che alle sue espressioni esteriori: clausura, ascesi, riti … Se lo si guarda come ricerca umana di conoscere se stessi e incontrare Dio, in tal caso davvero in ogni uomo c’è un poco di monaco, se invece lo si osserva nelle sue espressioni esteriori, in tal caso possiamo lasciarci prendere da aspetti secondari (e purtroppo avviene spesso anche presso le autorità monastiche che idealizzano o la clausura, o la preghiera, o l’ascesi o altro: tutti strumenti per cercare e nutrire la vita spirituale, ma non il motivo fondamentale della ricerca di Dio). Interessante a proposito il volume dell’abate Christofer Jamison che in “Trovare rifugio: riscoprire dentro se stessi la pace del monastero” (8) insegna a tutti a ritrovare in se stessi un angolo per ricreare la pace profonda, e questo per mezzo della saggezza e la serenità della vita monastica, rileggendo la Regola benedettina, vista come una guida per riscoprire la nostra dimensione più vera e spirituale, e darle un significato concreto nella nostra inquieta, distratta, iperattiva quotidianità, trasformando alle radici la nostra stessa esistenza. Viene allora spontanea la domanda: Ma chi e cosa è il monaco ? E’ possibile darne una definizione ? Ci sembra la risposta migliore quella di un Abate Primate dei Benedettini, data durante un Congresso di Abati: “E’ impossibile dare una definizione giuridica del monaco; tutti i limiti rischiano di essere arbitrari” (9); potremmo invece definirlo nel suo aspetto di vita spirituale: è il ricercatore Dio !
Il Consiglio permanente dei Vescovi Italiani nel loro comunicato finale del 18 marzo 2008 hanno pensato di scrivere una “lettera ai cercatori di Dio”. Dichiarano: “La sete di Dio, seppur velata, continua a crescere nella cultura del nostro tempo, solo in superficie agnostica o distratta. In realtà esistono e anzi si amplificano nel cuore della gente domande che chiedono di essere chiarite e appagate e che, al di là delle apparenze, uniscono nel profondo” (10). Ai monaci rispondere !
Non sempre i diversi generi di vita di persone in ricerca spirituale sono chiamati “monachesimi”; ma determinate organizzazioni sono equiparabili alle strutture riconosciute come vita monastica, come i “figli dei profeti” nell’Ebraismo o le comunità Sufi nell’Islam.
In tutti questi generi di vita troviamo sempre personaggi che ricoprono un ruolo particolare, i “vir Dei”, che hanno dato nascita a famiglie di “persone spirituali”, sia con l’esemplarità della loro vita, tale da essere considerati da tutti come “santa”, e questo nelle diverse religioni, lontane per il tempo e il luogo, sia per i loro scritti.
L’universalismo del monachesimo è comprovato dalla sua nascita in luoghi diversi e in tempi diversi, talvolta causato dalla storia locale, talvolta dalla crisi delle religioni stesse ed è arduo, se non impossibile seguirne la complessità di crescita e diffusione. “La storia del monachesimo non concerne i singoli monasteri ma è piuttosto l’esposizione delle loro costanti e varianti, di ciò che di comune o, al contrario, di peculiare li caratterizza e che da essi si dirama e confluisce nell’alveo più vasto della storia della Chiesa e della società … Il monachesimo non ha un fondatore, ma dei fondatori; non un padre, ma dei padri” (11).
La storia del monachesimo non è sempre stata gloriosa; vi sono stati periodi di crisi derivanti talvolta da motivi interni (rilassamento della disciplina, indebolimento della motivazione principale con esaltazione delle strutture, mancanza di nutrimento con i testi sacri, …) o anche per motivi esterni (difficoltà economica, contrarietà della società, avversione di regimi politici, persecuzioni); molte volte è capitato in diverse religioni che proprio all’interno della religione stessa vi siano state persecuzioni o almeno avversioni, e questo sia per l’ideale predicato e praticato, sia per il potere raggiunto dal monachesimo in certi periodi storici, sia nel campo economico che in quello politico, da suscitare reazioni negative della società; ma talvolta è stato proprio il suo ideale di estraniarsi dalla struttura della religione in cui è nato, per formare (per esempio nel Cristianesimo) una Chiesa parallela, esente da determinate forme di obbedienza alle autorità legittime, che ha suscitato forti opposizioni, ben registrate nel Sufismo; in alcune situazioni la cultura monastica, con le sue organizzazioni esteriori più che con la sua dinamica interiore, ha avuto un influsso negativo sulla storia umana; altre volte ha civilizzato intere nazioni per secoli.

I monachesimi e realtà affini

La storia del monachesimo cristiano, in modo speciale di quello benedettino, è stata oggetto di ampli studi ed è possibile conoscerla sia in volumi di ampio respiro, che in studi dettagliati per i suoi vari aspetti di spiritualità, di personaggi, di arte; è possibile averne una presentazione sufficiente anche nei dizionari di spiritualità o degli Istituti di perfezione; il monachesimo benedettino, maschile e femminile, tiene aggiornata la situazione con volumi che elencano sia i monasteri che i monaci/che (12); esistono tante monografie che presentano storia e arte di illustri monumenti ora disabitati o ancora ripieni di monaci, come anche numerose vite di fondatori; è invece difficile avere una storia del monachesimo come fenomeno universale. Salvatore Pricoco, docente di Storia del cristianesimo antico nella Facoltà di Lettere dell’Università di Catania, ha dedicato i suoi studi ultimamente a questo argomento (13), e anche se manifesta un certo pessimismo nei riguardi della situazione odierna, riconosce che il monachesimo ha un proprio ruolo nella storia delle religioni, dell’umanità. L’autore, non avendo vocazione monastica, si sofferma più sugli avvenimenti esteriori della storia del monachesimo, sulle strutture della vita monastica, che analizzare il profondo della vocazione monastica, senza rendersi conto delle motivazioni antropologiche oltre che religiose di questo fenomeno. Per lui il popolo dei monaci è sempre più in diminuzione, poiché si sofferma sulla situazione della vecchia Europa, con attenzione al solo monachesimo cristiano; le statistiche invece ne indicano una presenza viva evidente e in crescita nei vari continenti e nelle varie religioni. Occorre certo essere consapevoli delle crisi che nella nostra Europa e nell’America settentrionale assottigliano il numero delle comunità, ma nell’estremo Oriente, in Africa, nell’America del Sud si moltiplicano le comunità e il numero dei monaci. Si tratta in Europa non di una crisi del Monachesimo, bensì del Cristianesimo, e quindi di tutte quelle Istituzioni religiose (la Vita Consacrata) che ne sono la bandiera. Potranno anche finire i vari istituti di Religiosi e Religiose che costellano la vita della chiesa, potranno anche morire degli Ordini o Congregazioni monastiche, ma non potrà chiudere la storia monastica; il monachesimo, proprio per il suo inserimento nella natura umana che cerca risposte agli interrogativi fondamentali della vita, non tanto di quella fisica, bensì di quel qualche cosa di più che possiamo chiamare vita interiore, spirituale, di grazia, di esperienza di Dio, sarà sempre presente nella storia dell’umanità.
Infatti la storia dei monachesimi è legata alla vita della società e delle religioni e per ragioni interne ed esterne ha subito crisi profonde; sono finite determinate organizzazioni monastiche (pensiamo ai Cluniacensi in Europa), ma non è finito lo spirito del monachesimo. Non si regge su motivazioni socio-economiche come altri Istituti nati per rispondere a delle necessità impellenti della società, come la scuola o la sanità. Il Monachesimo non nasce per risolvere i problemi della società, bensì dell’uomo, e per questo rimane, anche se scompaiono sue determinate forme di espressione locale o temporale.
Ha avuto, ed ha tutt’ora, un suo ruolo storico; basta vedere i numerosi convegni, le miscellanee, le commemorazioni di personaggi, i volumi di arte, la storia di monasteri che si moltiplicano ad ogni piè sospinto in tutte le parti del mondo. Del resto in alcune nazioni (Tibet, Birmania, Irlanda per esempio) e in alcuni periodi storici, solo il Monachesimo ha gestito la storia religiosa locale, formando la società. E’ possibile dirlo per l’evangelizzazione della nostra Europa.
Possiamo accennare brevemente ai vari tipi di monachesimo nati e cresciuti sia prima del Cristianesimo che dopo; gli elementi ideologici e le esperienze ascetiche, mistiche, spirituali presentano un campo di vita enorme. La conoscenza dei testi sacri, l’elenco delle persone spirituali o “santi”, l’ammirazione dell’arte suscitata dai monaci, i riti e le preghiere sono infinite. Gli studi sui confronti tra i vari monachesimi sono ancora pochi (14).
Cerchiamo di elencare le varie religioni che, sia prima del Cristianesimo che dopo, presentano un vivere associato di persone che manifestano le caratteristiche del monachesimo:
Induismo: questa religione non si è mai organizzata in “chiesa”; la scelta di una vita ascetica, di vita comune, di una esperienza spirituale particolare è lasciata alle libere decisioni individuali, possibilmente sotto la guida di un maestro (guru). In epoca antica i monaci erano detti “i rinuncianti”. I testi sacri fanno a gara nel celebrare l’ideale monastico che prosegue anche ai nostri giorni nell’istituzione degli “ashram”, con i devoti di Krsna, gli yoghi, con gli adepti di scuole di pensiero (Vedanta in modo particolare). Oggi l’Induismo comprende 12 ordini monastici.
Giainismo: Il monachesimo è parte integrante di questa religione. Con un insieme di pratiche proprie dei Giaina, cioè di coloro che seguono l’insegnamento di Jina (il Vincitore, il Grande Eroe,vissuto in India tra il IV e il V secolo avanti Cristo), viene organizzata la vita insistendo su due aspetti: l’ascesi pura con grande rigore ascetico e il primato dello spirito con grande concentrazione, in ricerca di una liberazione interiore. Monaci, monache e laici non si differenziano tanto tra di loro, poiché la preoccupazione della liberazione è grande in tutti. Alcuni aspetti della spiritualità giaina sono più evidenti nell’induismo che nel buddismo, come il rispetto della vita portato all’estremo, la non violenza, il primato dello spirito, la padronanza di sé, la nostalgia della pienezza dell’essere.
Buddhismo: il monachesimo vi compare fin dagli inizi (III secolo avanti Cristo), con comunità fortemente organizzate secondo le prescrizioni dei testi canonici (Scritture buddhiste). Si può dire che la religione Buddhista è una religione essenzialmente monastica, sia maschile che femminile, già al tempo di Buddha. Vi è grande osmosi tra i laici e i monaci che non sono preti. Oggi il monachesimo Buddhista è molto esteso, diviso tra i monaci della foresta e i monaci della città; tutti si dedicano però alla separazione dal mondo, alla vita ascetica, all’aspirazione mistica. E’ presente in tutto il mondo.
Tardo Ebraismo (Esseni, Qumran e Terapeuti). Con la scoperta dal 1947 in poi delle grotte di Qumran e manoscritti ivi contenuti, si è potuto ricostruire anche un complesso di edifici preparati per una vita comunitaria: sale di riunione, tavoli e calami, forni, scodelle per i pasti, cisterne, conche per abluzioni, il cimitero. Il tutto apparteneva a una comunità religiosa detta “Congregazione” o anche “la Nuova Alleanza” o semplicemente “La comunità”; si trattava di ebrei che si ritenevano gli eletti, i figli della luce. Forse appartenevano agli Esseni; la loro storia inizia con la rivolta dei Maccabei (167-164 avanti Cristo) e giunge fino al 68 della nostra era, quando i Romani distrussero Qumran. Certamente era una comunità religiosa al margine del giudaismo corrente. Dagli scritti ritrovati si nota una intensa esperienza religiosa, un sorprendente senso di Dio con lunghe meditazioni sulla Legge e i Profeti, la pratica del celibato, la comunione dei beni, la vita ascetica; molto facilmente hanno avuto influsso sul Nuovo Testamento.
Cristianesimo: Il monachesimo è nato in Egitto verso la metà del III secolo con l’eremita Paolo di Tebe e successivamente con Antonio (250-350) e si è esteso in breve tempo in Palestina, Siria, Cappadocia, Costantinopoli per penetrare in Occidente nel IV secolo. I primi monaci furono dei solitari ma successivamente la “vita comune” attirò il numero maggiore di seguaci, con la necessità di una regolarizzazione: regola di Pacomio (287-346), di Basilio (scritta verso il 358) e tante altre, sempre con lo scopo di condurre gli adepti a vivere secondo lo spirito, ad aspirare alla perfezione. L’Occidente si aprì al monachesimo sotto l’influenza degli orientali. Il movimento lo troviamo in Scozia, in Irlanda, in Francia, in Italia e si può dire in tutte le nazioni Europee. Con San Benedetto (480-547) e la sua Regola inizia la grande avventura benedettina che sarà gloriosa fino al XVIII secolo, espandendosi in tutte le nazioni.
Taoismo: E’ la ricerca dell’immortalità e della Lunga Vita. Probabilmente nasce dalla sovrapposizione di vari culti già nel 1766 avanti Cristo e la sua dottrina nel tempo penetra completamente la civiltà cinese. Molti praticanti della dottrina taoista si ritiravano dalle responsabilità politiche e sociali, vivendo da eremiti. Il taoismo viene praticato sia nei monasteri, nella solitudine degli eremitaggi che nella vita quotidiana di tutti; il Comunismo non lo ha spento e certamente è anche oggi più numeroso di quanto appare, con una sua organizzazione che fa coesistere la ricerca spirituale con le pratiche strettamente magiche. Nel Taoismo la meditazione e gli esercizi spirituali sono sempre legati al corpo che si spiritualizza attraverso gli esercizi, per unirsi al Tao = la Via. Esistono anche oggi ordini religiosi con le proprie scuole, liturgie, templi, abiti, culti.
Sufismo o mistica musulmana: rappresenta la ricerca di Dio che parte dalla semplice devozione interiorizzata per giungere fino agli stati mistici più alti. Già il nome stesso (suf) sa di monachesimo poiché indica la tonaca di lana bianca che portavano i monaci cristiani in Arabia. Nell’Islam l’uomo è polarizzato su Dio, il solo che esiste realmente e di fronte a cui l’uomo è nulla. I Sufi mettono in evidenza anche la figura di Maometto come loro fondatore (i suoi ritiri spirituali, la sua esperienza della rivelazione, la sua ascensione, le sue notti di preghiera) dipingendolo povero, asceta, favorito dei più alti stati mistici. Ma in genere nell’Islam vi è stata e vi è tutt’ora una reazione anti ascetica, con rifiuto della moltiplicazione delle preghiere, dei digiuni, del celibato, delle elemosine. Attualmente il Sufismo si struttura in scuole e confraternite, molto numerose anche in Italia. Non è Monachesimo, anche se in molti aspetti è paragonabile.
Manicheismo: Mani ha avuto l’intenzione di fondare una religione universale che sostituisse tutte le religioni preesistenti, organizzando non solo la gerarchia della sua chiesa, ma anche tutta la sua espressione di fede, con parte integrante della liturgia e della preghiera nella vita quotidiana. Nato in Persia nel 216, e morto nel 277, si è presentato come lo Spirito Santo promesso da Gesù. Ha subito grandi persecuzioni anche durante la vita, ma la sua dottrina gnostica ha avuto subito una grande espansione, e pur essendo combattuta come eresia cristiana, ha conquistato molti adepti. L’aspetto che lo rende in qualche modo legato al monachesimo è la sua insistenza sulla preghiera. La vita quotidiana del manicheo, dell’eletto è una preghiera continua. Nella lotta tra la luce e le tenebre, la preghiera ha un ruolo essenziale nel meccanismo della salvezza. Altri aspetti rilevanti nella organizzazione della vita degli eletti sono i digiuni, i riti liturgici (perdono dei peccati, pasqua), le elemosine.

UGUAGLIANZE CON DIVERSITA’

Senza soffermarci nei particolari, possiamo trovare delle similitudini nei diversi monachesimi pur vivendo in continenti diversi, in periodi storici lontani gli uni dagli altri, in culture diverse; vi sono strutture per lo meno simili, anche se poi vissute con originalità proprie.
Vorremmo prima di tutto ricordare che il “monachesimo” non è una religione, ma è inserito nelle religioni, di cui cerca di approfondire gli elementi spirituali, fino alla mistica relazione con Dio e col dono completo della vita per i fratelli. Delle persone carismatiche hanno dato la possibilità ai monachesimi di esprimersi e di organizzarsi nel proprio tempo e ambiente di vita.
Purtroppo l’organizzazione esterna talvolta prende il sopravvento sulle motivazioni interiori, diventando divina, inamovibile; in quei casi il monachesimo, di qualsiasi religione sia, decade, non sa leggere i segni dei tempi, non è disponibile al rinnovamento e all’ inserimento nella storia che cammina ed ha sempre esigenze nuove. Viene a mancare la capacità di fedeltà e di adattamento. Quando poi il monachesimo diventa una potenza politica ed economica, stimola i monaci più alla cura delle proprietà (pur con voto di povertà) che alla spiritualità, portandoli a trasgredire lo spirito per cui sono nati, a mettere in secondo piano l’amore di Dio con completo abbandono a Lui, con fede totale nella sua provvidenza.

1. LE MOTIVAZIONI
Sono legate sia alla spiritualità della religione in cui nascono le comunità, sia al momento storico della civiltà dove è inserita la religione madre; le possiamo trovare espresse con formulazioni diverse, da persone diverse, ma sempre con lo scopo della “liberazione” da tutto quello che impedisce la contemplazione, la ricerca della verità e del senso della vita in Dio, il desiderio di perfezione, il desiderio di condivisione della vita di Dio, di contemplazione di Dio.
Nonostante che la ricerca interiore sia di tanti, sono solo alcune persone carismatiche, i fondatori, che rispondono con radicalità all’impulso interiore, dando inizio a generi di vita ascetica; molti sono poi i discepoli che li seguono, formando scuole diverse di monaci, suddividibili in due tendenze: vita eremitica e vita cenobitica.

2. PRATICHE DI NUTRIMENTO DELLE MOTIVAZIONI
Con questo titolo vogliamo presentare, con una certa gerarchia, quelle strutture, quei mezzi ritenuti necessari per mantenere vive le motivazioni. Sono normali in ogni monachesimo e richiederebbero una presentazione dettagliata nella varietà delle diverse espressioni. Ci limitiamo ad elencarle con breve spiegazione.

A. Testi sacri e meditazione. Possono essere stati scritti dagli stessi fondatori o ripresi dalla propria religione (la Bibbia per esempio nel Cristianesimo), ma tutti i monachesimi dedicano tempi lunghi allo studio e alla meditazione dei testi ritenuti ispirati; si tratterà di “lectio divina”, di Yoga, di za-zen o altro, ma tutti nutrono la propria tensione al divino, alla perfezione, alla scuola della parola ritenuta sacra. Per questo ogni monastero, di qualsiasi religione, possiede una ricca biblioteca, e si può affermare che la stessa vita di una comunità è apprezzabile secondo la biblioteca che possiede. Manifesta infatti non solo la cultura dei suoi componenti, ma anche il tipo di teologia e di spiritualità che vive, oltre agli interessi culturali di vario genere che vengono coltivati. Un celebre detto monastico dice che “un monastero senza biblioteca è come un esercito senza armi”.
B. Lunghe preghiere. Il più delle volte organizzate, metodiche, con varianti quotidiane, con il canto, a retto tono, a tono parlato; una buona parte della giornata viene vissuta pregando. Nel monachesimo cristiano la liturgia delle ore e i sacramenti occupano almeno quattro ore, sia nella chiesa ortodossa che in quella cattolica e protestante.
C. Vita regolata. Viene tolta la possibilità di fare quello che si vuole, e si procede dal mattino alla sera a suon di campanelle che scandiscono il tempo della preghiera, delle refezioni, del lavoro. Può cambiare l’orario sia dell’alzata mattutina che delle veglie notturne, sia del tempo del lavoro che degli incontri comunitari, ma tutto procede, nella vita cenobitica, con partecipazione comunitaria e attiva alla vita comune, secondo una regola accettata da tutti nel lungo periodo di introduzione alla comunità. Gli eremiti, pur nella loro libertà, vivono ancora più intensamente sia la preghiera che la meditazione contemplativa e il lavoro.
D. Vita ascetica. Non ci si può permettere quello che piace, sia nel riposo che nel cibo; si cerca di togliere ogni comodità, ogni confort, ogni benessere; questo per avere nella rigidità della vita un aiuto per vivere la semplicità o anche la durezza del quotidiano esistere. L’ascesi è un aiuto per diminuire le passioni della carne, per sottomettere il corpo alla vita spirituale, per restare in meditazione non appesantiti dal cibo o dalle bevande. Oltre quindi alle difficoltà che la vita presenta a tutti, ci si addossano volontariamente delle rinunce che rendono la giornata più sobria, e talvolta anche dolorosa nelle rinunce proposte.
E. Celibato. Non si tratta tanto di non avere moglie o marito, quanto piuttosto di avere il cuore libero da affetti di cose e persone che possono distrarre dal rimanere tesi verso il Creatore, dalla contemplazione. Liberazione dagli affetti comprende quindi l’abbandonare la preoccupazione del cibo e del vestito, del possedere e accumulare denaro e possedimenti, oltre che di condividere la vita con altre persone. Volersi bene (vita di comunione) nella libertà del cuore in cammino verso il regno che rimane la grande attrattiva, il grande amore.
F. Direzione spirituale. Durante la loro vita i fondatori normalmente sono quelli che illuminano e sostengono i propri discepoli; successivamente rimane la necessità della presenza di persone illuminate, spirituali, per guidare i monaci nella via della perfezione. Si chiamano con nomi diversi: padre spirituale, guru, … ma tutti hanno lo stesso scopo (15).
G. Ammissione, indottrinamento, incardinamento. Agli inizi della storia del monachesimo non vi era un periodo di discernimento; ognuno si sceglieva il proprio padre spirituale e viveva alla sua scuola. Specialmente a causa di vari disordini nella vita cenobitica, a estremismi nella vita eremitica, è stato necessario strutturare il percorso di formazione alla vita monastica, e questo in tutti i monachesimi, con continui aggiornamenti lungo i secoli, tenendo conto delle debolezze umane e dei mutamenti civili e sociali, come pure degli aggiornamenti avvenuti nelle diverse religioni, sia nella preghiera che nella vita ascetica.
H. Lavoro. Per alcuni monachesimi si può dire che il lavoro sia da escludere completamente dalla vita, tipo l’Induismo al suo inizio. Il Monaco è colui che contempla, che ricerca, che vive insegnando e riceve il necessario dalla sua predicazione. Per altri è sufficiente lavorare quel tanto che occorre per sopravvivere. Per il monachesimo occidentale è una costante della vita: “L’ozio è nemico dell’anima. Perciò i fratelli devono dedicarsi in tempi determinati al lavoro manuale e in altre ore, pure ben fissate, alla lettura divina”(RB 48,1). Le motivazioni variano: dal vivere col proprio lavoro, alla condivisione dei beni coi poveri, al contribuire all’opera della creazione.
I. L’abito. Indica l’appartenenza sociale della persona e lo troviamo in tutti i monachesimi. Non si tratta solo della scelta di una determinata foggia di vestito, del suo colore, delle cinture, dei cordoni, ma anche di un abbigliamento che comprende la tonsura o la lunghezza dei capelli; il tutto vuole indicare chiaramente lo stile di vita del monaco, e anche se vale il detto che “l’abito non fa il monaco”, è anche vero che sia per la persona che lo porta che per chi lo vede, è un segno chiaro di appartenenza a un determinato genere di vita, estraniata dalla società, come pure di consacrazione a Dio. Nel corso di formazione del discepolo che chiede di fare il monaco vi è un rito apposito di consegna dell’abito (cfr per esempio RB 58).
J. Inserimento nella società. Pur facendo parte della spiritualità di tutti i monachesimi la fuga dalla società per vivere nel deserto, nella solitudine, bisogna anche dire che i monachesimi hanno avuto ed hanno tutt’ora un grande peso non solo nella vita della propria religione, ma anche nella vita della società. A differenza di tanti istituti cristiani sorti nel secondo millennio per sovvenire a problemi urgenti della società, come le scuole e gli ospedali, il monachesimo in genere non è nato per svolgere attività professionali, bensì per la contemplazione di Dio, la relazione con Dio, la ricerca della Verità, con disponibilità a qualsiasi lavoro. Possiamo quindi trovare monaci diventati importanti per la direzione spirituale, per l’animazione della preghiera, per l’evangelizzazione, per l’educazione alla liberazione, come anche monaci che sono impegnati nell’agricoltura, nelle varie arti umane; per il monachesimo benedettino certamente una gloria grande è l’evangelizzazione dell’Europa, come pure la bonifica di vasti territori o l’aver tramandato per mezzo di amanuensi la cultura romana e greca fino ai nostri giorni. Talvolta la società stessa è stata o è ancora monastica: pensiamo al Tibet, alla Birmania Myan Mar, al Monte Athos. E nel Cristianesimo per alcuni secoli anche la gerarchia ecclesiastica proveniva tutta dai monasteri: Scozia, Irlanda e in genere nell’Europa del Medio Evo.
K. Effetti culturali. A parte il Taoismo che connette le scienze magiche alla ricerca spirituale, il monachesimo con la sua arte è visibile nella costruzione dei Templi, nella edificazione dei monasteri, nella musica sacra, nel campo degli amanuensi, nei pittori, nella medicina e farmacie annesse (16). Possibile sperimentarlo visitando templi e monasteri in Oriente e in Occidente, Jain o Cistercensi.

Conclusione

Se accogliamo la tesi dell’uomo visto come animale religioso (oltre che intelligente), e siamo consapevoli che trova nel monachesimo il luogo dove poter vivere al meglio la religione (questo è dimostrabile anche guardando alla sua nascita in tempi e luoghi così lontani gli uni dagli altri), ne risulta che l’universalismo interiore presente nelle varie religioni richiede un dialogo in profondità, cioè nella vita spirituale, nella vita contemplativa, nella esperienza di Dio, trova nel monachesimo la sede adatta; grande responsabilità quindi oggi per i monachesimi, compreso il nostro benedettino, ma anche grande motivazione di vita. Di fronte alla ricerca di una definizione giuridica del “monaco” siamo spinti a non mettere in evidenza le strutture organizzative della vita, ma il motivo principale che ci fa monaci: cercatori di Dio ! “Si revera Deum quaerit” (RB 58, 11).
Interessante quindi l’idea di P. Antonio Ivan Esposito di preparare un piano di studi per la formazione al dialogo interreligioso nei monasteri, o anche nei monachesimi.
Mi augurerei la possibilità di organizzare esperienze di vita comune di cercatori di Dio di varie religioni: Indu, Buddisti, Cristiani, Bahai, Sufi, non per convertirci reciprocamente, ma per sollecitarci alla vita dello Spirito (17).
In fin dei conti, anche se tante opere esterne mostrano la bellezza e la validità della vita monastica, il suo frutto migliore consiste nella vita di quelli che chiamiamo “santi”, presenti in ogni monachesimo. Questo è l’augurio a tutti i monaci.

P. Cipriano Carini osb


NOTE
1. Catechismo della Chiesa Cattolica, capitolo primo: L’uomo è capace di Dio, nn. 27-28.
2. Concilio Ecumenico Vaticano Secondo, Gaudium et Spes, n. 19.
3. Cfr. “Dio che non esisti ti prego: Dino Buzzati, la fatica di credere” di Lucia Bellaspiga, nella collana “Maestri di frontiera” dell’editrice Ancora, 2006.
- Cfr. Richard Dawkins, L’illusione di Dio, le ragioni per non credere, Arnoldo Mondadori Milano 2007.
- Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo essere Cristiani,
- Christofer Hitchens, Dio non è grande: come le religioni avvelenano ogni cosa, Einaudi 2007.
4. Carmela Randazzo Valenti, in “E se Dio rifiuta la religione ?”, di AA.VV. Cittadella Editrice, 2005, p.7.
5. Cfr “La naissance des dieux. Aux origines des religions” in “Le monde des religions” ,n. 28, marzo-aprile 2008, pp.22-41.
6. Regola di San Benedetto, capitolo 58: Itinerario per l’incorporazione dei fratelli nella famiglia monastica, v. 7.
7. Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, Camminare insieme, Il dialogo della Chiesa cattolica con le altre tradizioni religiose, Roma Libreria Editrice Vaticana 1999, pp. 135-136.
8. Christofer Jamison, Trovare rifugio. Riscoprire dentro se stessi la pace del monastero, Arnoldo Mondadori Milano, 2008.
9. Intervento di Victor Dammertz, Abate Primate dei Benedettini, al Congresso degli Abati del 1977.
10. Comunicato finale del consiglio permanente della CEI, 18 marzo 2008, n. 3
11. Gregorio Penco, Il monachesimo, Mondadori, 2000, p. 11
12. Catalogus Monasteriorum OSB Monachorum, editio XX. 2005, Roma, Centro Studi S. Anselmo; Catalogus Monasteriorum OSB sororum et monialium, editio II 2006, Roma, Centro studi S. Anselmo.
13. Salvatore Pricoco, Il Monachesimo, Edizioni Laterza, Bari-Roma, 2003.
14. AA.VV., Monachesimo cristiano e non cristiano, Quaderni del centro interreligioso Henri Le Saux, n. 7, Milano 1990.
15. Direttori spirituali interscambiabili fra monaci di diverse religioni ? Vedi: BERNARDINO COZZARINI, Il guru cristiano, un maestro spirituale, in “Vita monastica” n. 239, 30-35. Il numero della rivista è tutto dedicato a Bede Griffiths: un cammino di fede verso l’altro.
16. BERNHARD SCHUETZ, L’Europa dei monasteri: architettura, arte e storia, Jaca Book, Milano, 2004, pp. 492. – BENEDETTO, l’eredità artistica, a cura di R. Cassanelli e Lòpez-Tello Garcia, JacaBook, Milano 2007, pp.456.
17. L’Associazione “I cieli sopra Bologna” unitamente al Monastero di Santo Stefano, sempre in Bologna, nei mesi di maggio - giugno 2008 hanno organizzato degli incontri sul tema: Alla ricerca del Dio interiore: la via della mistica nelle esperienze religiose.