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La mia relazione è
in programma in quanto rappresento la commissione italiana del DIM (Dialogo
interreligioso monastico); intendo riflettere sull’universalismo
dal punto di vista della responsabilità del monachesimo nella
storia dell’umanità, nel suo cammino verso la fraternità
universale, e questo in base alla vita spirituale. La storia delle religioni,
anche se lentamente lungo i secoli, mostra un continuo processo di interiorizzazione,
dichiarato tante volte anche da Gesù Cristo: E’ giunto
il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il
Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali
adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo
in spirito e verità” (Giovanni 4, 23-24), e da doversi
attuare proprio per mezzo di quelle istituzioni (monachesimo in prima
fila) che si dedicano alla vita interiore, spirituale.
Introduzione
Il cammino della nostra storia
umana ci sta conducendo sempre più non solo a guardare i dettagli,
ma a saperli scorgere nel grande panorama del tempo e dei luoghi: così
cerchiamo quello che unisce la cultura, le civiltà, le coscienze
e quindi le religioni di tutto il mondo. Cerchiamo di capire quello
che è l’umano, presente nelle creature di tutte le parti
del mondo, per giungere a conoscere i valori umani di tutti, e poter
programmare un’etica umana per tutti. Grande merito spetta certamente
ai mass media che ci permettono di vedere in tempo reale i diversi continenti
con le loro gioie e le lo loro sofferenze. Questo ci conduce ad aprire
mente e cuore e responsabilizzarci non solo dei piccoli problemi che
vivono all’ombra del nostro campanile, ma di quelli che riguardano
il creato intero. E ci accorgiamo che non è possibile affrontarli
da soli, ma occorre unirci per collaborare insieme e questo sia nel
campo degli aiuti umanitari che nella ricerca della verità; non
è più possibile dichiararci padroni della verità;
dobbiamo cercarla e gustarla insieme in tutti gli ambiti della vita,
ovunque ci sia vita, anche se ogni cultura ed ogni epoca storica privilegia
qualche aspetto o almeno qualche modo di vivere e illuminare lo stesso
valore di tutti; oggi dobbiamo tutti impegnarci per costruire una pacifica
convivenza che implica mutuo rispetto e accettazione delle differenze;
da qui il dialogo interculturale e anche interreligioso, dialogo aperto
allo scambio dei valori spirituali, religiosi, nel tentativo di raggiungere
un consenso, il più ampio possibile, sull’adozione di alcune
visioni e valori fondamentali che costituiscano un denominatore comune
per uno sviluppo integrale dell’umanità.
Tra i tanti aspetti della vita, uno sembra toccarci nel profondo: la
fede in un Dio sempre più proclamato unico, creatore di tutti,
sia di quella parte del mondo dove vivono i cristiani, in modo speciale
i cattolici, sia in quegli altri continenti dove altre creature da millenni
hanno un altro rapporto con Dio, hanno un’altra religione, lo
chiamano in modo diverso, hanno un’altra fede. Ora se qualche
cosa di comune tra i valori umani è già stato consacrato
da documenti solenni quali la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
firmata a Parigi il 10 dicembre 1948, siamo molto lontani da dichiarazioni
di “comunione” tra le diverse religioni. Un tentativo lo
hanno fatto ultimamente i 138 firmatari della lettera aperta (13 ottobre
2007, in occasione della fine del Ramadan) e appello delle guide religiose
Musulmane al Papa e ad altre autorità religiose cristiane di
tutto il mondo, scrivendo: “Nel Nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso,
rendendosi conto che insieme Cristiani e Musulmani formano ben oltre
metà della popolazione mondiale, e che senza pace e giustizia
tra queste due comunità religiose non può esserci una
pace significativa nel mondo. Il futuro del mondo dipende dalla pace
tra Musulmani e Cristiani. La base per questa pace e comprensione esiste
già. Fa parte dei principi veramente fondamentali di entrambe
le fedi: l’amore per l’unico Dio e l’amore per il
prossimo”
L’uomo
religioso
Il Catechismo della Chiesa
Cattolica affermava: “Il desiderio di Dio è iscritto nel
cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato
da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l’uomo
e soltanto in Dio l’uomo troverà la verità e la
felicità che cerca senza posa. Nel corso della loro storia e
fino ai nostri giorni, gli uomini in molteplici modi hanno espresso
la loro ricerca di Dio attraverso le loro credenze ed i loro comportamenti
religiosi (preghiere, sacrifici, culti, meditazioni, ecc). Malgrado
le ambiguità che possono presentare, tali forme di espressione
sono così universali che l’uomo può essere definito
un essere religioso” (1).
Del resto già il Concilio Vaticano Secondo aveva dichiarato:
“Fin dal suo nascere l’uomo è invitato al dialogo
con Dio; non esiste, infatti, se non perché creato per amore
da Dio, da lui sempre per amore è conservato, né vive
pienamente secondo verità se non lo riconosce liberamente e se
non si affida al suo Creatore” (2).
Verità non accolta sempre da tutti, specialmente quando si tratta
di vedere come la presenza di Dio viene organizzata nelle religioni.
Esempi emblematici di persone che hanno difficoltà a credere,
a vivere in una religione, li abbiamo anche ai nostri giorni (3). Talvolta
il dubbio o il rifiuto proviene proprio dai limiti e sbagli nelle organizzazioni
delle religioni, piuttosto che dalla mancanza della fede, e questo in
tutti i continenti e in tutte le religioni; questo deriva da “
quei tipi di religione che, a qualunque parallelo o latitudine vengono
professate, anziché liberare l’uomo dalle categorie dei
ritualismi e delle superstizioni, lo schiavizzano nel nome di un Dio
che non dà salvezza” (4).
Per alcuni Dio è creato dalla mente dell’uomo, invece di
essere il creatore dell’uomo, un Dio frutto della nostra mente,
pur con tutti gli interrogativi che rimangono per spiegare l’universo
e la sua storia (5); Einstein scriveva: “Dio non è nient’altro
che il prodotto delle debolezze umane”; lo stesso interrogativo
avviene anche per il nostro Salvatore; è possibile pensare che
il Cristo è stato costruito dal Cristianesimo, piuttosto che
il Cristianesimo da Cristo. L’uso dell’intelligenza mette
in dubbio, in discussione tutto e tutti; difficile quindi sostenere
unanimemente che l’uomo è un animale religioso.
Il monaco, uomo religioso esemplare
Ma ammettendo che l’uomo
sia un animale tendente alla religione, dobbiamo dire che il modo migliore
per vivere le religioni è la vita monastica. Le grandi religioni,
anche antecedenti il monachesimo cristiano, nello scorrere dei secoli
hanno dato vita a strutture particolari che possiamo chiamare “vita
monastica”, dove il monachesimo si presenta come il modo più
profondo di relazionarsi con Dio. Questo ci aiuta a mettere in evidenza
il motivo principale che dà vita al monachesimo, il perché
della sua presenza nella vita delle religioni; sono le motivazioni profonde
del cuore umano che cerca di dare un senso alla vita, di avere una relazione
con Dio, di entrare nella vita di Dio, in qualsiasi modo si chiami,
di dare più valore ai valori interiori del cuore dell’uomo,
alla sua vita spirituale, piuttosto che alla vita esteriore, a quello
che passa. San Benedetto, con esperienza spirituale ed equilibrio di
buon occidentale, risolve tutto nella frase: “si revera Deum quaerit”,
“se cerca veramente Dio” (6). Il monaco è il “ricercatore”
di Dio. Se accettiamo che l’uomo è un animale religioso,
e come tale cerca un rapporto con la divinità, in ogni religione
vi sono e vi saranno sempre persone che intensamente si dedicano completamente
a questo impegno di vita: i monaci. Loro sono il ponte del dialogo interreligioso.
Secondo la Chiesa cattolica è possibile dialogare sotto tanti
aspetti: “il dialogo della vita, in cui le persone si sforzano
di vivere in uno spirito di apertura e di cordialità nei confronti
del prossimo, condividendo le proprie gioie e le preoccupazioni, il
dialogo delle opere, in cui i cristiani e i credenti di altre fedi collaborano
per lo sviluppo e la liberazione di tutti i popoli, il dialogo degli
scambi teologici, in cui gli specialisti cercano di approfondire la
loro comprensione delle rispettive tradizioni religiose e di apprezzare
i reciproci valori spirituali, sempre tenendo conto della necessità
della ricerca della verità ultima, e il dialogo dell’esperienza
religiosa, nel quale le persone, radicate nelle proprie tradizioni religiose,
condividono le ricchezze spirituali, per esempio per quanto riguarda
la preghiera e la contemplazione, la fede e i vari modi di cercare Dio
o l’Assoluto” (7). E’ in questo ultimo aspetto del
dialogo che si situa il monaco, nella sua voglia di dare risposte chiare
alle ricerche interiori, un senso alla vita, di vederci chiaro nella
solitudine profonda che prova in mezzo a tutto quello che lo attornia,
nella sua ricerca di certezze: in Dio, nella vita spirituale trova le
risposte ! Questo non possiamo dire che sia una particolarità
dei soli monaci, poiché è una ricerca costitutiva dell’uomo,
sempre attuale quindi, mai anacronistica, presente in ogni parte del
mondo e in ogni epoca storica; per questo si può dire che un
poco di monaco è in tutte le creature, che il monachesimo è
parte costitutiva dell’antropologia (R. Pannikar). Questo è
comprensibile se si guarda al monachesimo nella sua interiorità
più che alle sue espressioni esteriori: clausura, ascesi, riti
… Se lo si guarda come ricerca umana di conoscere se stessi e
incontrare Dio, in tal caso davvero in ogni uomo c’è un
poco di monaco, se invece lo si osserva nelle sue espressioni esteriori,
in tal caso possiamo lasciarci prendere da aspetti secondari (e purtroppo
avviene spesso anche presso le autorità monastiche che idealizzano
o la clausura, o la preghiera, o l’ascesi o altro: tutti strumenti
per cercare e nutrire la vita spirituale, ma non il motivo fondamentale
della ricerca di Dio). Interessante a proposito il volume dell’abate
Christofer Jamison che in “Trovare rifugio: riscoprire dentro
se stessi la pace del monastero” (8) insegna a tutti a ritrovare
in se stessi un angolo per ricreare la pace profonda, e questo per mezzo
della saggezza e la serenità della vita monastica, rileggendo
la Regola benedettina, vista come una guida per riscoprire la nostra
dimensione più vera e spirituale, e darle un significato concreto
nella nostra inquieta, distratta, iperattiva quotidianità, trasformando
alle radici la nostra stessa esistenza. Viene allora spontanea la domanda:
Ma chi e cosa è il monaco ? E’ possibile darne una definizione
? Ci sembra la risposta migliore quella di un Abate Primate dei Benedettini,
data durante un Congresso di Abati: “E’ impossibile dare
una definizione giuridica del monaco; tutti i limiti rischiano di essere
arbitrari” (9); potremmo invece definirlo nel suo aspetto di vita
spirituale: è il ricercatore Dio !
Il Consiglio permanente dei Vescovi Italiani nel loro comunicato finale
del 18 marzo 2008 hanno pensato di scrivere una “lettera ai cercatori
di Dio”. Dichiarano: “La sete di Dio, seppur velata, continua
a crescere nella cultura del nostro tempo, solo in superficie agnostica
o distratta. In realtà esistono e anzi si amplificano nel cuore
della gente domande che chiedono di essere chiarite e appagate e che,
al di là delle apparenze, uniscono nel profondo” (10).
Ai monaci rispondere !
Non sempre i diversi generi di vita di persone in ricerca spirituale
sono chiamati “monachesimi”; ma determinate organizzazioni
sono equiparabili alle strutture riconosciute come vita monastica, come
i “figli dei profeti” nell’Ebraismo o le comunità
Sufi nell’Islam.
In tutti questi generi di vita troviamo sempre personaggi che ricoprono
un ruolo particolare, i “vir Dei”, che hanno dato nascita
a famiglie di “persone spirituali”, sia con l’esemplarità
della loro vita, tale da essere considerati da tutti come “santa”,
e questo nelle diverse religioni, lontane per il tempo e il luogo, sia
per i loro scritti.
L’universalismo del monachesimo è comprovato dalla sua
nascita in luoghi diversi e in tempi diversi, talvolta causato dalla
storia locale, talvolta dalla crisi delle religioni stesse ed è
arduo, se non impossibile seguirne la complessità di crescita
e diffusione. “La storia del monachesimo non concerne i singoli
monasteri ma è piuttosto l’esposizione delle loro costanti
e varianti, di ciò che di comune o, al contrario, di peculiare
li caratterizza e che da essi si dirama e confluisce nell’alveo
più vasto della storia della Chiesa e della società …
Il monachesimo non ha un fondatore, ma dei fondatori; non un padre,
ma dei padri” (11).
La storia del monachesimo non è sempre stata gloriosa; vi sono
stati periodi di crisi derivanti talvolta da motivi interni (rilassamento
della disciplina, indebolimento della motivazione principale con esaltazione
delle strutture, mancanza di nutrimento con i testi sacri, …)
o anche per motivi esterni (difficoltà economica, contrarietà
della società, avversione di regimi politici, persecuzioni);
molte volte è capitato in diverse religioni che proprio all’interno
della religione stessa vi siano state persecuzioni o almeno avversioni,
e questo sia per l’ideale predicato e praticato, sia per il potere
raggiunto dal monachesimo in certi periodi storici, sia nel campo economico
che in quello politico, da suscitare reazioni negative della società;
ma talvolta è stato proprio il suo ideale di estraniarsi dalla
struttura della religione in cui è nato, per formare (per esempio
nel Cristianesimo) una Chiesa parallela, esente da determinate forme
di obbedienza alle autorità legittime, che ha suscitato forti
opposizioni, ben registrate nel Sufismo; in alcune situazioni la cultura
monastica, con le sue organizzazioni esteriori più che con la
sua dinamica interiore, ha avuto un influsso negativo sulla storia umana;
altre volte ha civilizzato intere nazioni per secoli.
I monachesimi
e realtà affini
La storia del monachesimo cristiano, in modo speciale di quello benedettino,
è stata oggetto di ampli studi ed è possibile conoscerla
sia in volumi di ampio respiro, che in studi dettagliati per i suoi
vari aspetti di spiritualità, di personaggi, di arte; è
possibile averne una presentazione sufficiente anche nei dizionari di
spiritualità o degli Istituti di perfezione; il monachesimo benedettino,
maschile e femminile, tiene aggiornata la situazione con volumi che
elencano sia i monasteri che i monaci/che (12); esistono tante monografie
che presentano storia e arte di illustri monumenti ora disabitati o
ancora ripieni di monaci, come anche numerose vite di fondatori; è
invece difficile avere una storia del monachesimo come fenomeno universale.
Salvatore Pricoco, docente di Storia del cristianesimo antico nella
Facoltà di Lettere dell’Università di Catania, ha
dedicato i suoi studi ultimamente a questo argomento (13), e anche se
manifesta un certo pessimismo nei riguardi della situazione odierna,
riconosce che il monachesimo ha un proprio ruolo nella storia delle
religioni, dell’umanità. L’autore, non avendo vocazione
monastica, si sofferma più sugli avvenimenti esteriori della
storia del monachesimo, sulle strutture della vita monastica, che analizzare
il profondo della vocazione monastica, senza rendersi conto delle motivazioni
antropologiche oltre che religiose di questo fenomeno. Per lui il popolo
dei monaci è sempre più in diminuzione, poiché
si sofferma sulla situazione della vecchia Europa, con attenzione al
solo monachesimo cristiano; le statistiche invece ne indicano una presenza
viva evidente e in crescita nei vari continenti e nelle varie religioni.
Occorre certo essere consapevoli delle crisi che nella nostra Europa
e nell’America settentrionale assottigliano il numero delle comunità,
ma nell’estremo Oriente, in Africa, nell’America del Sud
si moltiplicano le comunità e il numero dei monaci. Si tratta
in Europa non di una crisi del Monachesimo, bensì del Cristianesimo,
e quindi di tutte quelle Istituzioni religiose (la Vita Consacrata)
che ne sono la bandiera. Potranno anche finire i vari istituti di Religiosi
e Religiose che costellano la vita della chiesa, potranno anche morire
degli Ordini o Congregazioni monastiche, ma non potrà chiudere
la storia monastica; il monachesimo, proprio per il suo inserimento
nella natura umana che cerca risposte agli interrogativi fondamentali
della vita, non tanto di quella fisica, bensì di quel qualche
cosa di più che possiamo chiamare vita interiore, spirituale,
di grazia, di esperienza di Dio, sarà sempre presente nella storia
dell’umanità.
Infatti la storia dei monachesimi è legata alla vita della società
e delle religioni e per ragioni interne ed esterne ha subito crisi profonde;
sono finite determinate organizzazioni monastiche (pensiamo ai Cluniacensi
in Europa), ma non è finito lo spirito del monachesimo. Non si
regge su motivazioni socio-economiche come altri Istituti nati per rispondere
a delle necessità impellenti della società, come la scuola
o la sanità. Il Monachesimo non nasce per risolvere i problemi
della società, bensì dell’uomo, e per questo rimane,
anche se scompaiono sue determinate forme di espressione locale o temporale.
Ha avuto, ed ha tutt’ora, un suo ruolo storico; basta vedere i
numerosi convegni, le miscellanee, le commemorazioni di personaggi,
i volumi di arte, la storia di monasteri che si moltiplicano ad ogni
piè sospinto in tutte le parti del mondo. Del resto in alcune
nazioni (Tibet, Birmania, Irlanda per esempio) e in alcuni periodi storici,
solo il Monachesimo ha gestito la storia religiosa locale, formando
la società. E’ possibile dirlo per l’evangelizzazione
della nostra Europa.
Possiamo accennare brevemente ai vari tipi di monachesimo nati e cresciuti
sia prima del Cristianesimo che dopo; gli elementi ideologici e le esperienze
ascetiche, mistiche, spirituali presentano un campo di vita enorme.
La conoscenza dei testi sacri, l’elenco delle persone spirituali
o “santi”, l’ammirazione dell’arte suscitata
dai monaci, i riti e le preghiere sono infinite. Gli studi sui confronti
tra i vari monachesimi sono ancora pochi (14).
Cerchiamo di elencare le varie religioni che, sia prima del Cristianesimo
che dopo, presentano un vivere associato di persone che manifestano
le caratteristiche del monachesimo:
• Induismo: questa
religione non si è mai organizzata in “chiesa”; la
scelta di una vita ascetica, di vita comune, di una esperienza spirituale
particolare è lasciata alle libere decisioni individuali, possibilmente
sotto la guida di un maestro (guru). In epoca antica i monaci erano
detti “i rinuncianti”. I testi sacri fanno a gara nel celebrare
l’ideale monastico che prosegue anche ai nostri giorni nell’istituzione
degli “ashram”, con i devoti di Krsna, gli yoghi, con gli
adepti di scuole di pensiero (Vedanta in modo particolare). Oggi l’Induismo
comprende 12 ordini monastici.
• Giainismo: Il monachesimo è
parte integrante di questa religione. Con un insieme di pratiche proprie
dei Giaina, cioè di coloro che seguono l’insegnamento di
Jina (il Vincitore, il Grande Eroe,vissuto in India tra il IV e il V
secolo avanti Cristo), viene organizzata la vita insistendo su due aspetti:
l’ascesi pura con grande rigore ascetico e il primato dello spirito
con grande concentrazione, in ricerca di una liberazione interiore.
Monaci, monache e laici non si differenziano tanto tra di loro, poiché
la preoccupazione della liberazione è grande in tutti. Alcuni
aspetti della spiritualità giaina sono più evidenti nell’induismo
che nel buddismo, come il rispetto della vita portato all’estremo,
la non violenza, il primato dello spirito, la padronanza di sé,
la nostalgia della pienezza dell’essere.
• Buddhismo: il monachesimo vi compare
fin dagli inizi (III secolo avanti Cristo), con comunità fortemente
organizzate secondo le prescrizioni dei testi canonici (Scritture buddhiste).
Si può dire che la religione Buddhista è una religione
essenzialmente monastica, sia maschile che femminile, già al
tempo di Buddha. Vi è grande osmosi tra i laici e i monaci che
non sono preti. Oggi il monachesimo Buddhista è molto esteso,
diviso tra i monaci della foresta e i monaci della città; tutti
si dedicano però alla separazione dal mondo, alla vita ascetica,
all’aspirazione mistica. E’ presente in tutto il mondo.
• Tardo Ebraismo (Esseni, Qumran
e Terapeuti). Con la scoperta dal 1947 in poi delle grotte di Qumran
e manoscritti ivi contenuti, si è potuto ricostruire anche un
complesso di edifici preparati per una vita comunitaria: sale di riunione,
tavoli e calami, forni, scodelle per i pasti, cisterne, conche per abluzioni,
il cimitero. Il tutto apparteneva a una comunità religiosa detta
“Congregazione” o anche “la Nuova Alleanza”
o semplicemente “La comunità”; si trattava di ebrei
che si ritenevano gli eletti, i figli della luce. Forse appartenevano
agli Esseni; la loro storia inizia con la rivolta dei Maccabei (167-164
avanti Cristo) e giunge fino al 68 della nostra era, quando i Romani
distrussero Qumran. Certamente era una comunità religiosa al
margine del giudaismo corrente. Dagli scritti ritrovati si nota una
intensa esperienza religiosa, un sorprendente senso di Dio con lunghe
meditazioni sulla Legge e i Profeti, la pratica del celibato, la comunione
dei beni, la vita ascetica; molto facilmente hanno avuto influsso sul
Nuovo Testamento.
• Cristianesimo: Il monachesimo è
nato in Egitto verso la metà del III secolo con l’eremita
Paolo di Tebe e successivamente con Antonio (250-350) e si è
esteso in breve tempo in Palestina, Siria, Cappadocia, Costantinopoli
per penetrare in Occidente nel IV secolo. I primi monaci furono dei
solitari ma successivamente la “vita comune” attirò
il numero maggiore di seguaci, con la necessità di una regolarizzazione:
regola di Pacomio (287-346), di Basilio (scritta verso il 358) e tante
altre, sempre con lo scopo di condurre gli adepti a vivere secondo lo
spirito, ad aspirare alla perfezione. L’Occidente si aprì
al monachesimo sotto l’influenza degli orientali. Il movimento
lo troviamo in Scozia, in Irlanda, in Francia, in Italia e si può
dire in tutte le nazioni Europee. Con San Benedetto (480-547) e la sua
Regola inizia la grande avventura benedettina che sarà gloriosa
fino al XVIII secolo, espandendosi in tutte le nazioni.
• Taoismo: E’ la ricerca dell’immortalità
e della Lunga Vita. Probabilmente nasce dalla sovrapposizione di vari
culti già nel 1766 avanti Cristo e la sua dottrina nel tempo
penetra completamente la civiltà cinese. Molti praticanti della
dottrina taoista si ritiravano dalle responsabilità politiche
e sociali, vivendo da eremiti. Il taoismo viene praticato sia nei monasteri,
nella solitudine degli eremitaggi che nella vita quotidiana di tutti;
il Comunismo non lo ha spento e certamente è anche oggi più
numeroso di quanto appare, con una sua organizzazione che fa coesistere
la ricerca spirituale con le pratiche strettamente magiche. Nel Taoismo
la meditazione e gli esercizi spirituali sono sempre legati al corpo
che si spiritualizza attraverso gli esercizi, per unirsi al Tao = la
Via. Esistono anche oggi ordini religiosi con le proprie scuole, liturgie,
templi, abiti, culti.
• Sufismo o mistica musulmana: rappresenta
la ricerca di Dio che parte dalla semplice devozione interiorizzata
per giungere fino agli stati mistici più alti. Già il
nome stesso (suf) sa di monachesimo poiché indica la tonaca di
lana bianca che portavano i monaci cristiani in Arabia. Nell’Islam
l’uomo è polarizzato su Dio, il solo che esiste realmente
e di fronte a cui l’uomo è nulla. I Sufi mettono in evidenza
anche la figura di Maometto come loro fondatore (i suoi ritiri spirituali,
la sua esperienza della rivelazione, la sua ascensione, le sue notti
di preghiera) dipingendolo povero, asceta, favorito dei più alti
stati mistici. Ma in genere nell’Islam vi è stata e vi
è tutt’ora una reazione anti ascetica, con rifiuto della
moltiplicazione delle preghiere, dei digiuni, del celibato, delle elemosine.
Attualmente il Sufismo si struttura in scuole e confraternite, molto
numerose anche in Italia. Non è Monachesimo, anche se in molti
aspetti è paragonabile.
• Manicheismo: Mani ha avuto l’intenzione
di fondare una religione universale che sostituisse tutte le religioni
preesistenti, organizzando non solo la gerarchia della sua chiesa, ma
anche tutta la sua espressione di fede, con parte integrante della liturgia
e della preghiera nella vita quotidiana. Nato in Persia nel 216, e morto
nel 277, si è presentato come lo Spirito Santo promesso da Gesù.
Ha subito grandi persecuzioni anche durante la vita, ma la sua dottrina
gnostica ha avuto subito una grande espansione, e pur essendo combattuta
come eresia cristiana, ha conquistato molti adepti. L’aspetto
che lo rende in qualche modo legato al monachesimo è la sua insistenza
sulla preghiera. La vita quotidiana del manicheo, dell’eletto
è una preghiera continua. Nella lotta tra la luce e le tenebre,
la preghiera ha un ruolo essenziale nel meccanismo della salvezza. Altri
aspetti rilevanti nella organizzazione della vita degli eletti sono
i digiuni, i riti liturgici (perdono dei peccati, pasqua), le elemosine.
UGUAGLIANZE CON DIVERSITA’
Senza soffermarci nei particolari,
possiamo trovare delle similitudini nei diversi monachesimi pur vivendo
in continenti diversi, in periodi storici lontani gli uni dagli altri,
in culture diverse; vi sono strutture per lo meno simili, anche se poi
vissute con originalità proprie.
Vorremmo prima di tutto ricordare che il “monachesimo” non
è una religione, ma è inserito nelle religioni, di cui
cerca di approfondire gli elementi spirituali, fino alla mistica relazione
con Dio e col dono completo della vita per i fratelli. Delle persone
carismatiche hanno dato la possibilità ai monachesimi di esprimersi
e di organizzarsi nel proprio tempo e ambiente di vita.
Purtroppo l’organizzazione esterna talvolta prende il sopravvento
sulle motivazioni interiori, diventando divina, inamovibile; in quei
casi il monachesimo, di qualsiasi religione sia, decade, non sa leggere
i segni dei tempi, non è disponibile al rinnovamento e all’
inserimento nella storia che cammina ed ha sempre esigenze nuove. Viene
a mancare la capacità di fedeltà e di adattamento. Quando
poi il monachesimo diventa una potenza politica ed economica, stimola
i monaci più alla cura delle proprietà (pur con voto di
povertà) che alla spiritualità, portandoli a trasgredire
lo spirito per cui sono nati, a mettere in secondo piano l’amore
di Dio con completo abbandono a Lui, con fede totale nella sua provvidenza.
1. LE MOTIVAZIONI
Sono legate sia alla spiritualità della religione in cui nascono
le comunità, sia al momento storico della civiltà dove
è inserita la religione madre; le possiamo trovare espresse con
formulazioni diverse, da persone diverse, ma sempre con lo scopo della
“liberazione” da tutto quello che impedisce la contemplazione,
la ricerca della verità e del senso della vita in Dio, il desiderio
di perfezione, il desiderio di condivisione della vita di Dio, di contemplazione
di Dio.
Nonostante che la ricerca interiore sia di tanti, sono solo alcune persone
carismatiche, i fondatori, che rispondono con radicalità all’impulso
interiore, dando inizio a generi di vita ascetica; molti sono poi i
discepoli che li seguono, formando scuole diverse di monaci, suddividibili
in due tendenze: vita eremitica e vita cenobitica.
2.
PRATICHE DI NUTRIMENTO DELLE MOTIVAZIONI
Con questo titolo vogliamo presentare, con una certa gerarchia, quelle
strutture, quei mezzi ritenuti necessari per mantenere vive le motivazioni.
Sono normali in ogni monachesimo e richiederebbero una presentazione
dettagliata nella varietà delle diverse espressioni. Ci limitiamo
ad elencarle con breve spiegazione.
A.
Testi sacri e meditazione.
Possono essere stati scritti dagli stessi fondatori o ripresi dalla
propria religione (la Bibbia per esempio nel Cristianesimo), ma tutti
i monachesimi dedicano tempi lunghi allo studio e alla meditazione
dei testi ritenuti ispirati; si tratterà di “lectio divina”,
di Yoga, di za-zen o altro, ma tutti nutrono la propria tensione al
divino, alla perfezione, alla scuola della parola ritenuta sacra.
Per questo ogni monastero, di qualsiasi religione, possiede una ricca
biblioteca, e si può affermare che la stessa vita di una comunità
è apprezzabile secondo la biblioteca che possiede. Manifesta
infatti non solo la cultura dei suoi componenti, ma anche il tipo
di teologia e di spiritualità che vive, oltre agli interessi
culturali di vario genere che vengono coltivati. Un celebre detto
monastico dice che “un monastero senza biblioteca è come
un esercito senza armi”.
B. Lunghe preghiere.
Il più delle volte organizzate, metodiche, con varianti quotidiane,
con il canto, a retto tono, a tono parlato; una buona parte della
giornata viene vissuta pregando. Nel monachesimo cristiano la liturgia
delle ore e i sacramenti occupano almeno quattro ore, sia nella chiesa
ortodossa che in quella cattolica e protestante.
C. Vita regolata. Viene
tolta la possibilità di fare quello che si vuole, e si procede
dal mattino alla sera a suon di campanelle che scandiscono il tempo
della preghiera, delle refezioni, del lavoro. Può cambiare
l’orario sia dell’alzata mattutina che delle veglie notturne,
sia del tempo del lavoro che degli incontri comunitari, ma tutto procede,
nella vita cenobitica, con partecipazione comunitaria e attiva alla
vita comune, secondo una regola accettata da tutti nel lungo periodo
di introduzione alla comunità. Gli eremiti, pur nella loro
libertà, vivono ancora più intensamente sia la preghiera
che la meditazione contemplativa e il lavoro.
D. Vita ascetica. Non
ci si può permettere quello che piace, sia nel riposo che nel
cibo; si cerca di togliere ogni comodità, ogni confort, ogni
benessere; questo per avere nella rigidità della vita un aiuto
per vivere la semplicità o anche la durezza del quotidiano
esistere. L’ascesi è un aiuto per diminuire le passioni
della carne, per sottomettere il corpo alla vita spirituale, per restare
in meditazione non appesantiti dal cibo o dalle bevande. Oltre quindi
alle difficoltà che la vita presenta a tutti, ci si addossano
volontariamente delle rinunce che rendono la giornata più sobria,
e talvolta anche dolorosa nelle rinunce proposte.
E. Celibato. Non si
tratta tanto di non avere moglie o marito, quanto piuttosto di avere
il cuore libero da affetti di cose e persone che possono distrarre
dal rimanere tesi verso il Creatore, dalla contemplazione. Liberazione
dagli affetti comprende quindi l’abbandonare la preoccupazione
del cibo e del vestito, del possedere e accumulare denaro e possedimenti,
oltre che di condividere la vita con altre persone. Volersi bene (vita
di comunione) nella libertà del cuore in cammino verso il regno
che rimane la grande attrattiva, il grande amore.
F. Direzione spirituale.
Durante la loro vita i fondatori normalmente sono quelli che illuminano
e sostengono i propri discepoli; successivamente rimane la necessità
della presenza di persone illuminate, spirituali, per guidare i monaci
nella via della perfezione. Si chiamano con nomi diversi: padre spirituale,
guru, … ma tutti hanno lo stesso scopo (15).
G. Ammissione, indottrinamento, incardinamento.
Agli inizi della storia del monachesimo non vi era un periodo di discernimento;
ognuno si sceglieva il proprio padre spirituale e viveva alla sua
scuola. Specialmente a causa di vari disordini nella vita cenobitica,
a estremismi nella vita eremitica, è stato necessario strutturare
il percorso di formazione alla vita monastica, e questo in tutti i
monachesimi, con continui aggiornamenti lungo i secoli, tenendo conto
delle debolezze umane e dei mutamenti civili e sociali, come pure
degli aggiornamenti avvenuti nelle diverse religioni, sia nella preghiera
che nella vita ascetica.
H. Lavoro. Per alcuni
monachesimi si può dire che il lavoro sia da escludere completamente
dalla vita, tipo l’Induismo al suo inizio. Il Monaco è
colui che contempla, che ricerca, che vive insegnando e riceve il
necessario dalla sua predicazione. Per altri è sufficiente
lavorare quel tanto che occorre per sopravvivere. Per il monachesimo
occidentale è una costante della vita: “L’ozio
è nemico dell’anima. Perciò i fratelli devono
dedicarsi in tempi determinati al lavoro manuale e in altre ore, pure
ben fissate, alla lettura divina”(RB 48,1). Le motivazioni variano:
dal vivere col proprio lavoro, alla condivisione dei beni coi poveri,
al contribuire all’opera della creazione.
I. L’abito. Indica
l’appartenenza sociale della persona e lo troviamo in tutti
i monachesimi. Non si tratta solo della scelta di una determinata
foggia di vestito, del suo colore, delle cinture, dei cordoni, ma
anche di un abbigliamento che comprende la tonsura o la lunghezza
dei capelli; il tutto vuole indicare chiaramente lo stile di vita
del monaco, e anche se vale il detto che “l’abito non
fa il monaco”, è anche vero che sia per la persona che
lo porta che per chi lo vede, è un segno chiaro di appartenenza
a un determinato genere di vita, estraniata dalla società,
come pure di consacrazione a Dio. Nel corso di formazione del discepolo
che chiede di fare il monaco vi è un rito apposito di consegna
dell’abito (cfr per esempio RB 58).
J. Inserimento nella società.
Pur facendo parte della spiritualità di tutti i monachesimi
la fuga dalla società per vivere nel deserto, nella solitudine,
bisogna anche dire che i monachesimi hanno avuto ed hanno tutt’ora
un grande peso non solo nella vita della propria religione, ma anche
nella vita della società. A differenza di tanti istituti cristiani
sorti nel secondo millennio per sovvenire a problemi urgenti della
società, come le scuole e gli ospedali, il monachesimo in genere
non è nato per svolgere attività professionali, bensì
per la contemplazione di Dio, la relazione con Dio, la ricerca della
Verità, con disponibilità a qualsiasi lavoro. Possiamo
quindi trovare monaci diventati importanti per la direzione spirituale,
per l’animazione della preghiera, per l’evangelizzazione,
per l’educazione alla liberazione, come anche monaci che sono
impegnati nell’agricoltura, nelle varie arti umane; per il monachesimo
benedettino certamente una gloria grande è l’evangelizzazione
dell’Europa, come pure la bonifica di vasti territori o l’aver
tramandato per mezzo di amanuensi la cultura romana e greca fino ai
nostri giorni. Talvolta la società stessa è stata o
è ancora monastica: pensiamo al Tibet, alla Birmania Myan Mar,
al Monte Athos. E nel Cristianesimo per alcuni secoli anche la gerarchia
ecclesiastica proveniva tutta dai monasteri: Scozia, Irlanda e in
genere nell’Europa del Medio Evo.
K. Effetti culturali.
A parte il Taoismo che connette le scienze magiche alla ricerca spirituale,
il monachesimo con la sua arte è visibile nella costruzione
dei Templi, nella edificazione dei monasteri, nella musica sacra,
nel campo degli amanuensi, nei pittori, nella medicina e farmacie
annesse (16). Possibile sperimentarlo visitando templi e monasteri
in Oriente e in Occidente, Jain o Cistercensi.
Conclusione
Se accogliamo la tesi dell’uomo
visto come animale religioso (oltre che intelligente), e siamo consapevoli
che trova nel monachesimo il luogo dove poter vivere al meglio la religione
(questo è dimostrabile anche guardando alla sua nascita in tempi
e luoghi così lontani gli uni dagli altri), ne risulta che l’universalismo
interiore presente nelle varie religioni richiede un dialogo in profondità,
cioè nella vita spirituale, nella vita contemplativa, nella esperienza
di Dio, trova nel monachesimo la sede adatta; grande responsabilità
quindi oggi per i monachesimi, compreso il nostro benedettino, ma anche
grande motivazione di vita. Di fronte alla ricerca di una definizione
giuridica del “monaco” siamo spinti a non mettere in evidenza
le strutture organizzative della vita, ma il motivo principale che ci
fa monaci: cercatori di Dio ! “Si revera Deum quaerit” (RB
58, 11).
Interessante quindi l’idea di P. Antonio Ivan Esposito di preparare
un piano di studi per la formazione al dialogo interreligioso nei monasteri,
o anche nei monachesimi.
Mi augurerei la possibilità di organizzare esperienze di vita
comune di cercatori di Dio di varie religioni: Indu, Buddisti, Cristiani,
Bahai, Sufi, non per convertirci reciprocamente, ma per sollecitarci
alla vita dello Spirito (17).
In fin dei conti, anche se tante opere esterne mostrano la bellezza
e la validità della vita monastica, il suo frutto migliore consiste
nella vita di quelli che chiamiamo “santi”, presenti in
ogni monachesimo. Questo è l’augurio a tutti i monaci.
P. Cipriano Carini osb
NOTE
1. Catechismo della Chiesa Cattolica, capitolo primo: L’uomo è
capace di Dio, nn. 27-28.
2. Concilio Ecumenico Vaticano Secondo, Gaudium et Spes, n. 19.
3. Cfr. “Dio che non esisti ti prego: Dino Buzzati, la fatica
di credere” di Lucia Bellaspiga, nella collana “Maestri
di frontiera” dell’editrice Ancora, 2006.
- Cfr. Richard Dawkins, L’illusione di Dio, le ragioni per non
credere, Arnoldo Mondadori Milano 2007.
- Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo essere Cristiani,
- Christofer Hitchens, Dio non è grande: come le religioni avvelenano
ogni cosa, Einaudi 2007.
4. Carmela Randazzo Valenti, in “E se Dio rifiuta la religione
?”, di AA.VV. Cittadella Editrice, 2005, p.7.
5. Cfr “La naissance des dieux. Aux origines des religions”
in “Le monde des religions” ,n. 28, marzo-aprile 2008, pp.22-41.
6. Regola di San Benedetto, capitolo 58: Itinerario per l’incorporazione
dei fratelli nella famiglia monastica, v. 7.
7. Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, Camminare insieme,
Il dialogo della Chiesa cattolica con le altre tradizioni religiose,
Roma Libreria Editrice Vaticana 1999, pp. 135-136.
8. Christofer Jamison, Trovare rifugio. Riscoprire dentro se stessi
la pace del monastero, Arnoldo Mondadori Milano, 2008.
9. Intervento di Victor Dammertz, Abate Primate dei Benedettini, al
Congresso degli Abati del 1977.
10. Comunicato finale del consiglio permanente della CEI, 18 marzo 2008,
n. 3
11. Gregorio Penco, Il monachesimo, Mondadori, 2000, p. 11
12. Catalogus Monasteriorum OSB Monachorum, editio XX. 2005, Roma, Centro
Studi S. Anselmo; Catalogus Monasteriorum OSB sororum et monialium,
editio II 2006, Roma, Centro studi S. Anselmo.
13. Salvatore Pricoco, Il Monachesimo, Edizioni Laterza, Bari-Roma,
2003.
14. AA.VV., Monachesimo cristiano e non cristiano, Quaderni del centro
interreligioso Henri Le Saux, n. 7, Milano 1990.
15. Direttori spirituali interscambiabili fra monaci di diverse religioni
? Vedi: BERNARDINO COZZARINI, Il guru cristiano, un maestro spirituale,
in “Vita monastica” n. 239, 30-35. Il numero della rivista
è tutto dedicato a Bede Griffiths: un cammino di fede verso l’altro.
16. BERNHARD SCHUETZ, L’Europa dei monasteri: architettura, arte
e storia, Jaca Book, Milano, 2004, pp. 492. – BENEDETTO, l’eredità
artistica, a cura di R. Cassanelli e Lòpez-Tello Garcia, JacaBook,
Milano 2007, pp.456.
17. L’Associazione “I cieli sopra Bologna” unitamente
al Monastero di Santo Stefano, sempre in Bologna, nei mesi di maggio
- giugno 2008 hanno organizzato degli incontri sul tema: Alla ricerca
del Dio interiore: la via della mistica nelle esperienze religiose.
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