"Si deve sempre rispetto alle religioni altrui.

Agendo in questo modo si esalta la propria religione e non si fa offesa alle altre"

Editto XII 
del re indiano Ash
oka 
(III secolo a.C.)

 

Aprirsi in tutta umiltà
Quale futuro per la vita monastica in occidente?

         Fr. Benoît Standaert, OSB

Nicola Magrin, Monaci

Pubblichiamo qui un testo – gentilmente tradotto dal francese da fr. Andrea Oltolina, OSB – che, come monaci occidentali, ci interpella e ci stimola ad approfondire il nostro cammino di apertura che abbracci la pluralità e la diversità, facendosi dialogo umile con le vie di ricerca spirituale e religiosa che uomini e donne contemporanee percorrono accanto a noi. L’autore, noto biblista e autore spirituale belga, è membro del direttivo internazionale del DIM/MID.

La vita monastica in occidente è, una volta ancora, come all’indomani della Rivoluzione francese o come dopo Cromwell per le isole britanniche, in pericolo. Si solleverà nuovamente dalle sue ceneri, come una fenice, come era stato detto dell’abbazia di Monte Cassino dopo i bombardamenti del 1945? La storia ci insegna che niente va dato per scontato. Cosa resta della vita cistercense del XII e XIII secolo in Irlanda o della vita certosina femminile nelle Fiandre? Delle belle rovine, alcuni nomi di villaggi e di strade… Perfino dove le rovine vengono ricostruite, come a Monte Cassino, la vita monastica come tale vive a tutt’oggi una grande precarietà.

Rinascere, restaurare, risuscitare, reinventare? In piena crisi è necessario osare riprendersi con tutto il coraggio che ci rimane. I quattro verbi posti all’inizio del paragrafo indicano che sono possibili diverse soluzioni. Abbozziamo qualche pista di riflessione che ci possa condurre, speriamo, a un qualche rinnovamento.

I quattro modi di essere monaci in origine

Partiamo dalle più lontane origini. Ai suoi inizi il monachesimo conosceva diverse varianti: c’erano gli eremiti, con Antonio il Grande e Macario, Arsenio e un gran numero di padri del deserto. C’erano i cenobiti, con Pacomio e le sue schiere di monaci ben organizzati. E tra i due sono nate, attorno a un abba, delle “laure”, degli eremiti riuniti, con un piccolo sentiero – lavra in greco – che andava da un eremitaggio all’altro. Sembra sia Ammonas colui che ha dato forma a questo tipo di monachesimo, una via intermedia tra quello di Antonio e di Pacomio. Esiste anche una quarta modalità, forse la più antica: quella del monaco errante, soprattutto in Siria, che sposava il genere di vita di Gesù con i suoi discepoli, inviati per le strade ad annunciare la buona novella. Costoro hanno ricevuto il nome greco, del tutto dispregiativo, di “girovaghi”. Li si conosce, in modo estremamente positivo, grazie a una famosa raccolta di omelie in siriaco intitolata Il libro dei gradi (Liber graduum). Non vi è nulla di esaustivo in questa tipologia ricostruita a partire dalla storia antica[1].

Ciascuna di queste formule ha conosciuto nei secoli varie rinascite. Il cenobitismo pacomiano si prolunga nella Regola dei monaci di Benedetto da Norcia. La struttura della laura si ritrova nelle tipologie delle certose di san Bruno, delle fondazioni camaldolesi di san Romualdo o ancora nella Regola dei fratelli del Monte Carmelo. La vita eremitica si è mantenuta un po’ dappertutto fino alla Rivoluzione francese. Nella piccola diocesi di Langres, a metà del XVIII secolo, si contavano circa novanta eremiti… E il monaco errante si è reso presente in occidente in tutti coloro che hanno percorso la strada verso Compostela e i tanti pellegrini che hanno attraversato tutta l’Europa, come santa Brigida di Svezia o san Benedetto Labre. Anche gli ordini mendicanti e quanti si dichiaravano pauperes Christi, “poveri di Cristo”, riprendevano qualcosa di questo ideale del monachesimo siriano del IV secolo. Si pensi ancora ai Racconti del pellegrino russo a metà del XIX secolo.

Vi sono pertanto delle linee di continuità con la prima tipologia del monachesimo. Ma vi sono forse soprattutto dei punti di rottura assai impressionanti, se si considera tutto ciò che è stato distrutto durante la Rivoluzione francese e non ha più avuto seguito successivamente. L’eremita ha perso il suo statuto giuridico sia nella società che nel diritto canonico antico; le comunità di eremiti come le certose sono state svuotate e la maggior parte tali sono rimaste. Ai nostri giorni si possono visitare le due immense certose della Campania – Napoli e Padula –, magnifici musei che testimoniano la totale discontinuità.

Questa constatazione può forse offrirci una prima pista di riflessione. Il futuro del monachesimo non dovrebbe passare dalla riscoperta del bel ventaglio di modelli monastici dei suoi inizi? Il Monte Athos, grande cittadella del monachesimo da oltre un millennio, ha degli eremiti, delle laure, dei coenobia e dei monaci senza tetto che vagano tutto l’anno sulla montagna. Le laure, come formula intermedia tra la vita cenobitica e quella eremitica, con momenti di solitudine, anche nella città, seguiti da momenti comuni, all’ombra di un santuario o di un monastero, è una modalità da riscoprire e proporre ai nostri contemporanei[2]. L’eremitismo è una formula delicata, fragile, sempre dipendente in un certo modo dalle altre, ma che permette di scavare la via monastica a profondità che il modello cenobitico non sempre offre. Nuove comunità, come Tibériade in Belgio, praticano un ritiro in solitudine (poustinia) settimanalmente, ogni lunedì. A sentire loro, è la grazia più grande della loro vita comunitaria. Almeno una volta all’anno, ma spesso più frequentemente, si ritirano per più giorni, una settimana o anche più. È un bell’esempio della dialettica praticata tra due formule monastiche antiche. È ipotizzabile, nel corso del discernimento vocazionale di un o una postulante, pensare di offrire ad alcuni soggetti il modello della laura anziché quello esigente e particolare del cenobio? Attorno a ogni monastero potrebbe così prendere forma una rete di uomini e donne che vivono soli o sole ma si ritrovano molto regolarmente, secondo le possibilità di ciascuno, nel monastero per degli scambi e per una formazione permanente. L’importante è mettere in tensione le differenze. Il cenobio sarà sempre un luogo di formazione, una schola dominici servitii, con una buona biblioteca, un’introduzione alla lectio divina, alla salmodia e alla pratica dei numerosi servizi umili e umilianti per il nostro piccolo ego. L’eremita, la laura e il cenobio hanno bisogno l’uno dell’altro e spetta ai superiori del cenobio vigilare sull’interazione feconda tra i tre.

Vivere bene la relazione con l’altro

Essere è essere in relazione. Essere è vivere una dialettica tra interiorità ed esteriorità. In questo ambito le relazioni si riducono a tre: ad intra, ad extra e inter. Il monachesimo tradizionale ha riflettuto su tutti questi aspetti e ha prodotto un insieme di regole per ciascuna delle tre dimensioni ad intra, ad extra e inter. Il Nuovo Testamento con i suoi ventisette piccoli libri o testi offre già un bel ventaglio di atteggiamenti e di princìpi per regolare i rapporti tra le persone e le comunità, e nel loro confronto con l’esterno.

In questo campo si è fortemente tributari di fattori culturali. Ciò che era possibile in un certo momento della storia, non lo è più nella generazione successiva. Nella società medievale, al pellegrino che andava a Compostela venivano riconosciuti dei diritti. Ad esempio, la sua abitazione veniva protetta durante la sua assenza. Ma nell’universo occidentale odierno non è possibile che qualcuno non abbia un domicilio, non sia iscritto in un qualche comune della nazione. Più seriamente: le regole dell’ospitalità gratuita, che i monasteri offrivano fin dalla loro nascita, incontrano oggi numerose restrizioni e verifiche severe riguardo la qualità degli ambienti di soggiorno, la preparazione degli alimenti, la tariffa onesta e tassata e quant’altro. Alcune comunità hanno dovuto chiudere le proprie porte perché non avevano i mezzi per rendere conformi alle norme i propri spazi, la cucina, il sistema d’illuminazione o di riscaldamento, le scale esterne necessarie in caso dii incendio.

Se il monastero, nel corso dei secoli, ha cercato di essere autosufficiente, nell’autarchia più completa, così come propone la Regola di san Benedetto (“si abbia un orto, dei laboratori, un mulino, eccetera”: cf. RB 66,6), questo oggi non è più possibile. La relazione con il “mondo” è cambiata! Essere è essere in relazione; ora, la relazione talvolta cambia malgrado noi. Si è potuto ignorare l’altro e sviluppare una relazione negativa “fuggendo il mondo” (la celebre fuga mundi), ma questo oggi non è oggettivamente più possibile. Bisogna dunque riflettere, ridefinire i rapporti, rendersi conto che l’esterno è all’interno, non fosse altro che per i media – telefono, radio, televisione, internet, giornali e riviste –, senza dimenticare l’inconscio collettivo di ogni monaco, che condivide l’inconscio dei cosiddetti suoi contemporanei all’esterno, nel mondo… La relazione ad extra e quella ad intra interferiscono così l’una con l’altra, talvolta in bene, talvolta in male. Ci si deve ridestare e tentare di vederci chiaramente, sia come singoli che come comunità.

Prendiamo un altro esempio: la presenza di monaci o monache africani, indiani o vietnamiti nelle nostre comunità. Diverse cose sono augurabili e incoraggiate dagli uni come dagli altri. Ma anche qui ci troviamo dipendenti dalle leggi di accoglienza degli stranieri, promulgate dai nostri rispettivi governi. Ciò che ancora recentemente era possibile, oggi non lo è più, e questo nei due sensi, sia che si voglia restare per un tempo prolungato in India o che ci si ritrovi come africano in Belgio. Certo, si hanno sempre delle possibilità, ma con tante difficoltà, che di fatto non dipendono soltanto da noi.

È sulla base di questo stato di cose che vorrei innestare una riflessione più particolareggiata. Il monastero autosufficiente esiste ancora nelle menti ma è superato. Checché se ne dica. Questo vale ugualmente a livello spirituale.

Attorno a noi, di fronte a noi o perfino più avanti di noi, vi sono numerose persone impegnate in intensi percorsi spirituali. Molti hanno fame di sapienza, di vita spirituale, di profondità, di silenzio, della riscoperta del digiuno, di amicizia. E si impegnano, provano di tutto seguendo la loro sete, il loro grande desiderio risvegliato. Alcuni di loro si sono relazionati con il monastero sperando di trovarvi ciò con cui dissetare la loro sete. Già l’architettura li seduce, allo stesso modo il ritmo di vita, l’ordine nello spazio e nel tempo li impressiona. Noi, come monaci e monache, come ci rapportiamo con questa cerchia di persone, che divengono ospiti regolari, frequentemente?

Una conseguenza del nostro antico sguardo autosufficiente è quella di credere di dover vivere questo rapporto come chi deve “donare” agli altri, riversando il nostro troppo-pieno sugli altri, dall’alto… Costoro si presentano con la loro ciotola vuota, e noi allora la riempiamo, no? Il futuro del monachesimo, secondo me, dipenderà per una parte non trascurabile dalla nostra capacità di ribaltare la logica di questo rapporto. Per dirlo con il linguaggio dell’oriente, bisogna invertire il rapporto yin-yang, rispetto a come lo pensiamo oggi. A noi spetta decisamente essere yin, porre domande, essere in ascolto, in un’apertura recettiva; quanto a loro, non sono già yang, dal momento che hanno già fatto tutto un cammino di purificazione e di discernimento nel loro profondo?

Faccio qualche esempio. Un gruppo di amici viene al monastero una volta al mese la domenica mattina, dalle 9 alle 11. Meditano secondo la tecnica zen. Una donna minuta, di poco più di settant’anni, formatasi alla scuola di un maestro che lei incontra almeno una volta all’anno, dirige la pratica. Ai miei occhi vi è un silenzio di un’intensità e di una purezza sconvolgenti. Non è affatto comparabile a quanto si può trovare in monastero. Ma nessuno dei confratelli è attirato ad andare a sedersi là una volta al mese e mettersi alla scuola di questi quindici laici, uomini e donne, giovani e meno giovani che si sono esercitati a questo grande silenzio benefico. Si può osservare qualcosa del genere con coloro che praticano la meditazione cristiana secondo la modalità proposta da John Main e fatta ampiamente conoscere nel mondo da Laurence Freeman. I laici, con la loro sete, hanno subito gustato la forza e il beneficio di questa pratica. Vi si sono impegnati, ritrovandosi ogni settimana o ogni quindici giorni, ma il mondo dei preti e dei religiosi li hanno raramente incoraggiati, e anzi, talvolta, alcuni hanno cercato di scoraggiarli.

Un altro gruppo di amici viene regolarmente a praticare un esercizio di lectio divina secondo il “metodo di Vigan”[3]. Si legge una pagina biblica e la si medita in tre tappe, con un buon spazio di silenzio a ogni tappa. In un primo momento il testo resta testo: senza alcun commento si riporta ciò che ci ha colpito come espressione e lo si condivide dopo un tempo di silenzio. In un secondo momento, si lascia divenire Parola il testo: “Che cosa ha detto il Signore attraverso questo testo a me, così come sono qui e ora?”. Dopo uno spazio di silenzio e di condivisione, si arriva al terzo momento. Si rilegge il testo una terza volta e quindi si risponde alla domanda: “Come rispondo al Signore, a ciò che mi ha detto?”, attraverso una preghiera ed eventualmente un impegno concreto. Il tutto si conclude con una preghiera comune e la condivisione di qualche biscotto e bevanda. Un paio d’ore dopo pranzo o alla sera. Questi laici, nel corso degli anni, vivono della Parola. Anche senza una formazione esegetica particolareggiata, respirano Dio, sanno passare da un testo alla preghiera, e dalla preghiera alla vita di tutti i giorni. Hanno acquisito qualcosa che si dovrebbe trovare al cuore della vita monastica. I monaci ascoltano quotidianamente così tante parole evangeliche e delle Scritture ma vivono di una Parola ogni giorno? Giungono, ognuno per conto proprio, a interiorizzare la Parola ascoltata affinché divenga “lampada ai mie passi” (cf. Sal 119,105), fonte inesauribile che sempre disseta? E se riescono a confessare che non ne sono capaci, sono disposti a mettersi almeno un po’ alla scuola di questi laici?

Un ultimo esempio. Alcuni laici si riuniscono per fare delle vigilie. Si legge circa un settimo del Salterio per un’ora, facendo una pausa ogni venti minuti; alla fine una nuova pausa e una preghiera comune; si conclude con un canto alla Vergine. Si tratta di una delle pratiche vissute dalla Laura di Abba Poimen. Si svolge presso l’una o l’altra comunità religiosa. Per i laici questo esercizio è una riscoperta della forza purificatrice del Salterio. Al termine di una tale esperienza, ci si sente liberati, purificati, sciolti. Una catarsi completa ha attraversato il cuore e gli strati più profondi dell’anima rendendo l’umano nuovamente capace di lode, gratitudine, meraviglia, perché Dio è Dio, in modo pieno. Tale modalità è stata praticata anche in carcere e ogni volta si è potuto constatare come la parola salmica trascina e libera numerose emozioni e conduce, infine, a una serenità ritrovata. I fratelli o le sorelle del monastero dove si svolge tale pratica offrono gentilmente lo spazio ma raramente si uniscono a questa salmodia nuda e insistente…

Talvolta si veglia con un grande testo, come il Vangelo di Marco, l’Apocalisse di Giovanni, la Lettera agli Efesini o quella agli Ebrei. Si veglia per quasi tutta una notte, leggendo il testo a brani per venti minuti. Tra i momenti di lettura proclamata si medita in silenzio per un quarto d’ora, quindi c’è un momento di condivisione attraverso il canto di ritornelli, invocazioni e intercessioni. Dopo un’ora si esce dall’oratorio per sgranchirsi le gambe, bere qualcosa, contemplare la notte. Quindi, al termine di questa mensa della Parola, si celebra la mensa del pane e del vino e si conclude con una “colazione” festiva. Si tratta di riscoprire l’arte della preghiera notturna, così ben praticata nel corso dei secoli. Anche qui, sono davvero pochi i preti o i religiosi che si uniscono a questi laici.

Ognuno di questi esempi è il frutto di un’interazione tra qualche monaco che ha attinto al tesoro antico e alcuni laici che hanno scoperto il gusto delle realtà spirituali[4]. La dialettica ha preso forma ma si tratta di renderla più frequente con una partecipazione più ampia.

L’ospitalità interreligiosa

L’avventura di incontrare monaci e monache non cristiani, piuttosto che maestri ebrei e guide musulmane, sia essendo loro ospiti sia accogliendoli presso di noi, è in sé un’esperienza molto tonificante. In diverse comunità l’uno o l’altro fratello o sorella hanno avuto l’occasione di frequentare fratelli e sorelle di altre religioni, e il monastero ha imparato ad accogliere con attenzione e grande umanità lo straniero buddhista, ebreo o musulmano, solo o con qualcuno della sua famiglia religiosa. Quest’apertura viene incoraggiata da diversi superiori generali delle nostre congregazioni o dei rispettivi ordini. Esiste un organismo che riunisce monaci e monache benedettini e cistercensi-trappisti, il DIM/MID (Dialogue Interreligieux Monastique/Monastic Interreligious Dialogue), con un sito internet estremamente dinamico e costantemente aggiornato (www.dimmid.org).

Se guardo alla mia personale esperienza in questo ambito, è certo che tutto questo impegno purifica la nostra vita monastica, sia a livello pratico che dell’intelligenza della nostra fede cristiana e della nostra formula monastica, ereditata dai nostri padri. Là dove sorge un nuovo tema di riflessione, c’è da chiedersi fino a che punto questa apertura all’altro è profonda e condivisa dalla maggioranza dei fratelli e delle sorelle. Dov’è la nuova generazione, che dovrebbe prendere il testimone in un tal impegno interreligioso? Più noi ci apriamo, e meno saremo isolati nel nostro percorso, che troppo spesso prende la forma di una sopravvivenza, meno saremo condannati a scomparire dal paesaggio. Una volta ben radicata, la rete sarà più forte di ogni cosa, più forte della morte.

Ecumenismo

Un’altra esperienza inter-monastica simile e di grande valore è tutto ciò che ha a che vedere con il dialogo ecumenico, vissuto al livello della vita monastica. Si impara a conoscere se stessi nella propria tradizione scoprendo l’universo dell’altro, come quando si visitano le monache rumene in Transilvania (Romania) o i fratelli di Taizé (Francia) e le sorelle di Grandchamp (Svizzera). Questi legami da comunità a comunità e da persona a persona rinnovano la vita a profondità spirituali che raramente si riescono a raggiungere quando si resta per troppo tempo confinati nell’unico universo della propria casa.

Conclusione: aprirsi in tutta umiltà

In conclusione, forse si disegna un futuro per il monachesimo proprio se riscopriamo e offriamo alla nostra generazione non più un modello unico, quello dello stretto cenobitismo secondo la tradizione di san Benedetto, con o senza la revisione cistercense o trappista, ma questo ventaglio da tre a quattro possibilità: cenobiti, eremiti, lauriti e monaci itineranti. Questo ventaglio suppone un discernimento vocazionale e la pratica di una dialettica feconda tra i diversi generi. Questo significa che ogni praticante di una modalità precisa accetta di uscire dalla propria autosufficienza spirituale. Il cenobita sarà quello che, a motivo del suo passato, dovrà fare più fatica.

L’altra riflessione si lega alla prima: i nostri monasteri possono rinnovarsi nella misura in cui si aprono e accettano di essere yin di fronte a uno yang che offrono certi laici che ci frequentano. Finché crediamo di essere il centro, rischieremo di estinguerci prima della metà di questo XXI secolo! Se arriviamo a decentrarci, si presenteranno nuove possibilità e avanzeremo spalla a spalla.

Il profeta Sofonia ha questa visione sorprendente al capitolo 3: “Ci sarà un tempo in cui cesserai di inorgoglirti sopra il mio santo monte, dice il Signore. Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero che salirà sulla montagna spalla contro spalla, o sotto una sola spalla” (Sof 3,11-12). Che vuol dire: chiunque sia, nessuno più dominerà. Non resterà che un popolo di pellegrini umili, che si sostengono reciprocamente e che provengono da tutte le nazioni. L’apertura abbraccia perfino coloro che vengono da altrove, da altre nazioni, culture e religioni. Questa visione profetica è proprio l’utopia che corrisponde al meglio alle attese del mio cuore, già da diversi decenni. Al termine di quest’itinerario vi è la Pace, desiderata da sempre, come appello del cuore, iscritto in ciascuno che nasce sul nostro piccolo pianeta blu.


[1] Si pensi alla Regola di sant’Agostino, che all’inizio doveva servire ai membri del suo presbiterio riuniti attorno al vescovo, una formula che darà origine alle famiglie di canonici e che era stata preceduta da sant’Eusebio di Vercelli in Piemonte (tra il 461 e 471). I grandi monasteri di canonici che si rifanno a san Norberto di Xanten ancora ai nostri giorni seguono questa regola e combinano vita apostolica e pastorale con una vita conventuale, di tipo cenobitico.

[2] Si veda la Laura di Abba Poimen, nata a Bruges il 1° novembre 2005, con una rete di contatti che si estende attualmente fino ai Paesi Bassi. Una piccola laura del medesimo genere è sorta nei pressi dell’abbazia di Cambre, a Bruxelles, e presso Malmedy un’altra laura ha visto la luce nel 2018, legata al monastero di Wavreumont e l’eremitaggio di sant’Antonio, a Bévercé. Nel 2015 è uscita, dal cuore della laura di Abba Poimen, una pubblicazione significativa di cinquantadue testi monastici dal titolo De monastieke tuin (Il giardino monastico), Lannoo, Tielt 2015. Redatta da laici, questa raccolta è il frutto maturo dell’interazione tra un ambiente monastico e dei laici.

[3] Questo metodo è stato messo a punto al Centro catechistico Giovanni Paolo I a Vigan, nelle Filippine, da una monaca benedettina della congregazione Re dell’eucaristia, sr. Henrietta Sebastian, e da p. Ludger Feldkaemper, SVD, missionario tedesco. Nato il 29 settembre 1979, quresto metodo ha ormai 40 anni!

[4] Quando è sorta la Laura di Abba Poimen, nei pressi del monastero di Saint-André di Bruges, dall’interazione di laici con il mondo monastico è nato tutto un alfabeto. È stato pubblicato una prima volta in olandese: B. Standaert, Spiritualiteit als levenskunst. Alfabet van een monnik, Lannoo, Tielt 2007, riedito due volte e quindi tradotto in italiano, Spiritualità come arte di vivere: un alfabeto, Vita e Pensiero, Milano 2007; in francese, Sagesse comme art de vivre. Abécédaire de la vie spirituelle, Bayard, Paris 2009; e in inglese negli Stati Uniti, Spirituality: An Art of Living, Liturgical Press, Collegeville MN 2018. Le sole edizioni americana e italiana sono ancora disponibili sul mercato.

 

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