IL DIALOGO MONASTICO CRISTIANO - BUDDISTA
|
||
|
||
Mi è stato chiesto
di svolgere questo argomento perché sono inserito in una organizzazione
monastica, a carattere mondiale, che si occupa di dialogo interreligioso
specialmente tra diversi monachesimi o stili di vita affini, come il Sufismo,
e attualmente rappresento l’Italia.
Il tutto è incominciato con la risposta che i monasteri benedettini e cistercensi hanno voluto dare all’Enciclica Fidei donum di Pio XII (1957) che invitava a fondare monasteri nelle chiese giovani; per sostenere queste fondazioni nacque nel 1960 l’AIM (Aide à l’implantationa monastique = aiuto alle fondazioni monastiche; oggi viene inteso e tradotto in modo diverso: alleanza tra i monasteri). Per far fronte ai vari problemi, specialmente riguardanti la formazione dei monaci nei paesi stranieri, l’AIM organizzò degli incontri in Africa (Bouaké 1964), in Thainlandia (Bangkok 1968), a Kandy (1980). In quest’ultima città i monaci cristiani si trovarono in mezzo a monaci buddisti, e nacque l’idea del dialogo con i monaci di altre religioni. Nel 1973, per la prima volta nella storia, dei monaci cristiani e non cristiani si riunirono a Bangalore (India) per scambiarsi i diversi punti di vista sul tema centrale: l’esperienza di Dio. Il successo di questo incontro spinse il Card. Pignedoli, unitamente a Mons. Pietro Rossano, allora incaricati del Segretariato per i non credenti (l’attuale Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso), ad invitare l’Abate Primate dei Benedettini, D. Rembert Weakland, a sviluppare il dialogo interreligioso per mezzo delle famiglie monastiche, poiché, scrisse, “il monachesimo è come un ponte tra le religioni”. Di seguito l’AIM organizzò, nel 1977, due incontri di monaci e di esperti, uno negli Stati Uniti (Petersham) e uno in Belgio (Loppen); ne nacquero due commissioni, all’interno dell’AIM, che si presero l’incarico di occuparsi del dialogo interreligioso: una per l’America del Nord e Canada (MID) e una per l’Europa (DIM = dialogo interreligioso monastico). Alcuni pionieri, come il Padre Le Saux (Swami Abhishiktananda) e Thomas Merton avevano compreso l’importanza di un dialogo intermonastico a livello di esperienza spirituale. Vi furono dei pionieri appassionati, quali J. Monchanin, Bede Griffiths, C. Thollens che seguirono le orme di Le Saux e T. Merton, cercando di approfondire anche la specificità del dialogo tenuto dal monachesimo che consiste nel mettere in evidenza l’aspetto spirituale. Nel 2003 (17-22 settembre) si è celebrato il 25° del DIM ad Assisi. Il riconoscimento ufficiale del DIM da parte del Congresso degli Abati Benedettini come Struttura dell’Ordine è avvenuto nel 1994, con l’Abate Primate G. Theisen; è un Segretariato Generale indipendente dall’AIM; continua anche oggi l’impegno di sensibilizzare i monasteri per mezzo di Commissioni distribuite un poco in tutto il Mondo (USA, Australia, India, Europa). Tutte le nazioni europee hanno persone responsabili che si applicano a questo impegno di pastorale, con attenzione specialmente al dialogo con gli altri monachesimi. Dal 1995 il tutto è coordinato da un Bollettino Internazionale, mentre altri periodici nazionali collegano i monasteri delle varie lingue: francese, inglese, spagnolo, italiano. Attualmente per l’Italia il Bollettino bimestrale “Il santuario di Montevergine” riporta 8 pagine in inserto con scopo sia formativo che informativo. Scopo principale del DIM è il favorire la conoscenza reciproca fra i monaci e le monache delle diverse religioni e promuovere la sensibilità per il dialogo interreligioso nei monasteri, insistendo sull’ospitalità, la preghiera comunitaria, la meditazione, la contemplazione, il silenzio, l’amore per la natura, la solitudine, la riflessione teologica e spirituale sui testi sacri e le tradizioni delle varie religioni . Attualmente rappresento la Commissione Italiana.
Con questo titolo si intende presentare una esperienza di ospitalità e condivisione durante la quale dei monaci buddisti vivono in monasteri cristiani europei e viceversa. Tenere presente che il monachesimo cristiano è stato la prima forma di vita consacrata strutturata nella chiesa, ed è tutt’ora vivo sia nel mondo ortodosso che in quello cattolico ed è ritornato in vigore ultimamente anche nel Protestantesimo. E’ presente in tutti i continenti. I monaci cattolici sono circa 8.000 e le monache quasi 17.000. Nello stesso tempo il Buddismo è legato dalla sua nascita al monachesimo, in tutte le sue varie forme e nazioni (India, Birmania, Cambogia, Cina, Corea, Giappone, Indonesia, Laos, Mongolia, Thailandia, Tibet) ed è parte integrante della religione buddista anche ai nostri giorni.
Da più di 50 anni Cristiani desiderosi di preghiera, in ricerca spirituale, hanno iniziato ad incontrare concretamente spiritualità elaborate di altre religioni, soprattutto orientali. Non si tratta tanto di un dialogo teologico, ma esperienziale, pratico, su cui riflettere con un certo interesse. Si è iniziato negli anni ’50 con la pratica yoga, con risultati non sempre positivi; per alcuni credenti è nata la consapevolezza che è possibile associare la vita spirituale al corpo. Successivamente lo zen ha fatto di nuovo scoprire il silenzio interiore, poco visibile nella pratica cristiana liturgica di quei tempi, e così alcuni hanno potuto entrare in profondità nella preghiera. Mentre noi cristiani, specialmente cattolici, pensavamo di avere il dominio della spiritualità, della preghiera, della vita interiore, a tal punto da definirne anche le modalità esteriori, le vie orientali ci hanno aperto altre strade, immettendoci in una libertà e spontaneità meditativa che perlomeno avevamo dimenticato.
Il DIM Europeo ha moltiplicato i rapporti con Monaci Indu, Buddisti, Tibetani, Zen del Giappone, iniziando con questi ultimi “scambi spirituali” detti Est-Ovest” dal 1979; alcuni monaci giapponesi sono stati ospiti per un certo periodo in monasteri cristiani europei, così come monaci cristiani in monasteri giapponesi. Altrettanto hanno fatto i monaci e le monache degli Stati Uniti con i monaci e le monache del Tibet. Si tratta di un vero “programma di ospitalità monastica” a carattere spirituale. Questi scambi offrono la possibilità a monaci e monache cristiane europee e a monaci e monache buddiste zen giapponesi di soggiornare nei monasteri gli uni degli altri per circa quattro settimane, condividendo integralmente la pratica monastica dell’altra tradizione. Il primo scambio avvenne nel 1979, su richiesta dei giapponesi. Questo avvenimento venne salutato dal Papa Giovanni Paolo II come avvenimento storico nel campo del dialogo interreligioso e si complimentò con l’Abate Primate dell’epoca, P. Victor Dammertz. Questi scambi sono organizzati nel Giappone dall’ Hanazono Institute for Zen Studies di Kyoto e dal Segretariato generale del DIM, in collaborazione con la Commisione nazionale ospitante (nel 2003 l’Italia). Lo scambio di ospitalità procede in questo modo: i primi giorni vengono usati per adattare al diverso fuso orario, per introdurre all’altra religione, ai costumi e tradizioni proprie. Alcune visite a luoghi spirituali e a comunità completano le informazioni iniziali. Il periodo più importante è quello trascorso nei monasteri; i partecipanti in piccoli gruppi di due o tre persone rimangono ospiti presso le comunità. Nel caso italiano sono state scelte le comunità di Camaldoli, Isola San Giulio, Praglia, Noci. Partecipano alla Liturgia (eucaristica e delle ore in Europa, recita dei Sutra e zazen in Giappone); si evitano i riti che potrebbero sembrare sincretismi; si partecipa alla lectio divina in Europa e alle sesshin in Giappone; si svolgono i lavori insieme secondo le necessità e le consuetudini del luogo. Si termina con un simposio che riunisce di nuovo tutti i partecipanti, insieme ad alcuni esperti; si richiede alle comunità ospitanti e ai monaci ospitati di fare una relazione dell’esperienza. Talvolta è difficile poter dialogare a causa della lingua; in Italia abbiamo avuto la possibilità di usufruire di P. Luciano Mazzocchi, missionario Saveriano, come anche di un monaco buddista Zen giapponese di provenienza americana e di un monaco buddista zen giapponese che vive insieme a P. Luciano. In questo modo circa 150 monaci e monache buddisti e cristiani hanno potuto fare esperienza delle tradizioni altrui. Anche diverse comunità sono state sensibilizzate, sia quella di appartenenza che di accoglienza, togliendo malintesi, approfondendo la conoscenza reciproca. Le nazioni Europee hanno contribuito tutte a queste esperienze, specialmente le comunità monastiche francesi; l’iniziativa fa riferimento sempre al Segretario Generale P. Pierre De Bethune, del monastero di Clerlande (Belgio). L’Italia ha preso in proprio l’esperienza del 2003. Ogni scambio avvenuto è stato reso pubblico attraverso le pubblicazioni del DIM internazionale o delle Commissioni locali. Lo scambio IX del 2003 è stato riportato nel Bollettino internazionale F.16 (2003/2, pp. 22-31). Alcuni monaci buddisti sono anche ora in comunicazione epistolare con monaci benedettini dei monasteri dove sono stati ospiti. La commissione italiana ha preparato un fascicolo, con foto, che presenta la cronaca dell’esperienza da parte dei monasteri ospitanti.
Naturalmente su queste esperienze fatte da monaci buddisti zen e monaci cristiani è possibile mettere in evidenza aspetti positivi e negativi, come ad esempio:
Si tratta di un dialogo nell’esperienza spirituale, base di ogni dialogo, ben lontano ancora da essere vissuto anche nella Chiesa cattolica. Forse possiamo trovare un esempio riuscito di vita cristiano-buddista in P. Sigheto Ossida (1922-2003 – domenicano), “vero testimone dell’avventura dello Spirito oggi. Padre Ossida è stato un pellegrino e un precursore della via dello Zen che incontra il Vangelo. Tale incontro avvenne in modo radicalmente semplice, senza complicazioni di sorta, senza raggiri, senza remore, senza strascichi, proprio grazie al fatto che si attuò a livello profondo, dove l’anima è creativa e ancora memore dell’alito divino che l’ha plasmata. Ha accolto il Vangelo nella sua anima giapponese, senza averla prima manipolata di cultura occidentale” (P. Luciano Mazzocchi nella lettera di annuncio della morte). Non amava parlare di dialogo, ma di “incontro in profondità”, scostandosi dalle parole, dalle frasi. Fondò un eremo a Takamori, tra le Alpi giapponesi, dove la vita trascorreva in un clima di lavoro rude, meditazione zen prolungata, scambi veramente fraterni, liturgia cristiana di una semplicità luminosa. La semplicità racchiude tutto il suo messaggio, nell’obbedienza e povertà completa. “Amava ripetere di se stesso che era ‘un Buddista che aveva incontrato Cristo’ … ‘L’inculturazione è il nostro incontro con la corrente sotterranea della tradizione mistica, nascosta nelle profondità del nostro essere, nel cammino della nostra semplificazione integrale’ …Ripeteva alle persone che meditavano con lui il mantra che conclude l’inno Hannya Shingyo: Gate, gate, paragate, parasamgate = Remiamo, remiamo, al largo, verso la profondità del mare di Dio’ (P.- F. de Béthune, nel Liminaire del Bulletin international del DIM, 2003/2 p. 2). Ci aspettiamo che P. Luciano Mazzocchi traduca in italiano le sue opere, tutte scritte in giapponese.
Esteriormente si potrebbero mettere in evidenza diversi aspetti che ci accumunano, come:
Interiormente possiamo lo stesso trovare delle affinità:
Sono molti, generalmente composti da cristiani che sono passati attraverso le arti marziali e la meditazione zen alle pratiche buddiste specialmente dello Zen Soto, Rinzai e Tibetano. Molte volte mantengono una buona relazione con la religione cristiana, e in particolare con i monaci. Non sempre i loro superiori provengono dal Giappone o dal Tibet; si sono formati in Europa, a contatto con maestri buddisti dell’Oriente.
Vorrei chiudere con le parole di Kenneth Cragg: “Il nostro primo dovere avvicinandoci ad un altro popolo, ad un’altra cultura e religione, è togliere i calzari perché il luogo in cui stiamo per entrare è sacro” Potremmo dire che un vero e profondo incontro non è ancora avvenuto; forse il percorso di conoscenza, di trasformazione, di dialogo richiederà secoli; certamente l’incontro tra buddismo e cristianesimo sarà molto fecondo per entrambe le tradizioni; ma occorre lavorare seriamente. Non siamo ancora capaci di dialogare liberamente e serenamente in casa nostra; non possiamo pretendere di poterlo fare con chi conosciamo ancora meno, ma “se scaveremo abbastanza a fondo nelle nostre rispettive tradizioni, troveremo l’acqua viva. La tradizione monastica cristiana scava molto profondo e così fa la tradizione zen; a quel livello profondo ci potremo incontrare, anche se i due pozzi saranno paralleli” (Gensho Hozumi, venerando maestro del Monastero giapponese Dogen-ji). Prima di tutto occorre che i dialoganti siano veramente coscienti e convinti della propria religione, della propria spiritualità; occorre quindi togliere la confusione e l’incertezza nella ricerca teologica e spirituale che stiamo vivendo a livello sia di chiesa universale che personale. E non ci si può accontentare di esprimere la nostra religione con la pratica sacramentale e con la conoscenza delle Scritture e della Tradizione; occorre che la via sia vissuta coerentemente secondo il Vangelo; la religione cristiana non è una materia scolastica, bensì una vita portata a partecipare della divinità, così come il Figlio di Dio ce l’ha manifestata. E nello stesso tempo per dialogare dobbiamo imparare a conoscere con lo stesso impegno anche l’altra religione con la sua spiritualità, i suoi testi sacri, i suoi santi, con rispetto e fiducia. Dobbiamo liberarci dalla presunzione di essere i soli detentori dello Spirito, liberarci da quello spirito di autosufficienza anti evangelico che molte volte ci rende orgogliosi e incapaci di aprirci all’altro, riconoscendo i talenti che Dio gli ha dato. L’ospitalità, l’accoglienza dell’altro è evangelica, e non riguarda solo il vitto e alloggio alberghiero, ma anche la capacità di accettare la ricchezza spirituale che possiede, fino a giungere a scorgere la presenza di Cristo in lui. Del resto il dialogo è necessario per l’umanità intera, in tutti i settori; certamente il dialogo “intrareligioso”, nell’intimo dei cuori, realizzabile anche per mezzo delle pratiche spirituali, ha un suo posto importantissimo in questo cammino dell’umanità, poiché non è legato all’opportunismo politico, economico, bellico, ma forma quella comunione “che Dio solo conosce”. Questo dialogo è proprio, specifico del monachesimo. Sua Ecc.za Mons. Michael Fitzgerald, parlando ai rappresentanti Europei del DIM, riuniti ad Assisi per celebrare il 25° di fondazione, nel settembre 2003, chiedeva al monachesimo benedettino il sostegno della preghiera, l’apertura all’ospitalità verso altri monaci e credenti di altre religioni, verso gente in ricerca; chiedeva ai monasteri di poter collaborare tra di loro, pur rispettando l’autonomia dei diversi monasteri, chiedeva pure di sensibilizzare altri Ordini, Istituti, Congregazioni al dialogo interreligioso, chiedeva di non fermarsi solo al Buddismo, chiedeva di studiare i testi e le tradizioni; come dovrebbe essere un monastero ideale per il dialogo ? “Se vi recate in un monastero, sperate di trovare un luogo diverso dai soliti, dove è possibile aprirsi a un mondo fuori del solito modo di vedere la vita. Occorre che vi regni la sobrietà, anzi una certa austerità. L’atmosfera deve essere accogliente e calda, e nello stesso tempo deve orientare verso l’essenziale. Questo è ancor più richiesto se ci si impegna nel dialogo interreligioso, poiché ci si apre a qualche cosa che è al di là di noi stessi. Il silenzio non è assoluto né tanto meno penoso, poiché sfocia nelle celebrazioni, trova voce nel canto e si esprime nel culto. Se eseguita con dignità, la celebrazione comunica qualche cosa anche a coloro che non comprendono la lingua. Desidero anche augurare che nella comunità monastica vi sia una stabilità particolare nel dialogare con altre religioni, una stabilità che mostra come il dialogo non è l’hobby di una persona sola, ma è un impegno che ha assunto l’intera comunità, stabile e motivata in questo cammino” ( Bulletin international DIM, 2003/2, pp. 13-15). Dal 14 al 19 maggio 2004 si è tenuta a Roma l’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e P. Lino Lee, parlando dei rapporti tra cristiani e buddisti, ha messo in evidenza ancora una volta come l’esperienza spirituale del DIM negli scambi Est-Ovest è di capitale importanza.
Dobbiamo rifarci a San Francesco d’Assisi che già nella Regola non bollata chiedeva di “non ingolfarsi nelle discussioni e nelle dispute, ma, per amore di Dio, sottomettersi a tutte le creature” (16, 7) e seguirne l’esempio;durante la sesta crociata passava attraverso le linee del fronte per andare ad incontrare il Sultano. Incontriamoci, non scontriamoci !
|
||
|