LA PAROLA E LO SGUARDO

 

 
 
“Il tuo unico modo di vedere era ascoltare”.
 
 

E. Montale

 

 
 
Il 28 novembre 1916, Giuseppe Ungaretti, nella lirica “Poesia”, scriveva:

“I giorni e le notti / suonano / in questi miei nervi / di arpa / vivo di questa gioia / malata di universo / e soffro / di non saperla / accendere / nelle mie / parole” .

Il Poeta – in questi versi così incisivi e biografici – descrive la tensione tra l’uomo e la natura, tra la verità e le parole. È una tensione che pare inconciliabile perché condannata, fin dal suo sorgere, a non poter stringere compiutamente ciò che desidera, a non poter esprimere ciò che intimamente sente.
Dentro questo “patire” non vi nascondo di ritrovarmi anch’io… . Mi è stato chiesto infatti di parlarvi della parola di Dio come fonte di contemplazione; di parlarvi, in sostanza, di quella Luce che dischiude al nostro sguardo il palpito invisibile delle cose visibili, la trascendenza sul volto del prossimo e la “traccia” del passaggio di Dio nella storia – per dirla con il filosofo lituano E. Levinas.
Ho pensato di articolare questa nostra conversazione attraverso due icone bibliche; la prima è tratta dal profeta Zaccaria, che parla di “una pietra” sulla quale si posano ben “sette occhi” (cf Zc 3, 9); la seconda deriva invece da un detto di Gesù, che, in polemica con i Giudei, afferma che Abramo ha esultato di gioia nel vedere il suo “giorno” (cf Gv 8, 56). Se con la prima icona parleremo del rapporto parola di Dio e contemplazione, con la seconda cercheremo di ricostruire non tanto il “giorno” di Gesù quanto quello di un suo discepolo esemplare: Benedetto da Norcia; un “giorno”, quello di Benedetto, che ha conosciuto l’irrompere trasfigurante del deificum lumen (Prol 9), al cui chiarore egli si è lasciato interiormente condurre lungo tutta la sua parabola umana e cristiana.


SETTE OCCHI SU UN’UNICA PIETRA

Apriamo allora il Libro di Zaccaria, uno dei profeti, a torto, considerati minori; egli parla di una pietra, come dicevamo, posta davanti al sommo sacerdote Giosuè, e sulla quale si posano sette occhi:

“Ecco la pietra che io pongo davanti a Giosuè: sette occhi sono su quest’unica pietra; io stesso inciderò la sua iscrizione, oracolo del Signore degli eserciti” (Zc 3, 9).

Non mi soffermo sull’interpretazione data dagli esegeti a quest’oracolo ; ciò che mi interessa rilevare è l’immagine utilizzata. Nella “pietra” vedrei adombrata la Sacra Scrittura, la stabilità della parola di Dio. Gesù stesso, come è noto, al termine del Discorso della montagna, paragona il suo messaggio alla “roccia” sulla quale il discepolo è chiamato a costruire la sua casa (cf Mt 7, 24-27).
Nei “sette occhi”, invece, ravviserei la facoltà donata all’uomo di contemplare le innumerevoli iridescenze della Parola, come ci testimonia anche il Siracide: “I loro occhi contemplarono la grandezza della sua gloria”, e questo perché, prima ancora: “I loro orecchi avevano udito la magnificenza della sua voce” (Sir 17, 11). La contemplazione, in quest’orizzonte, si configura allora come “il trascinamento finalistico della Parola” (A. Levi), ciò a cui la Parola vuol condurci. Lo conferma anche l’orante del Salterio, quando dice: “Mi stupiscono le tue parole, Signore. Scoprirle è entrare nella luce” (Sal 118, 129-130). E Luca, se vogliamo un’ulteriore riprova, ci narra che gli occhi dei due viandanti di Emmaus: “Furono aperti ed essi lo riconobbero” (Lc 24, 31). Riconobbero il Crocifisso Risorto e ritrovarono pure se stessi dicendosi l’un l’altro:

“Il nostro cuore non era forse bruciante (in noi), quando ci parlava durante il cammino, quando ci apriva le Scritture?” (Lc 24, 32).


La Parola

Prima di addentrarci in questa contemplazione fissiamo dunque la nostra attenzione su questa “pietra”, sulla parola di Dio. Isaia ha un’espressione efficace per descriverne ad un tempo l’onnipotenza e la povertà:

“Dalla polvere la tua parola risuonerà come un bisbiglio” (Is 29, 4).

La Parola nasce silenziosa dalla polvere della terra e risuona come un “bisbiglio”; affiora, persino, dall’estrema negatività del dolore e della morte (tale è il simbolo della polvere nell’antico Oriente), eppure si trasforma in “fuoco” (cf Ger 23, 29), in “miele di roccia” (cf Sal 19, 11), in “lampada che illumina” (cf Sal 118, 105) e in “pioggia che irriga e feconda la terra” (cf Is 55, 10). Sono queste alcune delle innumerevole metafore che descrivono la parola di Dio all’interno del grande codice delle Scritture. La Parola – come già osservava il filosofo tedesco Johann Georg Hamann – svela così l’opposta grandezza dei contrari divini senza eliderne uno; è ad un tempo povertà e splendore, istante ed eterno, trascendenza e immanenza.


Dabar YHWH

Il termine dabar (ricorre 1440 volte nella Bibbia ebraica), che solitamente traduciamo con “parola”, indica la res, l’anima profonda della realtà, ciò che la fa essere, esistere ma che però, allo stesso tempo, rimane celato, nascosto, come coperto . Quando Dio pronuncia la sua parola fa allora emergere ciò che sta “dentro” le cose, svelandone il volto interiore, la vocazione, e l’identità. Nota, al riguardo, Enzo Bianchi:

“È per questo che la parola di Dio riempie l’universo, perché volontà inscritta in ogni cosa, perché fonte unica di tutto ciò che vive. Nella parola di Dio siamo venuti all’esistenza, ci muoviamo e siamo, perché essa guida ed emerge in ogni cosa”. E conclude con una affermazione importantissima: “Se noi sentiamo la sua voce (quella di Dio) e rimuoviamo il velo, scopriamo la vera e profonda realtà e ci troviamo all’improvviso di fronte all’autore delle cose che comunica con noi” .

Dabar designa perciò l’atto del comunicare di Dio; l’atto ineffabile dell’“Io” divino che cerca il “tu” dell’uomo; l’atto della sua autoconsegna se è vero, come è vero, che “parlare” (paraballo) significa – stando all’etimologia greca – “gettarsi in avanti”, “dare”, “consegnare”. Parlandoci, Dio si “getta verso di noi” e si “consegna” a noi, nella libertà dell’Amore, in ciò che È ed ha. “La tua gioia è consegnarti a chi ti vuol ascoltare” - scriveva L. Evely in una sua raccolta di preghiere .


Lògos tou Theou

Nel NT il termine più frequente è lògos (lo troviamo 331 volte). Il lògos, specialmente nella teologia giovannea, è la manifestazione suprema di Dio; ha le caratteristiche di Dio (sapienza, onnipotenza…) ed è all’origine di tutto. Il lògos è pure la ragione di tutto, il luogo ove gli uomini capiscono e possono capirsi, il principio unificante dove le cose hanno la loro ragione nella differenza e insieme la loro convergenza. L’ardita affermazione di Giovanni: “Il Verbo si è fatto carne”(Gv 1, 14), afferma però che il Lògos divino si è “storicizzato” in Gesù di Nazaret. Non solo, ma anche “opacizzato”, al punto da non essere riconosciuto come il Figlio di Dio. Fatto poi davvero incredibile, il Lògos sarà zittito sulla croce, ma non per sempre. Scrive Efrem il Siro:

“Con la tua morte
t’han ridotto al silenzio,
ma la tua stessa morte
divenne eloquente” .

Difatti, il Lògos risorge e vive immortale.


I sette occhi

Vogliamo ora cogliere idealmente i sette grandi orizzonti che la parola di Dio ci permette di scrutare.

L’eterna danza divina

“Io ero un architetto ed ero la sua danza ogni giorno, danzando davanti a lui in ogni istante, danzando sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra gli uomini” (Pr 8, 30-31).

Così il Siracide descrive la personificazione della Sapienza creatrice di Dio: un architetto. Il vocabolo ’amon (un apax), qui tradotto con “architetto” o “capomastro” (TOB) può essere interpretato anche con “amato”, “fanciullo caro e bello”. Ma ciò che domina in questi versetti è l’immagine della danza. Con il verbo del ballo gioioso dei giovani (shq: Zc 8, 5) o del gioco dei fanciulli (Gb 40, 29) si vuole esaltare il “gioco” stesso di Dio nella creazione del cosmo. E quando parlo di “gioco”, nell’atto creatore, intendo la dimensione estetica, cioè gratuita, dell’agire divino. Dio è l’eterna sorgente dell’Amore e crea nella pura liberalità. La creazione è il suo “” alla vita, all’armonia e alla bellezza. Il verbo bara’ (“creare”) indica infatti il “fare meraviglie” (cf Es 34, 10), quelle meraviglie che suscitano nel cuore dell’uomo lo stupore e prima ancora l’incanto di Dio stesso, il quale, alla fine dell’opera creazionale, “inventa” il Sabato come giorno in cui contemplare, soddisfatto, il lavoro compiuto:

“E Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1, 31).


Il kairos divino nello scorrere del kronos umano

Il secondo grande orizzonte è la storia. Dabar indica – come è risaputo – anche l’azione di Dio, il suo agire dentro la complessità degli eventi. Questo ripetuto e fedele intervento divino è stato raccolto nel grande Credo di Israele, che non si presenta a noi semplicemente come un elenco astratto di teoremi teologici ma come una “Storia di salvezza”. Pensiamo solamente al Salmo 135, che ha per protagonisti Dio e l’uomo (e in particolare Israele). L’asserto centrale della rivelazione ebraico-cristiana, allora, è che la parola di Dio si è fatta “spazio e tempo raccontabili” (G. Ravasi). Il credente deve quindi esercitare il discernimento per scorgere, dentro la complessità degli accadimenti (personali e collettivi), il kairos di Dio, presente anche nei “giorni malvagi” (cf Ef 5, 15).
Il sofista Callistrato ha descritto la statua del kairos, fatta dal grande Lisippo per lo stadio di Olimpia, come un adolescente con le ali ai piedi, il ciuffo in fronte e i capelli rasi alla nuca, diritto sulla punta dei piedi al di sopra di una sfera e con rasoio nella mano destra. Il significato figurato è evidente. Il kairos è il momento opportuno offerto dal fato all’uomo perché operi le sue decisioni. Le ali ai piedi però dicono che il kairos passa velocemente, bisogna perciò afferrarlo subito, prendendolo… per il ciuffo.
Se già la cultura greca coglieva l’urgenza di non lasciar passare invano il kairos tanto più questo vale per il credente. La storia, perciò, non appare più insensata (pensiamo alle Lettere a Lucilio di Seneca), bensì, come scriveva Agostino d’Ippona, utilizzando una immagine musicale, un pulcherrimum carmen:

“L’immutabile creatore e moderatore delle cose mutevoli sa molto più dell’uomo ciò che è opportuno a ciascuna età…perché la bellezza dell’universo…si svolga e si compia come il concerto di un ineffabile artista” .

Attraverso l’ascolto attento e riflessivo della Parola, il credente, nella polifonia delle cose che passano, impara così a discernere il cantus firmus di Dio, che tutto orienta ad un approdo di pace. Ecco come si alimenta la lampada della speranza, anche se la notte che ci circonda può indurci a pensare di “accendere le lanterne di mattino” – come affermava Nietzsche nel famosissimo aforisma 125 della Gaia scienza.


“…ma nulla è più stupendo dell’uomo”

“Molte sono le cose stupende / ma nulla è più stupendo dell’uomo” ; in questa lapidaria definizione di Sofocle, l’uomo (siamo così al terzo grande orizzonte) appare stupendo e allo stesso tempo inquietante, possente, terribile ed abile (tali sono i significati del termine greco deinòs). Davanti al mistero dell’uomo l’orante del Salterio si domanda: “Che cosa è l’uomo?” (Sal 8, 5). È questa una domanda che ogni persona si pone, “ma la sorpresa è che nel salmo la domanda è rivolta a Dio, non all’uomo stesso. L’uomo ne è incapace. L’uomo biblico non chiede a se stesso, o ad altri, la propria identità, ma a Dio. Per conoscersi guarda in alto” . Ed è a partire da quella altezza che ne coglie la dignità e la bellezza come pure la fragilità e il limite. L’uomo è enosh, un essere caduco; è un ben adam, un essere proveniente dalla terra, eppure Dio di lui si “ricorda”, “si prende cura” fin dal grembo materno, come narra il Salmo 138:

“Meravigliose sono le tue opere: la mia anima le riconosce pienamente. / Il mio scheletro non ti era nascosto / quando fui confezionato nel segreto, / ricamato nelle profondità della terra. / Anche l’embrione i tuoi occhi l’hanno visto / e nel tuo libro erano scritti tutti i miei giorni” (Sal 138, 14-16).

A quest’uomo, Dio affida tutto il creato con una fiducia sconfinata, correndo l’azzardo di un possibile fallimento.
Preghiera davvero rischiosa quella del Salmo 8 - è stato scritto. Ecco perché l’Autore della Lettera agli Ebrei l’ha applicata a Cristo, il “nuovo Adamo”, “l’Uomo nuovo” (cf Eb 2, 7-9), colui che non ha deluso.

La carne del Verbo

E qui incontriamo Gesù di Nazaret. Giovanni, che inizia il suo Evangelo con un solenne Prologo, afferma che: “In principio era il Verbo”, e che il Verbo: “Si è fatto carne” (Gv 1, 1. 14). Questa confessione di fede, l’Evangelista la scrive pensando a Gesù. Sì, a quel Gesù che lui stesso ha conosciuto, e con il quale ha condiviso successi e rifiuti. Ma questa confessione suona come una bestemmia per l’ebreo e ancor più per il musulmano. Maometto più di una volta nel Corano e all’interno dell’hadith (detti exstracoranici) chiede ai cristiani come mai continuino ad affermare che Gesù è Dio fatto carne. Per Maometto è un fatto intollerabile, un insulto al Mistero. Certo, la “carne” scandalizza… scandalizza anche il cristiano. Scriveva S. Kierkegaard:

“L’idea della filosofia è la mediazione, quella del cristianesimo è il paradosso” .

Ecco perché il credente ha bisogno dello Spirito. In una famosissima conferenza Ignazio IV Hazim disse:

“Senza lo Spirito, Dio è lontano, Cristo resta nel passato, l’evangelo è lettera morta, la chiesa una semplice organizzazione, l’autorità dominio, la missione propaganda, il culto un’evocazione e l’agire cristiano una morale da schiavi. Ma in Lui il cosmo si solleva e geme nelle doglie del parto, Cristo risorto è presente, l’evangelo è una potenza di vita, la chiesa una comunione trinitaria, l’autorità un servizio liberante, la missione una Pentecoste, la liturgia memoria e anticipazione, l’agire umano è deificato” .


La Parola “abbreviata

Se lo Spirito ci porta a riconoscere nel rabbi di Nazaret il Cristo (cf Mc 8, 29), nel crocifisso il Figlio di Dio (cf Mc 15, 39), in colui che è stato fatto peccato il solo Santo (cf 2 Cor 5, 21), il medesimo Spirito ci aiuta pure a discernere (e siamo al quinto grande orizzonte contemplativo) la parola di Dio nelle Scritture, l’unica Parola nella molteplicità dei Libri. L’analogia tra Scrittura e incarnazione, assai approfondita dai Padri, attesta che la rivelazione di Dio è avvenuta attraverso la kenosis della carne e della lettera. Ascoltiamo Agostino:

“Ricordatevi che è la medesima parola di Dio che si diffonde in tutte le Scritture, un medesimo Verbo risuona sulla bocca di tutti gli Scrittori sacri, lui, che essendo in principio presso Dio, non ha bisogno di sillabe perché non è sottomesso al tempo. E non dobbiamo meravigliarci se per condiscendenza alla nostra debolezza egli si abbassa fino alla dispersione dei nostri suoni umani, poiché egli si abbassa fino a prendere l’infermità del nostro corpo” .

La Scrittura si configura perciò non solo come una raccolta di testi rivelativi, ma come locus ove si incontra il Verbo di Dio. La Scrittura: “È un cammino in cui inoltrarsi, più che un arido codice da rispettare. Più una Santità e Verità con cui imbattersi e a cui aderire che un monumento letterario da conservare. È sì rivelazione ma anche, e soprattutto, l’espressione di una volontà divina a cui dare pieno compimento” .
È vero che la Scrittura testimonia un’assenza, una lontananza (descrive fatti e situazioni passati, rimanda ad un referente che la eccede) ma lo Spirito instaura una presenza nell’assenza, una comunione tra Dio che parla e l’uomo che ascolta: “Dobbiamo intendere secondo lo Spirito – diceva Origene – ciò che dice lo Spirito” .


Come pietre viventi

In questo dialogo, che congiunge Cielo e terra, ecco allora fiorire la comunità dei credenti, di coloro che “avvicinandosi a Cristo, pietra vivente scartata dagli uomini ma scelta da Dio e di valore, sono costruiti come pietre viventi di un edificio spirituale, per formare un popolo santo destinato ad essere posseduto da Dio” (cf 1 Pt 2, 4-10). È la visione di Pietro, nella sua 1 Lettera scritta probabilmente verso il 64 d. C., anno della persecuzione di Nerone. Siamo così giunti al sesto grande orizzonte a cui la Parola ci conduce.
Parlare di comunità cristiana significa – in un certo senso – accostasi al “roveto ardente” di biblica memoria. Si è colpiti dal suo mistero, se ne percepisce il dono e se ne scorge il progetto. Parlare di mistero equivale a riconoscerne l’ulteriorità; questo significa affermare che la sua origine è sempre oltre, è in Dio. Parlare poi di dono significa che la comunità non la inventiamo di certo noi, ma la riceviamo: è offerta ex alto. Parlare in fine di progetto comporta la sua cordiale e fattiva accoglienza.

Il dialogo come “sacramento

L’ultimo grande orizzonte a cui vorrei accennare – in questa rapida scorsa – è il dialogo. E vorrei partire da una suggestione di J. Lacroix:

“Ogni attività umana autentica è dialogo: dialogo con il mondo che è poesia, dialogo con gli altri che è amore, dialogo con Dio che è preghiera” .

Cosa intende Lacroix per “dialogo come amore” nel rapporto interpersonale? Sappiamo che l’amore è sostanzialmente estasi (ek-stasis), quindi movimento, esodo senza ritorno; l’amore è ciò che mi permette di riconoscere che il centro non è in me stesso ma nell’Altro per eccellenza, Dio, e nell’altro da me, il mio fratello. Solo il dialogo dell’amore porta al vero incontro, in cui vi è pienezza di vita. M. Buber arriva ad affermare persino che:

“Un individuo può negare con tutte le sue forze l’esistenza di Dio e gustarlo nel sacramento severo del dialogo” .

Questo, senza ombra di dubbio, è il fine che ci siamo proposti in questo nostro convegno, la fede che ci anima, e la convinzione profonda che ci sostiene nel comunicare reciprocamente le nostre esperienze umane e religiose. La parola di Dio opera in noi e tra noi il miracolo delle molte lingue riunite in una, dove la differenza crea la comunione e la diversità è cantiere di integrazione, scambio e arricchimento.
Mi ha colpito quanto il Cardinale Martini ha detto recentemente in occasione del conferimento della laurea honoris causa in filosofia ricevuta alla Hebrew University di Gerusalemme:

“Il dialogo è possibile, sia tra i linguaggi che tra le culture e le religioni. Sarà allora più facile per tutti capirsi a vicenda, e comprendere le tradizioni spirituali altrui. Nei momenti in cui un linguaggio arriva a quella profondità che chiamiamo interiorità e preghiera, riesce a raggiungere significati e valori anche più profondi, ai quali qui posso solo accennare. Ma vorrei sottolineare che quello dell’interiorità e della preghiera è il luogo in cui si incontrano tutti i sinceri ricercatori della verità e della giustizia, dove è possibile superare le diversità dei linguaggi. Solo procedendo su questa via si possono trovare le profonde motivazioni di quella comprensione, di quella fiducia reciproca di cui sentiamo la grande importanza nella nostra attuale situazione” .


LA GIORNATA DI S. BENEDETTO

Vogliamo ora evidenziare alcuni momenti particolari della “giornata” di S. Benedetto tenendo sempre presenti, nella loro dialettica, Parola e contemplazione.


L’alba

“Vi fu un uomo di vita santa, Benedetto di nome e di grazia… .
Nato in provincia di Norcia da famiglia di elevata condizione sociale, fu mandato a Roma per dedicarsi agli studi umanistici. Tuttavia, appena si accorse che molti suoi compagni deviavano per le strade del vizio, subito ritrasse il piede dalla soglia di quel mondo, per non precipitare anch’egli totalmente nell’orrido abisso, sia pure soltanto accostandosi agli studi profani. Tralasciata la formazione letteraria, abbandonata pure la sua casa e i beni paterni, desideroso di piacere a Dio solo, cercò l’abito santo della vita monastica. Si ritirò dunque dal mondo, consapevolmente ignaro e sapientemente sprovvisto della scienza del mondo”(II D, 1).

Così Gregorio Magno introduce nei Dialoghi la figura di S. Benedetto. Ma cosa percepì – ci chiediamo – il giovane Benedetto per ritrarre subito il piede da quel mondo che gli si apriva davanti con tutte le sue allettanti proposte? Era solo l’orrore del vizio? La vanità della scienza pagana? Dobbiamo tener presente il contesto sociale e culturale evidenziato da Papa Gregorio; un contesto, a dir suo, fortemente caratterizzato dalla concupiscenza. La concupiscenza, come sappiamo, è una volontà inesausta di accaparramento che giunge, nella sua sottile violenza, a ferire il rapporto con Dio e con il prossimo. Per cui, il “tu” è visto solo come una cosa da prendere, un mezzo da utilizzare, un rivale da eliminare. Benedetto sulla soglia di questo mondo si ritrae e con la ricerca della solitudine e del silenzio pone un segno inequivocabile di rottura con una weltanschauung improntata e determinata da un forte egoismo ed edonismo. Egli allora “rischia” un tipo di vita alternativo, impostando la sua vita sullo sradicamento. E difatti, la sua avventura umana e cristiana è la narrazione di una sradicamento continuo, non solo dalla famiglia e dai beni, ma anche dai propri progetti. Benedetto è l’icona mirabile della logica della rinuncia a voler essere ed avere tutto, e fin dall’alba della sua esistenza assume il limite non come frustrazione ma come condizione alla relazione con Dio e il prossimo. E questo, perché intuisce che lì è il vero accrescimento, e il presupposto di ogni autentica fecondità. Dentro l’eremo solitario del suo cuore sente risuonare la Parola che lo chiama alla vera vita, come testimonia pure nella sua Regola:

“Che cosa più dolce per noi di questa voce del Signore che ci invita, fratelli carissimi? Ecco che nella sua paterna bontà il Signore ci indica la via della vita” (Prol 19-20).

Questa Parola, che l’infiamma, non gli giunge però come un imperativo né come un ordine ma quale “dolce” rivelazione. E in quella pura Fonte sorgiva, egli si riconosce come “uomo del desiderio”. Nella luce della Parola, Benedetto si autocomprende come uomo in perenne tensione verso un oltre, e, proprio per combattere tutto ciò che può diminuire questa intensità, svigorendone lo slancio, muta subito direzione – come dicevamo – polarizzando tutto il suo essere verso Dio. “Ci hai fatti per Te – scriveva il sommo Agostino – e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in Te” .


Il mezzogiorno

Passiamo ora al secondo momento della giornata di Benedetto: “il mezzogiorno”, quando la luce splende in tutto il suo fulgore. C’è un episodio significativo nella sua biografia, quando, ancora eremita, è raggiunto, nel giorno di Pasqua, da un prete, che lo invita a prendere pasto insieme. “Alzati e mangia – gli dice il prete – perché oggi è Pasqua”. Benedetto risponde con una frase che è un capolavoro: “So che è Pasqua perché ho avuto in sorte la gioia di vederti” (II D, 7). Per Benedetto l’esperienza pasquale si traduce in una rinnovata visione del fratello; egli trova l’uomo in Gesù Cristo, e ne scopre il profundum a partire dal volto. A chiusura del Concilio Vaticano II, papa Paolo VI ebbe in proposito parole che oseremmo dire definitive:

“Se ci ricordiamo che nel volto di ogni uomo, specialmente se reso trasparente dalle lacrime e dalle sofferenze, noi possiamo e dobbiamo riconoscere il volto di Cristo, il Figlio dell’uomo, e se nel volto di Cristo possiamo e dobbiamo riconoscere il volto del Padre celeste: Chi vede me – dice Gesù – vede anche il Padre, il nostro umanesimo diventa cristianesimo, e il nostro cristianesimo si fa teocentrico, tanto che possiamo altresì affermare: per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo” .

A mio avviso qui sta il “segreto” che ha permesso a Benedetto di realizzare il “sogno” di Dio: un’umanità recuperata e riconciliata, di cui la comunità dei fratelli, che presto accorreranno alla sua scuola, è cifra e sacramento. La pienezza interiore del Santo diviene così dono partecipato a quanti hanno la grazia di condividerne l’esperienza di vita. Scrive infatti Gregorio: “Molti incominciarono ad abbandonare il mondo e ad accorrere con gioia sotto la sua guida” (II D, 3).
Guidato dal Vangelo, Benedetto, lungo tutta la sua lunga giornata terrena, viene educato a riconoscere in ogni uomo un figlio di Dio, un fratello in Cristo. E dovunque egli si trovi, non vede altro che questa immagine nuova. L’uomo – torniamo a ripetere – non è solo quello che appare esteriormente, non può essere pienamente identificato con il suo aspetto fisico o le sue evidenti deformazioni morali, è qualcosa di più: è persona, originalità unica e irripetibile, tale da suscitare sempre una rinnovata meraviglia. In quest’ottica vive, ad esempio, la tanto celebrata ospitalità benedettina (cf R. B. 53), all’interno della quale si accoglie il prossimo permettendogli di essere prima di tutto se stesso, là dove si trova, nella sua domanda e nei suoi bisogni. In questa fede, che diviene amore, ogni paura e diffidenza sono superate. Mi ha sempre colpito quanto Benedetto affermi, nella Regola, dopo l’accoglienza di un ospite: “Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia nel mezzo del tuo tempio” (R. B. 53, 14).Suscepimus…”, viene riconosciuto che quanti (omnes) giungono al monastero non sono nientemeno che l’epifania della misericordia di Dio.

Il tramonto

Prima della morte di Benedetto, Gregorio racconta un episodio che manifesta la raggiunta maturità spirituale del Santo:

“Mentre i discepoli stavano ancora riposando, l’uomo di Dio Benedetto si era alzato e vegliava anticipando il tempo della preghiera notturna. Egli stava davanti ala finestra e pregava con fervore il Signore onnipotente. All’improvviso, proprio nel cuore della notte, volgendo lo sguardo, vide che una luce diffusa dall’alto aveva messo in fuga tutte le tenebre della notte. Il suo splendore era tale che, pur brillando in mezzo all’oscurità, superava la stessa luce del giorno. Mentre stava così in contemplazione, accadde una cosa davvero meravigliosa, come egli stesso in seguito raccontò. Il mondo intero, come raccolto in un unico raggio di sole, fu posto davanti ai suoi occhi” (II D, 2-3).

La parola di Dio ha ormai compiuto perfettamente in Benedetto il mistero del Regno, ricapitolando al suo sguardo, ormai purificato, tutto l’universo. La contemplazione, mirabile sintesi del cuore e della mente, diviene perciò il massimo grado di raccoglimento del suo essere, permettendogli di riconoscere il mondo intero come luogo della gloria di Dio. Il “tramonto” di Benedetto è così rischiarato dalla luce della Patria; egli attraverso un’esistenza di silenzio e di solitudine, dentro una concreta comunità di fratelli, nella preghiera assidua e nel lavoro, mai chiuso alla storia del suo tempo si è esercitato nell’ars contemplandi rispondendo in questo modo al vero bisogno che pervade l’uomo di tutti i tempi, di tutte le fedi e culture: la contemplazione, appunto. Ecco perché Benedetto è attualissimo nel suo messaggio e nella sua proposta cristiana. Lo sappiamo, e purtroppo lo constatiamo giorno per giorno, come una vita senza contemplazione, senza questo respiro più profondo, senza questo sguardo più penetrante divenga effimera e irragionevole, vuota e alienata nei consumi; divenga violenta perché in preda a istinti, emotività, e paure di ogni sorta. Solo la contemplazione rende più uomini, perché immerge in quel Dio che è sorgente di vera e autentica umanizzazione. Il mondo ha bisogno della contemplazione, non è un lusso, e questo per ritrovare la sua humanitas perduta.
Benedetto fu trovato presente ogni mattino dalla luce della Parola; presente fino all’ultima sera e quella non fu per lui una sera, ma un altro mattino: quello della sua piena comunione con Dio. Perché, come dicevano gli antichi: “Finis contemplationis ut duo unum fiant”.

Concludendo

Vorrei richiamare ora tre aspetti o tre urgenze, che vorrebbero indurre non solo una ulteriore riflessione ma anche individuare un itinerario contemplativo alla scuola della Parola.
Penso che l’uomo d’oggi debba anzitutto apprendere l’ascesi della realtà, evitando di “sognare” la vita; debba poi recuperare l’interiorità e non smarrirsi nelle cose nel tentativo di rimuovere il vuoto che lo assale; e debba, in fine, crescere nell’ascolto uscendo da quella sorta di autismo che lo imprigiona mortalmente in se stesso.


L’ascesi della realtà

Non penso di dire una novità se affermo che ogni giorno siamo posti davanti ad una realtà che non esiste, a una realtà virtuale. E che tutti, a vari livelli e in vari modi, siamo tentati di inseguire ciò che ci fa sognare, ciò che alimenta il desiderio di una vita alternativa. Quasimodo ci ricorda, però, liberandoci da ogni illusione, che “la vita non è sogno. Vero l’uomo / e il suo pianto geloso di silenzio” . L’ascesi della realtà o del quotidiano significa allora calarsi dentro la storia, la nostra storia personale, civile ed ecclesiale. È lì che il Vangelo ci viene incontro e ci provoca, è lì che educa il nostro sguardo a riconoscere il fulgore dell’unicità di una determinata persona, di una situazione o avvenimento. Al riguardo si potrebbero citare molti capitoli della Regola Benedettina, tra i quali emerge il cap. 7 sull’umiltà. È un fatto che solo dove si accoglie la propria verità, assumendo il Regno del forse, come amava definire la storia A. Neher (là dove il certo è attraversato dall’incerto, il prevedibile dal non prevedibile, l’amore dall’egoismo), si può superare ogni abbaglio, ogni pretesa “regale” recuperando il senso della misura, ottimo rimedio all’insipienza degli eccessi, che sempre seducono e affascinano in ogni tempo il nostro cuore.


L’interiorità recuperata

Il filosofo A. Finkielkraut ha individuato come elemento caratteristico dell’epoca moderna la “crisi della coscienza”:

“La crisi della coscienza caratterizza l’età moderna almeno quanto l’emancipazione della ragione. La dissoluzione dell’interiorità va di pari passo con la critica dell’autorità. Il soggetto umano rivendica l’iniziativa. Non c'è più diritto divino né verità rivelata” .

La crisi della coscienza appare al Pensatore come “dissoluzione dell’interiorità”, come, in altre parole, incapacità a porsi in ascolto della verità. La coscienza è assolutizzata e diviene incapace di “sottoporsi” ad ogni autorità legittima (sacra o profana). E dove l’ascolto è mancante, mancante è pure l’obbedienza. È l’amaro epilogo dell’uomo che ha smarrito la propria interiorità. L’inizio dell’itinerario di Benedetto è invece caratterizzato da questo recupero. Gregorio afferma, infatti, che dopo l’esperienza a Vicovaro, il Santo se ne tornò subito all’amata solitudine: “E abitò solo con se stesso, sotto gli occhi di Colui che dall’alto ci guarda” (II D, 3, 5).


L’ascolto come radice

Da quanto detto, non sorprende che il primo invito solenne, con il quale Benedetto apre la sua Regola, sia relativo all’ascolto: “Ascolta, figlio…” (Pr 1, 1). L’ascolto è realmente la radice, il fondamento vitale, ciò che dischiude l’incontro, la conoscenza e l’esperienza, ciò che rende possibile, in una parola, la vita.
Ma penso sia ora giunto il momento di concludere questa nostra conversazione; in chiusura voglio leggervi una pagina scritta da un monaco camaldolese, una pagina che ben sintetizza quanto ho cercato di dirvi:

“Il contemplativo è colui che, proprio per aver fatto sintesi tra ciò che è divino e umano, proprio perché è stato completamente preso dalla parola di Dio, riesce per consanguineità, a percepire le presenze infinitesime, piccolissime di parola di Dio che ci sono in ogni realtà del cosmo e della storia. Il contemplativo non è un uomo tagliato fuori della storia, ma è colui che ha gli occhi del cuore così acuti da poter vedere una presenza di parola di Dio anche là dove altri vedrebbero soltanto una presenza di male e di peccato… . Egli sa infatti che sempre, e da ogni angolo, anche dal più oscuro della terra, res clamat ad Dominum, ogni cosa, cioè, ogni esistenza invoca e chiama insistentemente il suo Signore” .

È il mio voto augurale e il mio saluto. Grazie.

P. Sandro Carotta osb