LA PAROLA E LO SGUARDO
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“Il tuo unico
modo di vedere era ascoltare”. |
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E. Montale
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Il 28 novembre 1916,
Giuseppe Ungaretti, nella lirica “Poesia”, scriveva:
Il Poeta – in questi
versi così incisivi e biografici – descrive la tensione tra
l’uomo e la natura, tra la verità e le parole. È una
tensione che pare inconciliabile perché condannata, fin dal suo
sorgere, a non poter stringere compiutamente ciò che desidera,
a non poter esprimere ciò che intimamente sente.
Apriamo allora il Libro di Zaccaria, uno dei profeti, a torto, considerati minori; egli parla di una pietra, come dicevamo, posta davanti al sommo sacerdote Giosuè, e sulla quale si posano sette occhi:
Non mi soffermo sull’interpretazione
data dagli esegeti a quest’oracolo ; ciò che mi interessa
rilevare è l’immagine utilizzata. Nella “pietra”
vedrei adombrata la Sacra Scrittura, la stabilità della parola
di Dio. Gesù stesso, come è noto, al termine del Discorso
della montagna, paragona il suo messaggio alla “roccia”
sulla quale il discepolo è chiamato a costruire la sua casa (cf
Mt 7, 24-27).
Prima di addentrarci in questa contemplazione fissiamo dunque la nostra attenzione su questa “pietra”, sulla parola di Dio. Isaia ha un’espressione efficace per descriverne ad un tempo l’onnipotenza e la povertà:
La Parola nasce silenziosa dalla polvere della terra e risuona come un “bisbiglio”; affiora, persino, dall’estrema negatività del dolore e della morte (tale è il simbolo della polvere nell’antico Oriente), eppure si trasforma in “fuoco” (cf Ger 23, 29), in “miele di roccia” (cf Sal 19, 11), in “lampada che illumina” (cf Sal 118, 105) e in “pioggia che irriga e feconda la terra” (cf Is 55, 10). Sono queste alcune delle innumerevole metafore che descrivono la parola di Dio all’interno del grande codice delle Scritture. La Parola – come già osservava il filosofo tedesco Johann Georg Hamann – svela così l’opposta grandezza dei contrari divini senza eliderne uno; è ad un tempo povertà e splendore, istante ed eterno, trascendenza e immanenza.
Il termine dabar (ricorre 1440 volte nella Bibbia ebraica), che solitamente traduciamo con “parola”, indica la res, l’anima profonda della realtà, ciò che la fa essere, esistere ma che però, allo stesso tempo, rimane celato, nascosto, come coperto . Quando Dio pronuncia la sua parola fa allora emergere ciò che sta “dentro” le cose, svelandone il volto interiore, la vocazione, e l’identità. Nota, al riguardo, Enzo Bianchi:
Dabar designa perciò l’atto del comunicare di Dio; l’atto ineffabile dell’“Io” divino che cerca il “tu” dell’uomo; l’atto della sua autoconsegna se è vero, come è vero, che “parlare” (paraballo) significa – stando all’etimologia greca – “gettarsi in avanti”, “dare”, “consegnare”. Parlandoci, Dio si “getta verso di noi” e si “consegna” a noi, nella libertà dell’Amore, in ciò che È ed ha. “La tua gioia è consegnarti a chi ti vuol ascoltare” - scriveva L. Evely in una sua raccolta di preghiere .
Nel NT il termine più frequente è lògos (lo troviamo 331 volte). Il lògos, specialmente nella teologia giovannea, è la manifestazione suprema di Dio; ha le caratteristiche di Dio (sapienza, onnipotenza…) ed è all’origine di tutto. Il lògos è pure la ragione di tutto, il luogo ove gli uomini capiscono e possono capirsi, il principio unificante dove le cose hanno la loro ragione nella differenza e insieme la loro convergenza. L’ardita affermazione di Giovanni: “Il Verbo si è fatto carne”(Gv 1, 14), afferma però che il Lògos divino si è “storicizzato” in Gesù di Nazaret. Non solo, ma anche “opacizzato”, al punto da non essere riconosciuto come il Figlio di Dio. Fatto poi davvero incredibile, il Lògos sarà zittito sulla croce, ma non per sempre. Scrive Efrem il Siro:
Difatti, il Lògos risorge e vive immortale.
Vogliamo ora cogliere idealmente i sette grandi orizzonti che la parola di Dio ci permette di scrutare. L’eterna danza divina
Così il Siracide descrive la personificazione della Sapienza creatrice di Dio: un architetto. Il vocabolo ’amon (un apax), qui tradotto con “architetto” o “capomastro” (TOB) può essere interpretato anche con “amato”, “fanciullo caro e bello”. Ma ciò che domina in questi versetti è l’immagine della danza. Con il verbo del ballo gioioso dei giovani (shq: Zc 8, 5) o del gioco dei fanciulli (Gb 40, 29) si vuole esaltare il “gioco” stesso di Dio nella creazione del cosmo. E quando parlo di “gioco”, nell’atto creatore, intendo la dimensione estetica, cioè gratuita, dell’agire divino. Dio è l’eterna sorgente dell’Amore e crea nella pura liberalità. La creazione è il suo “Sì” alla vita, all’armonia e alla bellezza. Il verbo bara’ (“creare”) indica infatti il “fare meraviglie” (cf Es 34, 10), quelle meraviglie che suscitano nel cuore dell’uomo lo stupore e prima ancora l’incanto di Dio stesso, il quale, alla fine dell’opera creazionale, “inventa” il Sabato come giorno in cui contemplare, soddisfatto, il lavoro compiuto:
Il secondo grande orizzonte
è la storia. Dabar indica – come è risaputo –
anche l’azione di Dio, il suo agire dentro la complessità
degli eventi. Questo ripetuto e fedele intervento divino è stato
raccolto nel grande Credo di Israele, che non si presenta a noi semplicemente
come un elenco astratto di teoremi teologici ma come una “Storia
di salvezza”. Pensiamo solamente al Salmo 135, che ha per protagonisti
Dio e l’uomo (e in particolare Israele). L’asserto centrale
della rivelazione ebraico-cristiana, allora, è che la parola di
Dio si è fatta “spazio e tempo raccontabili”
(G. Ravasi). Il credente deve quindi esercitare il discernimento per scorgere,
dentro la complessità degli accadimenti (personali e collettivi),
il kairos di Dio, presente anche nei “giorni malvagi” (cf
Ef 5, 15).
Attraverso l’ascolto attento e riflessivo della Parola, il credente, nella polifonia delle cose che passano, impara così a discernere il cantus firmus di Dio, che tutto orienta ad un approdo di pace. Ecco come si alimenta la lampada della speranza, anche se la notte che ci circonda può indurci a pensare di “accendere le lanterne di mattino” – come affermava Nietzsche nel famosissimo aforisma 125 della Gaia scienza.
“Molte sono le cose stupende / ma nulla è più stupendo dell’uomo” ; in questa lapidaria definizione di Sofocle, l’uomo (siamo così al terzo grande orizzonte) appare stupendo e allo stesso tempo inquietante, possente, terribile ed abile (tali sono i significati del termine greco deinòs). Davanti al mistero dell’uomo l’orante del Salterio si domanda: “Che cosa è l’uomo?” (Sal 8, 5). È questa una domanda che ogni persona si pone, “ma la sorpresa è che nel salmo la domanda è rivolta a Dio, non all’uomo stesso. L’uomo ne è incapace. L’uomo biblico non chiede a se stesso, o ad altri, la propria identità, ma a Dio. Per conoscersi guarda in alto” . Ed è a partire da quella altezza che ne coglie la dignità e la bellezza come pure la fragilità e il limite. L’uomo è enosh, un essere caduco; è un ben adam, un essere proveniente dalla terra, eppure Dio di lui si “ricorda”, “si prende cura” fin dal grembo materno, come narra il Salmo 138:
A quest’uomo, Dio
affida tutto il creato con una fiducia sconfinata, correndo l’azzardo
di un possibile fallimento. La carne del Verbo
Ecco perché il credente ha bisogno dello Spirito. In una famosissima conferenza Ignazio IV Hazim disse:
Se lo Spirito ci porta a riconoscere nel rabbi di Nazaret il Cristo (cf Mc 8, 29), nel crocifisso il Figlio di Dio (cf Mc 15, 39), in colui che è stato fatto peccato il solo Santo (cf 2 Cor 5, 21), il medesimo Spirito ci aiuta pure a discernere (e siamo al quinto grande orizzonte contemplativo) la parola di Dio nelle Scritture, l’unica Parola nella molteplicità dei Libri. L’analogia tra Scrittura e incarnazione, assai approfondita dai Padri, attesta che la rivelazione di Dio è avvenuta attraverso la kenosis della carne e della lettera. Ascoltiamo Agostino:
La Scrittura si configura
perciò non solo come una raccolta di testi rivelativi, ma come
locus ove si incontra il Verbo di Dio. La Scrittura: “È
un cammino in cui inoltrarsi, più che un arido codice da rispettare.
Più una Santità e Verità con cui imbattersi e a cui
aderire che un monumento letterario da conservare. È sì
rivelazione ma anche, e soprattutto, l’espressione di una volontà
divina a cui dare pieno compimento” .
In questo dialogo, che congiunge
Cielo e terra, ecco allora fiorire la comunità dei credenti, di
coloro che “avvicinandosi a Cristo, pietra vivente scartata
dagli uomini ma scelta da Dio e di valore, sono costruiti come pietre
viventi di un edificio spirituale, per formare un popolo santo destinato
ad essere posseduto da Dio” (cf 1 Pt 2, 4-10). È la
visione di Pietro, nella sua 1 Lettera scritta probabilmente verso il
64 d. C., anno della persecuzione di Nerone. Siamo così giunti
al sesto grande orizzonte a cui la Parola ci conduce. Il dialogo come “sacramento” L’ultimo grande orizzonte a cui vorrei accennare – in questa rapida scorsa – è il dialogo. E vorrei partire da una suggestione di J. Lacroix:
Cosa intende Lacroix per “dialogo come amore” nel rapporto interpersonale? Sappiamo che l’amore è sostanzialmente estasi (ek-stasis), quindi movimento, esodo senza ritorno; l’amore è ciò che mi permette di riconoscere che il centro non è in me stesso ma nell’Altro per eccellenza, Dio, e nell’altro da me, il mio fratello. Solo il dialogo dell’amore porta al vero incontro, in cui vi è pienezza di vita. M. Buber arriva ad affermare persino che:
Questo, senza ombra di dubbio,
è il fine che ci siamo proposti in questo nostro convegno, la fede
che ci anima, e la convinzione profonda che ci sostiene nel comunicare
reciprocamente le nostre esperienze umane e religiose. La parola di Dio
opera in noi e tra noi il miracolo delle molte lingue riunite in una,
dove la differenza crea la comunione e la diversità è cantiere
di integrazione, scambio e arricchimento.
Vogliamo ora evidenziare alcuni momenti particolari della “giornata” di S. Benedetto tenendo sempre presenti, nella loro dialettica, Parola e contemplazione.
Così Gregorio Magno introduce nei Dialoghi la figura di S. Benedetto. Ma cosa percepì – ci chiediamo – il giovane Benedetto per ritrarre subito il piede da quel mondo che gli si apriva davanti con tutte le sue allettanti proposte? Era solo l’orrore del vizio? La vanità della scienza pagana? Dobbiamo tener presente il contesto sociale e culturale evidenziato da Papa Gregorio; un contesto, a dir suo, fortemente caratterizzato dalla concupiscenza. La concupiscenza, come sappiamo, è una volontà inesausta di accaparramento che giunge, nella sua sottile violenza, a ferire il rapporto con Dio e con il prossimo. Per cui, il “tu” è visto solo come una cosa da prendere, un mezzo da utilizzare, un rivale da eliminare. Benedetto sulla soglia di questo mondo si ritrae e con la ricerca della solitudine e del silenzio pone un segno inequivocabile di rottura con una weltanschauung improntata e determinata da un forte egoismo ed edonismo. Egli allora “rischia” un tipo di vita alternativo, impostando la sua vita sullo sradicamento. E difatti, la sua avventura umana e cristiana è la narrazione di una sradicamento continuo, non solo dalla famiglia e dai beni, ma anche dai propri progetti. Benedetto è l’icona mirabile della logica della rinuncia a voler essere ed avere tutto, e fin dall’alba della sua esistenza assume il limite non come frustrazione ma come condizione alla relazione con Dio e il prossimo. E questo, perché intuisce che lì è il vero accrescimento, e il presupposto di ogni autentica fecondità. Dentro l’eremo solitario del suo cuore sente risuonare la Parola che lo chiama alla vera vita, come testimonia pure nella sua Regola:
Questa Parola, che l’infiamma, non gli giunge però come un imperativo né come un ordine ma quale “dolce” rivelazione. E in quella pura Fonte sorgiva, egli si riconosce come “uomo del desiderio”. Nella luce della Parola, Benedetto si autocomprende come uomo in perenne tensione verso un oltre, e, proprio per combattere tutto ciò che può diminuire questa intensità, svigorendone lo slancio, muta subito direzione – come dicevamo – polarizzando tutto il suo essere verso Dio. “Ci hai fatti per Te – scriveva il sommo Agostino – e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in Te” .
Passiamo ora al secondo momento della giornata di Benedetto: “il mezzogiorno”, quando la luce splende in tutto il suo fulgore. C’è un episodio significativo nella sua biografia, quando, ancora eremita, è raggiunto, nel giorno di Pasqua, da un prete, che lo invita a prendere pasto insieme. “Alzati e mangia – gli dice il prete – perché oggi è Pasqua”. Benedetto risponde con una frase che è un capolavoro: “So che è Pasqua perché ho avuto in sorte la gioia di vederti” (II D, 7). Per Benedetto l’esperienza pasquale si traduce in una rinnovata visione del fratello; egli trova l’uomo in Gesù Cristo, e ne scopre il profundum a partire dal volto. A chiusura del Concilio Vaticano II, papa Paolo VI ebbe in proposito parole che oseremmo dire definitive:
A mio avviso qui sta il
“segreto” che ha permesso a Benedetto di realizzare
il “sogno” di Dio: un’umanità recuperata
e riconciliata, di cui la comunità dei fratelli, che presto accorreranno
alla sua scuola, è cifra e sacramento. La pienezza interiore del
Santo diviene così dono partecipato a quanti hanno la grazia di
condividerne l’esperienza di vita. Scrive infatti Gregorio: “Molti
incominciarono ad abbandonare il mondo e ad accorrere con gioia sotto
la sua guida” (II D, 3). Il tramonto Prima della morte di Benedetto, Gregorio racconta un episodio che manifesta la raggiunta maturità spirituale del Santo:
La parola di Dio ha ormai
compiuto perfettamente in Benedetto il mistero del Regno, ricapitolando
al suo sguardo, ormai purificato, tutto l’universo. La contemplazione,
mirabile sintesi del cuore e della mente, diviene perciò il massimo
grado di raccoglimento del suo essere, permettendogli di riconoscere il
mondo intero come luogo della gloria di Dio. Il “tramonto”
di Benedetto è così rischiarato dalla luce della Patria;
egli attraverso un’esistenza di silenzio e di solitudine, dentro
una concreta comunità di fratelli, nella preghiera assidua e nel
lavoro, mai chiuso alla storia del suo tempo si è esercitato nell’ars
contemplandi rispondendo in questo modo al vero bisogno che pervade l’uomo
di tutti i tempi, di tutte le fedi e culture: la contemplazione, appunto.
Ecco perché Benedetto è attualissimo nel suo messaggio e
nella sua proposta cristiana. Lo sappiamo, e purtroppo lo constatiamo
giorno per giorno, come una vita senza contemplazione, senza questo respiro
più profondo, senza questo sguardo più penetrante divenga
effimera e irragionevole, vuota e alienata nei consumi; divenga violenta
perché in preda a istinti, emotività, e paure di ogni sorta.
Solo la contemplazione rende più uomini, perché immerge
in quel Dio che è sorgente di vera e autentica umanizzazione. Il
mondo ha bisogno della contemplazione, non è un lusso, e questo
per ritrovare la sua humanitas perduta. Concludendo Vorrei richiamare ora tre
aspetti o tre urgenze, che vorrebbero indurre non solo una ulteriore riflessione
ma anche individuare un itinerario contemplativo alla scuola della Parola.
Non penso di dire una novità se affermo che ogni giorno siamo posti davanti ad una realtà che non esiste, a una realtà virtuale. E che tutti, a vari livelli e in vari modi, siamo tentati di inseguire ciò che ci fa sognare, ciò che alimenta il desiderio di una vita alternativa. Quasimodo ci ricorda, però, liberandoci da ogni illusione, che “la vita non è sogno. Vero l’uomo / e il suo pianto geloso di silenzio” . L’ascesi della realtà o del quotidiano significa allora calarsi dentro la storia, la nostra storia personale, civile ed ecclesiale. È lì che il Vangelo ci viene incontro e ci provoca, è lì che educa il nostro sguardo a riconoscere il fulgore dell’unicità di una determinata persona, di una situazione o avvenimento. Al riguardo si potrebbero citare molti capitoli della Regola Benedettina, tra i quali emerge il cap. 7 sull’umiltà. È un fatto che solo dove si accoglie la propria verità, assumendo il Regno del forse, come amava definire la storia A. Neher (là dove il certo è attraversato dall’incerto, il prevedibile dal non prevedibile, l’amore dall’egoismo), si può superare ogni abbaglio, ogni pretesa “regale” recuperando il senso della misura, ottimo rimedio all’insipienza degli eccessi, che sempre seducono e affascinano in ogni tempo il nostro cuore.
Il filosofo A. Finkielkraut ha individuato come elemento caratteristico dell’epoca moderna la “crisi della coscienza”:
La crisi della coscienza appare al Pensatore come “dissoluzione dell’interiorità”, come, in altre parole, incapacità a porsi in ascolto della verità. La coscienza è assolutizzata e diviene incapace di “sottoporsi” ad ogni autorità legittima (sacra o profana). E dove l’ascolto è mancante, mancante è pure l’obbedienza. È l’amaro epilogo dell’uomo che ha smarrito la propria interiorità. L’inizio dell’itinerario di Benedetto è invece caratterizzato da questo recupero. Gregorio afferma, infatti, che dopo l’esperienza a Vicovaro, il Santo se ne tornò subito all’amata solitudine: “E abitò solo con se stesso, sotto gli occhi di Colui che dall’alto ci guarda” (II D, 3, 5).
Da quanto detto, non sorprende
che il primo invito solenne, con il quale Benedetto apre la sua Regola,
sia relativo all’ascolto: “Ascolta, figlio…”
(Pr 1, 1). L’ascolto è realmente la radice, il fondamento
vitale, ciò che dischiude l’incontro, la conoscenza e l’esperienza,
ciò che rende possibile, in una parola, la vita.
È il mio voto augurale e il mio saluto. Grazie.
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