RUOLO DEL MONACHESIMO, OGGI
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Ai nostri giorni è
difficile parlare del Monachesimo senza vederlo nell’ampio mondo
della Vita Consacrata, intendendo con questo tutte quelle persone che,
anche se con fondatori e regole di vita diverse, sia nel mondo maschile
che femminile, rispondono alla chiamata di Dio, per dedicarsi completamente
a Lui, unico amore.
Ora il mondo della Vita Consacrata nella nostra vecchia Europa si trova a vivere con difficoltà. La diminuzione dei figli, la secolarizzazione, la nascita di nuovi movimenti ed Istituti, hanno ridotto il flusso delle vocazioni. Sono rimaste in piedi invece le grandi case costruite in tempi migliori, come anche sono rimaste vive le numerose attività dei religiosi; e nello stesso tempo tutto è diventato più complicato e costoso. Basta guardare alcuni libri, incominciando dagli Atti che riuniscono gli interventi dei superiori generali degli Ordini religiosi nei loro incontri annuali, per accorgersi delle gravi problematiche che si stanno vivendo. Titoli quali: Per una fedeltà creativa RIFONDARE (Roma, Il Calamo, 1998: LIV assemblea dell’USG), Osare la svolta (G.F.Poli, Ancora, 2000), Dire la vita consacrata oggi (U. Sartorio, Ancora, 2001), Oltre la porta: i consacrati e le emergenze del nuovo millennio (Roma, Il Calamo, 2002), Laici e religiosi insieme di fronte alle sfide del III millennio(Roma, Il Calamo, 2002), Il dialogo interreligioso: un impegno prioritario della vita consacrata oggi ( USG, Roma, Tipografia vaticana, 2003) … mostrano la necessità di una revisione o rifondazione.
In questo vasto mondo è inserito anche il monachesimo, in crisi vocazionale certamente, e forse anche carismatica.
In Italia la presenza monastica è molto variopinta, con diverse congregazioni maschili e federazioni femminili. Cassinesi, Sublacensi, Vallombrosani, Silvestrini, Camaldolesi di Camaldoli, Camaldolesi di Montecorona, Olivetani, Cistercensi di San Bernardo, Cistercensi di Casamari, Trappisti, Certosini …, e nel mondo femminile le Oblate di S. Francesca Romana, le monache dell’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento, le suore del buon samaritano, le Olivetane, le Vallombrosane, le Camaldolesi, le Celestine, la congregazione delle suore della carità, quelle di S. Gertrude, di S. Scolastica, di San Benedetto, di S. Maria di Montevergine, di S. Priscilla alle Catacombe, di S. Agnese, della federazione Nord Italia, del centro, del Sud, più una trentina di monasteri indipendenti..., e certamente ne ho tralasciati. Se poi guardiamo l’Europa ci troviamo a dover aggiungere altre congregazioni maschili (Inglese, Ungherese, Svizzera, Austriaca, Bavarese, Solesmense, Boironese, Ottiliense, Slava, dell’Annunciazione, e monasteri vari fuori congregazione, e almeno altrettanti femminili. Tutti con lo stesso fondatore, la stessa Regola, oltre alla stessa Eucaristia, Liturgia delle Ore, consacrazione monastica, … E si deve anche aggiungere che negli ultimi decenni sono sorte nuove comunità che si rifanno al monachesimo, non tutte elencate nella “Guida alle nuove comunità monastiche italiane” (M.Torcivia, Casale Monferrato, Piemme, 2001), di cui alcune molto vivaci, come Bose (Magnano, Biella).
Che dire ?
Certamente vi sono dei valori che pur essendo di tutti i cristiani, hanno nel monachesimo benedettino una espressione esemplare, trainante, come “la ricerca di Dio”, la vita cenobitica, la separazione dalla mentalità del mondo; valori che si esprimono nelle strutture e organizzazioni della vita quotidiana delle comunità: preghiera sacramentale, liturgia delle ore, lectio divina, clausura … Guardando la lunga storia del monachesimo, certamente dobbiamo riconoscere il suo cammino spirituale e i santi che sono nati e cresciuti al suo interno, come pure i valori costanti della vita monastica su elencati; nello stesso tempo conosciamo anche al suo inserimento nella storia umana, con altri prodotti quali le bonifiche agricole, l’impegno degli amanuensi per trasmettere la cultura greca, romana, biblica, patristica, il suo contributo attraverso la fondazione di innumerevoli monasteri per la costruzione dell’Europa medioevale, ultimamente il suo impegno per il rinnovamento liturgico.
E oggi quale contributo può dare il Monachesimo per il futuro dell’Europa ?
Guardando l’insieme della presenza monastica in Europa, maschile e femminile, mi sembra che potrebbe avere un ruolo molto importante: educare al dialogo, alla collaborazione, alla comunione. Non a scapito della preghiera, del silenzio, della vita comune, della liturgia, ma piuttosto servendosi di questi valori e loro strutture per creare comunione profonda, interiore. Al giorno d’oggi la nostra umanità ha bisogno d’imparare a dialogare, a capirsi, a conoscersi, ad accettarsi con le diversità in tutti i settori, religiosi compresi; e non tutti sono disposti ad educare al dialogo. Del resto i retaggi storici e le problematiche attuali rendono arduo questo cammino, che pure bisogna condurre ad essere un abito mentale all’interno delle comunità, nell’ambiente in cui il monastero vive, in mezzo all’umanità, usando tutti i mezzi disponibili: internet, riviste, convegni, opere artistiche, ricerche, ospitalità, … I monaci formati dalla Regola di S. Benedetto (capitolo 3: La convocazione dei fratelli a consiglio) possono essere i maestri del vivere insieme (non curandoci di altro, veniamo dunque ad organizzare –con l’aiuto del Signore- la fortissima stirpe dei cenobiti; RB 1, 13) mostrando di avere la capacità di ascoltare, di capire, di riconoscere le ricchezze umane e spirituali di tutti. E il dialogo lo penso e lo proporrei:
1. All’interno della comunità Anche se la Regola di S. Benedetto pone l’Abate come il centro della vita del monastero, e da Lui dipende sia la formazione spirituale che economica ed organizzativa nei vari settori, dalla manutenzione della casa alle attività che si svolgono all’interno e all’esterno del monastero, tuttavia si tratta di vita “cenobitica”, nella quale il consiglio di tutti i fratelli è richiesto, proprio per responsabilizzare ogni monaco. Oggi questo aspetto è ancor più necessario per essere vivi in mezzo alla chiesa e al mondo, invece che rimanere fissi ed abitudinari nel ripetere formule del passato.
2. Tra le varie comunità monastiche La struttura giuridica del monachesimo chiude ogni comunità in se stessa; se ha figli, vive, se non ci sono vocazioni, muore; questo in quasi tutte le congregazioni e federazioni. E certamente bisogna difendere le identità delle varie comunità, derivanti anche dalla storia e dalla posizione geografica, ma al giorno d’oggi aiuterebbe tutti un lavorio di comunione tra i vari monasteri, le varie congregazioni, il mondo maschile e femminile. La nascita delle Congregazioni, della Federazione, la costruzione di S. Anselmo come Università pontificia per i Benedettini, … tutto dimostra la necessità della collaborazione, di una comunione e collaborazione maggiore, pur mantenendo le diversità; occorre cercare di mettere in pratica l’impegno dell’ “ut unum sint” anche nel monachesimo. Certamente sono stati fatti molti passi: capitoli provinciali, capitoli generali, congresso degli abati, nascita della “comunità internazionale delle Benedettine” comprendente monache di vita contemplativa e suore di vita attiva, ma, a mio parere, occorrerebbe qualcosa in più, per vivificare, per non morire. Forse anche giuridicamente occorre pensare a formule nuove.
3. Con gli altri consacrati Se “in questi anni le comunità e i vari tipi di fraternità dei consacrati vengono sempre più intesi come luogo di comunione, dove le relazioni appaiono meno formali e dove l’accoglienza e la mutua comprensione sono facilitati, questo non è più da intendersi solo all’interno della propria comunità, ma occorre fare di tutto perché avvenga “fra le diverse comunità all’interno degli Istituti. Le comunità multiculturali e internazionali sono chiamate a testimoniare il senso della comunione tra i popoli, le razze, le culture”. “La comunione che i consacrati e le consacrate sono chiamati a vivere va ben oltre la propria famiglia religiosa o il proprio Istituto. Aprendosi alla comunione con gli altri Istituti e le altre forme di consacrazione, possono dilatare la comunione, riscoprire le comuni radici evangeliche e insieme cogliere con maggiore chiarezza la bellezza della propria identità nella varietà carismatica, come tralci dell’unica vite. Dovrebbero gareggiare nella stima vicendevole, per raggiungere il carisma migliore, la carità. … imparando ad amare la comunità e la famiglia religiosa dell’altro come la propria. Le gioie e i dolori, le preoccupazioni e i successi possono essere condivisi e sono di tutti” (Ripartire da Cristo, 29-30 passim). Che cosa aggiungere a queste proposte o richieste della Chiesa universale ? Il monachesimo è la prima forma di vita consacrata nella Chiesa; non può fare scuola di comunione, mettendo in evidenza quello che ci unisce tutti, piuttosto che le diversità ? Tanti Istituti hanno bisogno di stimoli per ritrovare la propria essenzialità.
4. Nella Chiesa e nella società Siamo stati educati, in molti monasteri specialmente maschili, a considerare i vescovi, le diocesi, la chiesa come una realtà parallela da cui difendersi dalle ingerenze, con tendenza quindi ad avere l’esenzione dalle intromissioni episcopali e temporali, dalla loro giurisdizione. Naturalmente vi erano motivazioni serie, storiche. Oggi tutti siamo chiamati invece all’inserimento nella Chiesa, nel suo piano pastorale, nei suoi progetti e problemi. Il monastero è visto come il luogo dove, nel silenzio, è possibile avere un consiglio spirituale, ritrovare se stessi, poter vivere nella serenità, trovare uomini di cultura, di vero impegno intellettuale, uomini di frontiera nelle problematiche che oggi si devono affrontare, con cui camminare nella conoscenza e stima reciproca. “L’amore e il servizio nella Chiesa domandano di essere sempre vissuti nella reciprocità di una carità vicendevole” (Ripartire da Cristo, 32, in comunione con i Pastori). L’umanità con i suoi governi ha bisogno di camminare e non gli è facile; anche la Chiesa gerarchica segna il passo; la forza dello Spirito non è più creativa nel Monachesimo e nella Vita Consacrata ? Forse abbiamo passato l’impegno ai Movimenti cristiani, cattolici, protestanti, ortodossi ? Dio prosegue la sua storia di salvezza e noi siamo diventati un peso per i pellegrini dello spirito ?
5. Uniti ai laici Il monachesimo ha una lunga tradizione di dialogo con i laici. Attorno ai monasteri, anche a quelli sperduti in mezzo alle foreste, hanno trovato vita le famiglie e si sono formati paesi e città. In modo speciale vi è un movimento di “oblati” che collabora con le comunità monastiche. Sono uomini e donne che vivono nel mondo, pur avendo una particolare sensibilità per la spiritualità monastica, per i monasteri benedettini. Oggi tendiamo ad una “ecclesiologia integrale” che mette in evidenza la base comune di tutti i cristiani: il battesimo. Le diverse vocazioni (al matrimonio, al sacerdozio, alla vita consacrata) sono colte all’interno dell’unico popolo di convocati, e la vita consacrata (monastica in specie) può ritrovare la sua specifica identità di segno e di testimonianza, aperta alla comunione e alla partecipazione di tutti i membri del popolo di Dio. Lasciamo anche ai laici di partecipare al nostro ideale carismatico. Ogni uomo ha un po’ di vocazione monastica; il monaco è all’interno di ogni creatura.
6. Con i credenti di altre religioni, con tutti gli uomini Le grandi religioni hanno al loro interno la vita monastica o qualche struttura di vita ascetica che gli assomiglia. Creature che sentono imperiosamente il bisogno dello Spirito, che dedicano la loro vita per trovare Dio, per dare una risposta alle domande fondamentali della vita. Tra i monaci è possibile un dialogo interiore, profondo, spirituale, un dialogo che rende fratelli nella famiglia dello stesso Padre. Proprio il DIM (organizzazione per il dialogo interreligioso eseguito da parte dei monaci) cerca di sensibilizzare le comunità a questo compito nella Chiesa. Occorrerebbe che non fosse solo un ideale di qualche monaco, ma un impegno delle intere comunità, unite e infuocate per questa missione. Ai nostri giorni, mentre alcuni predicano ancora la possibilità di fare la pace per mezzo della guerra, tocca ai cristiani, ai religiosi, ai monaci in modo speciale lavorare per condurre tutti gli uomini al dialogo. La sfida intrerreligiosa è ineludibile, poiché viviamo gli uni accanto agli altri. Occorre avere chiara la propria identità , per avere comprensione e rispetto degli altri. Non si tratta di relativismo o di fondamentalismo: sono due errori opposti. I credenti delle diverse fedi sono tutti cercatori, pellegrini in cammino verso l’unica verità. Tocca al dialogo trovare i modi per convincere coloro che vivono la loro fede in modo fondamentalista a credere nell’amore, nella pace. L’ostile non va eliminato, ma cambiato. “Il dialogo è un’arte della maturità delle culture, delle personalità, dei gruppi” (Vincenzo Paglia, già rettore della Chiesa di Sant’Egidio a Roma, e ora Vescovo di Terni-Narni-Amelia). Il monachesimo possiede una maturità spirituale per potersi dedicare a questo ?
Concludendo: come per diversi decenni nel secolo ventesimo il monachesimo ha influito positivamente nel cammino della Chiesa, specialmente nel campo liturgico, ora è chiamato a dare un nuovo contributo, proprio come cenobitismo, cioè come esempio di vita comune, in dialogo aperto, serio, responsabile, con tutti i mezzi messi a disposizione dalla scienza e dalla tecnica. Oggi le antenne, internet e Google hanno preso il posto dei nostri campanili. Nello scorrere della storia vi è un detto che viene ritenuto descrittivo del monachesimo benedettino: ORA et LABORA. E quando si dice ORA si pensa alla liturgia delle Ore dei monasteri, alla preghiera incessante di Cluny, alle celebrazioni solenni nel canto e nei riti delle Abbazie, mentre quando si dice LABORA si mette in evidenza l’impegno delle bonifiche, degli amanuensi, delle scuole, delle missioni, degli studiosi delle materie sacre. Oggi tutto l’ora et labora può essere visto come riempitivo di una vita che ha la sua missione non nella preghiera e nel lavoro, ma nella scelta fatta da S. Benedetto: la vita cenobitica, il fortissimum genus, la realizzazione di comunità dove le persone sanno vivere insieme volendosi bene nonostante le tante diversità. La testimonianza e il servizio che il monachesimo deve dare all’Europa, iniziando all’interno della Chiesa e espandendosi a tutti gli uomini, consiste nel dare l’esempio di una fraternità Europea realizzata, presente nei monasteri, comunità in comunione, struttura portante di tutto il resto: preghiera, lavoro, ospitalità, studio, clausura, … comunità non più composte da monaci di una sola provincia, regione, nazione, ma di nazioni e continenti diversi, e anche di istituti diversi, dove tutto viene superato e amalgamato nel nome di Cristo. Se è vero che troviamo le radici dell’Europa nella civiltà cristiana, dobbiamo riconoscere che la civiltà cristiana che ha fondato l’Europa del Medioevo era civiltà monastica, ed è stato il moltiplicarsi dei monasteri che ha permesso la nascita e la crescita di paesi e città, in relazione viva tra di loro, in comunione civile e religiosa. San Benedetto ha fatto la scelta del cenobitismo, tralasciando l’eremitismo; oggi i cenobiti sono il lievito dell’Europa, in quanto cenobiti. Occorre per questo che i monasteri siano comunità spirituali, per riuscire in questa missione; l’Europa ha bisogno del legame spirituale. “Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita” (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 43). Il monachesimo deve mettere tutte le proprie energie per mantenere in piedi case e strutture ? Allora ci penseranno altri a propagandare lo spirito del cenobitismo, che pure è particolarità del monachesimo. Saranno i movimenti e le comunità delle varie chiese cristiane che s’impegneranno a dare l’anima della comunione all’Europa. Ma i movimenti (vedi l’incontro di Stoccarda di maggio 2004) non hanno una vita comune intensa, costante come i monaci. Nella Chiesa e nell’Europa di oggi i monasteri sono chiamati a mostrare la realtà della comunione vivente, realizzata, dell’Europa unita !
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