"Si deve sempre rispetto alle religioni altrui.
Agendo in questo modo si esalta la propria religione e non si fa offesa alle altre"

Editto XII 
del re indiano Ashoka 
(III secolo a.C.)

 

Il contributo specifico dei monaci al dialogo

di Cipriano Carini, osb


 

[Testo presentato al convegno Nostra Aetate Today, Roma, Pontificia Università Gregoriana, 25-28 settembre 2005]



1. Breve storia del DIM (Dialogo interreligioso monastico)

 

 

Nel 1961 nacque all'interno della Confederazione benedettina una struttura di comunione che aveva lo scopo di promuovere aiuti fraterni per i monasteri che venivano fondati in Africa, America latina, Asia ed Oceania: l'AIM (Aide à l'implantation monastique), facendo conoscere così le nuove comunità al monachesimo tradizionale europeo. Questo organismo è tutt'ora esistente e viene tradotto oggi come "Alliance Inter-Monastères", con sede a Vanves, in Francia, sotto la responsabilità dell'abate primate della stessa Confederazione benedettina e degli abati generali dei monaci cistercensi e trappisti.

Questo movimento di comunione a favore delle fondazioni monastiche nei diversi continenti più poveri è nato come risposta dei monaci all'enciclica Fidei donum (12 maggio 1957) di Pio XII che invitava a fondare monasteri nelle chiese giovani; l'impegno principale dell'AIM è stato ed è anche adesso quello di raccogliere fondi economici per aiutare le costruzioni dei nuovi monasteri e sostenere la vita quotidiana delle comunità, come anche di aiutare la formazione delle vocazioni, inviando testi e professori a tempo.

Per questo ultimo scopo furono organizzati dei convegni: a Bouaké nel 1964, in Thailandia a Bangkok nel 1968, a Bangalore nel 1973, a Kandy nel 1980. In questi incontri avvenne che i monaci cristiani si trovarono attorniati da tanti monaci buddhisti; questo incitò ad aprire una sezione particolare dell'AIM, dedicata al dialogo con i monaci delle altre religioni.

Così nell'incontro di Bangalore (1973) si incontrarono monaci cristiani e buddhisti con l'intento di scambiarsi le proprie esperienze su un tema specifico: l'esperienza di Dio. Il successo di quell'incontro spinse il cardinal Pignedoli, unitamente a monsignor Pietro Rossano, allora incaricati per il Segretariato per i non credenti (l'attuale Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso) a invitare l'abate primate di allora, p. Rembert Weakland, a sviluppare il dialogo interreligioso per mezzo delle famiglie monastiche, viste come "un ponte tra le religioni".

Ci vollero alcuni anni per l'organizzazione della nuova struttura di comunione e di dialogo; l'AIM organizzò vari incontri, di cui due molto importanti nel 1977, uno negli Stati Uniti (Petersham) e uno in Belgio (Loppem), da cui nacquero due sotto-commissioni, sempre all'interno dell'AIM, con l'incarico di occuparsi del dialogo interreligioso: una per l'America del Nord e il Canada (MID = Monastic Interreligious Dialogue) e una per l'Europa (DIM = Dialogue interreligieux monastique). Questo permetteva di far crescere nei monasteri l'interesse e la sensibilità per il dialogo interreligioso, visto come un'attività a servizio delle comunità, "tralasciando la via apologetica e missionaria comune, per aprire una nuova prospettiva: non quella di un nuovo metodo missionario, ma quello del vivere insieme con membri di altre religioni, condividendo quello che si ha in comune" (C. Tholens). Il 1978 segna l'inizio vero e proprio del DIM, anche se inserito nell'AIM.

Successivamente nel 1994 il Congresso degli abati della Confederazione benedettina riconobbe il DIM come Segretariato a se stante, distaccandolo dall'AIM, con i seguenti scopi: a) sostenere l'impegno dei monaci e delle monache che si applicano al dialogo con le altre religioni; b) promuovere incontri con i monaci che professano questo stile di vita nelle altre religioni; c) promuovere riflessioni teologiche e spirituali, e programmare esperienze di condivisione di vita. Era abate primate G. Theisen.

Dobbiamo mettere in evidenza che ci furono all'inizio alcuni monaci pionieri in questo impegno: coniugare la tensione umana e spirituale dell'Occidente con quella dell'Oriente, come il padre Henri Le Saux, Swami Abhishiktananda (1910-1973) con il suo testo La beatitudine di Cristo, il sacerdote Jules Monchanin, Swami Paramaarubiananda (1895-1957) con La beatitudine dello Spirito Santo, e Bede Griffiths, Swami Dayananda (1906-1993) con La beatitudine della compassione, oltre a Thomas Merton (1915-1968), Corneljus Tholens, Jean Leclercq (1911-1993) e altri che avevano compreso l'importanza di un dialogo intermonastico a livello di ricerca di esperienza spirituale. La vita spirituale infatti è alla base del dialogo interreligioso monastico, poiché fa vedere l'azione di Dio nel cuore dei vari individui, come pure nelle tradizioni, costumi e riti delle diverse religioni. Tutto ciò che è vero, buono e nobile in queste tradizioni possiamo attribuirlo all'azione dello Spirito dell'unico Dio. Riconoscere questo conduce per lo meno ad un maggior rispetto gli uni per gli altri.

Il Segretariato del DIM al momento attuale ha sede in Belgio, nel monastero di Clerlande (Ottignies), ed è presente nei seguenti continenti: America settentrionale, Europa, India, Australia. In Europa ogni nazione ha una propria commissione; quella italiana ha sede ad Assisi, nel monastero benedettino di S. Pietro.

Dal 1995 il tutto è coordinato da un Bollettino internazionale che esce in varie lingue, mentre le diverse nazioni europee hanno un proprio organo di collegamento tra i monasteri e cultori del dialogo, a servizio della formazione e informazione.

 

 

 

2. Contenuto del dialogo interreligioso tra i monachesimi

 

 

I monachesimi si pongono quindi tra coloro che dialogano così come viene descritto al nr. 35 del documento del Segretariato per i non cristiani: L'atteggiamento della chiesa di fronte ai seguaci di altre religioni. Riflessioni e orientamenti sul dialogo e missione, del maggio 1984:

 

"A un livello più profondo, uomini radicati nelle proprie tradizioni religiose possono condividere le loro esperienze di preghiera, di contemplazione, di fede e di impegno, espressioni e vie della ricerca dell'Assoluto. Questo tipo di dialogo diviene arricchimento vicendevole e cooperazione feconda nel promuovere e preservare i valori e gli ideali spirituali più alti dell'uomo. Esso conduce naturalmente a comunicarsi vicendevolmente le ragioni della propria fede e non si arresta di fronte alle differenze talvolta profonde, ma si rimette con umiltà e fiducia a Dio, che 'è più grande del nostro cuore' (1Gv 3,20). Il cristiano ha così l'occasione di offrire all'altro la possibilità di sperimentare in maniera esistenziale i valori del Vangelo".

 

Questa ricerca di incontro spirituale, interiore è di una intensità e profondità indicibili; siamo ancora agli inizi di questo matrimonio fra Oriente ed Occidente, fra le diverse religioni; l'amore al dialogo spirituale è di ben pochi credenti nelle diverse religioni. Quello che possiamo dire oggi sa di scuola materna.

Anche se in questi ultimi decenni sono state pubblicate varie enciclopedie delle religioni, in formato piccolo e grande, si può dire però che l'interesse del monachesimo cristiano è ancora scarso nei riguardi del dialogo; si è rivolto prevalentemente verso l'induismo e il buddhismo, anche se è cresciuto in questi ultimi anni l'impegno per il dialogo con l'islam, causato dalle condizioni politiche ed economiche attuali, e quindi l'attenzione al sufismo e alla sua vita contemplativa, ai suoi mistici.

Ma è puerile parlare di condivisione di vita spirituale, fondandosi sull'esperienza di poche persone e comunità, e per tempi brevi; e non abbiamo testi teologici e spirituali che siano all'altezza della situazione; non conosciamo ancora pienamente i testi sacri delle varie religioni; c'è ancora un abisso che separa i diversi credenti, e coloro che hanno accettato di mettere allo sbaraglio la propria vita per conoscere, vivere e dialogare con altre spiritualità hanno sofferto una tensione profonda, un travaglio interiore e una lacerazione che non trova, attualmente, una risposta serena nella ricerca teologico-spirituale delle varie religioni, non certo aiutati dalle strutture delle religioni. Pochi sono i padri spirituali, i guru dal cuore aperto e dall'occhio limpido che sappiano indicare itinerari significativi, teologici e spirituali, per il dialogo interreligioso. Possiamo solo balbettare.

Nello stesso tempo dobbiamo dire che i monaci, cristiani e non, hanno intrapresa una strada che trova nell'interiorità la via giusta per incontrarsi, per fare comunione, rispettandoci reciprocamente, una strada che anche la chiesa cattolica vuole percorrere.

Di fronte al tentativo di presentare quello che unisce i monachesimi nella ricerca di condivisione e di dialogo tra le varie religioni, vorrei rispondere ai seguenti interrogativi:

 

· Che cosa cercano i monaci nella loro vita?

· Che strada percorrono?

· Che mezzi usano?

· Che valori umani e spirituali propongono?

 

 

1. Il monaco che cosa cerca, a quale vita interiore, a che tipo di contemplazione vuole dedicarsi, di che cosa si vuole riempire la vita?

 

Negli incontri dialogo, anche se con linguaggi e interpretazioni diverse, si può notare che vi è un certo accordo nella ricerca di un "Assoluto", che nel cristianesimo trova la sua descrizione più nel Padre Creatore che nel Salvatore Gesù Cristo. Sempre nella ricerca di comunione nella vita spirituale, interiore, delle varie religioni, i monaci si ritrovano di nuovo abbastanza fratelli quando si pensa e si guarda all'opera dello Spirito, che una volta ritenevamo proprietà privata del cristianesimo e che ora riconosciamo presente e operante nella storia dell'intera umanità, come pure nella vita delle varie religioni, delle singole persone. Più difficile è trovare una visione di condivisione nella figura di Gesù Cristo; si tratta di dare una risposta alla domanda: come liberare l'uomo dalla sua sofferenza, dalla sua creaturalità? I metodi, le vie di salvezza delle religioni sono diverse, come diversi sono i paradisi.

L'esistenza del monachesimo nelle grandi religioni è un dato di fatto; da dove proviene? Noi cristiani crediamo a una chiamata da parte di Dio ma questa tesi molte volte non è sostenibile in Oriente. Nei testi upanishadici per esempio viene detto che l'uomo sceglie la vita monastica, la solitudine, non perché cerca, ma perché ha trovato lo Spirito (l'Atman) lungo l'ordinarietà della vita e non avendo più alcun interesse su questa terra, sceglie di vivere da monaco, cioè da rinunciatario di tutti i beni del mondo, per una realtà che trascende la nostra capacità di intendere e possedere, liberandosi da ogni desiderio dei beni esteriori, in un costante trascendimento di ogni conoscenza e di ogni esperienza, non per delusione, per ascetismo negativo, ma per vera interiorità spirituale. Sempre in Estremo Oriente in altri testi è manifesto come la ricerca della solitudine, della vita monastica nasce dal desiderio di trovare un luogo ideale, una struttura della vita che aiuti a vivere Brahman o l'Atman, la vita spirituale e questa non è intesa come salvezza, anche se richiede la purezza interiore, la capacità di liberare la mente e il cuore da qualsiasi attaccamento, da amori e da odi, dall'ignoranza.

Viene da domandarsi: il monachesimo è un'aspirazione di ogni uomo? È forse una ricerca interiore insopprimibile che nasce, cresce e vive in ogni creatura, in ogni cultura e in ogni religione? Se così è, potranno finire altri istituti di vita consacrata, ma non terminerà mai la presenza del monachesimo nella storia umana, pur in mezzo a deviazioni e contrasti. Di fatto, nelle varie religioni possiamo percorrere la storia dei monachesimi e accorgerci come vi siano state tante riforme, tanti adattamenti ai periodi storici e ambienti geografici, ma come sia rimasta sempre viva la sete di uno stato di vita che permetta di uscire dalle logiche del mondo, in una visione che potremmo chiamare "escatologica", su imitazione di Laozi o del Buddha o di Cristo o di qualche altro maestro.

Non sempre l'ideale è stato vissuto. Basta percorrere la storia del monachesimo buddhista per chiederci: gli elementi fondamentali della vita monastica sono ancora presenti oggi? E quali sono? Nel periodo iniziale erano: povertà, non violenza, castità, sincerità; ma con il tempo la castità per esempio è stata eliminata e oggi è normale nel Giappone avere monaci che vivono accanto al tempio e che sono sposati; e del resto è la flessibilità, la malleabilità del monachesimo buddhista che permette di essere sempre monachesimo ma con strutture diverse secondo la storia e le culture, dall'India al Giappone, attraverso la Cina, il Nepal, e tutti gli altri stati dell'Estremo Oriente. Lo stesso è stato anche per il monachesimo cristiano che in 1500 anni di storia presenta periodi gloriosi e periodi grande decadenza, sia in monasteri singoli che nei vari ordini e congregazioni, dei quali alcuni sono anche finiti, come per esempio i cluniacensi.

Non sempre quindi i monachesimi sono stati fedeli alla ricerca dell'Assoluto, sia in Oriente che in Occidente, e questo deriva dal fatto che sono stati utilizzati dalle strutture religiose o politiche per finalità diverse da quelle della vita spirituale, della ricerca dell'Assoluto. Talvolta i monachesimi si sono posti in difficoltà da se stessi, dando troppo interesse alle strutture e istituzioni che hanno preso il posto della ricerca interiore; è più facile infatti la pratica esteriore che la vita interiore, ed è possibile creare sicurezze più con i riti che con il cambiamento del cuore. E quando il monachesimo tenta di conciliare la povertà con la proprietà di beni, l'allontanamento dal mondo con l'inserimento in esso, la libertà interiore con il servizio alle politiche, si pone in pericolo di tradire il proprio carisma, mettendosi in servizio di due padroni, perdendo la propria identità: la ricerca di Dio!

Al monachesimo il compito di indicare la via della ricerca di Dio, della vera libertà, della pace interiore, dell'amore vero, della fraternità universale; se questo viene a mancare nelle comunità monastiche, anche il mondo resterà senza orientamento.

Il monaco è sempre quella persona che cerca in Dio la pace interiore, il controllo della mente e delle sue funzioni, che desidera un bene superiore a quello che propone il mondo e per questo è disposto ad uscire dal mondo, dai mille condizionamenti della vita. La comunità monastica è vista quindi come "la società ideale", sia all'interno delle religioni come della società stessa. Il monaco ideale è la persona illuminata dalla vita interiore, in continua relazione con l'Assoluto con la preghiera, in pace sia con la natura vegetale che animale; il monaco è l'uomo dell'armonia e della pace. Una pace che si irradia più dal suo essere che dal suo fare, non suscita gelosie, ripicche, ricerca di predominio, sconfigge l'egoismo e l'orgoglio insiti nel cuore di ogni uomo.

Anche se alcune religioni (ebraismo, islam, sikhismo) non hanno lo status della vita monastica, di fatto però troviamo in esse delle strutture di vita ascetica che si avvicinano molto al monachesimo, come la comunità di Qumran o il sufismo.

 

 

2. Quale strada si percorre per raggiungere l'Assoluto?

 

Potremmo dire che in tutte le religioni il percorso di formazione e di vita monastica ha le stesse caratteristiche, sia nel jainismo che nel taoismo, nell'induismo, nel buddhismo, nel cristianesimo, nel sufismo. La ricerca è quella di Dio, la strada è quella dell'ascesi, la meta è la contemplazione, la vita intima con un Dio immenso e incomprensibile.

Una religione che è centrata sul monachesimo è il jainismo; il monaco è considerato l'uomo ideale; la vita monastica è quella che permette di praticare coerentemente le richieste della religione, l'ideale della vita superiore, spirituale: la non violenza, l'amore per tutte le creature, la ricerca della salvezza escatologica acquistata con la vita ascetica molto austera, la mancanza di attaccamento a tutto quello che è transitorio. I monaci promettono infatti: astensione da ogni violenza, da ogni falsità, da ogni attaccamento al possedere, dalla pratica sessuale; vivono pellegrini sulla terra proprio per non attaccarsi nemmeno alle abitazioni, sempre in cammino verso una purificazione totale, la perfezione dell'anima, superando gli orizzonti terreni per aprirsi a orizzonti universali, infiniti. All'inizio, con la vita pellegrinante, il rigore ascetico era molto esigente; poco alla volta però, unitamente alla scelta di vivere in abitazioni proprie decadde la spinta spirituale iniziale; lo scorrere della storia ha mitigato gli ardori dell'inizio, ma la motivazione principale è rimasta la stessa: vivere solo per la vita interiore, rinunciando a tutto il resto.

Ma anche il taoismo, religione ancestrale autoctona, vive la sua perfezione nel monachesimo, vivo tutt'oggi con la sua dottrina e le sue pratiche. Richiede la rottura completa con il mondo, sull'esempio del fondatore Laozi; richiede anche un legame forte, spirituale, profondo con il trasmettitore della spiritualità monastica, oltre a un amore intenso alla preghiera liturgica.

In tutti i monachesimi occorre avere una regola; sia le prime comunità monastiche sia buddhiste che jainiste, e successivamente quelle cristiane propongono ai loro adepti una regola da seguire, non quale scopo della vita, ma quale mezzo per restare sul giusto binario. E sul contenuto delle regole vi è abbastanza accordo: tutte le spiritualità monastiche richiedono lo svuotamento di se stessi, l'ascesi, per riempirsi di Dio. Si tratta cioè di aiutare l'uomo a superare gli istinti di possesso, di autoaffermazione, di procreazione, ciò che nel cristianesimo si manifesta per mezzo dei tre voti di povertà, castità, obbedienza, e che Gesù Cristo ha espresso molto bene con quel "rinnega te stesso" (Mc 8,34) non visto come un sacrificio, ma come modo per raggiungere la gioia della libertà, dell'amore vero. Per questo san Benedetto ripete ai suoi monaci: "Nulla anteporre all'amore di Cristo" (RB 4,10; 4,21; 72,11); la vita ascetica non consiste quindi nel rifiutare l'amore, ma nell'imparare ad amare, nel trovare il vero amore, il vero modo di amare.

Lungo la millenaria storia la mancanza di mortificazioni estreme (su insegnamento sia di Buddha che di san Benedetto) e la scelta di vita cenobitica, piuttosto che eremitica, hanno richiesto di organizzare sia l'accoglienza delle vocazioni che la loro formazione come pure la regolamentazione della meditazione, delle preghiere, dei riti nei templi e i metodi da seguire, in tutti i vari monachesimi; queste organizzazioni sono state e sono un aiuto, ma talvolta prendono il posto dell'interesse primario, impegnando di più nel seguire una regola che nel cercare Dio!

Nei diversi ordini monastici indù (sannyasin) la regola che accomuna tutti è proprio la rinuncia (sannyasa), rinuncia a tutto, perfino al nome (da dimenticare!), alla condizione sociale, alla parentela... Vi sono quelli che rinunciano perché "sanno" per esperienza la bellezza dell'Atman, quelli che rinunciano perché lo cercano, quelli che rinunciano perché fuggono dalla durezza della vita. La vera rinuncia è quella che proviene dalla sete interiore; tutti i monaci venivano chiamati "i rinuncianti". Le gradazioni possono essere diverse ma devono portare a quella libertà interiore che è liberazione anche dai riti, dalle regole, dalle strutture.

Nello stesso tempo non sempre c'è stata la capacità del saper discernere l'essenziale dal secondario; ricordiamo che nel buddhismo già agli inizi della sua storia vi fu divisione per definire quali precetti erano essenziali e quali "minori", da cui lo stesso Buddha aveva detto al discepolo Ananda che si può dispensare; controversia che ha portato allo scisma e al sorgere delle scuole del "Grande veicolo" in opposizione alle scuole che verranno denominate "Piccolo veicolo".

Una regola per tutta la vita? Normalmente sì, anche se troviamo il monachesimo "a tempo" nel buddhismo della Thailandia, della Birmania, del Giappone.

Nell'induismo si propongono quattro stadi (asrama) della vita, di cui l'ultimo propone l'allontanamento dalla vita normale per dedicarsi da soli o in comunità alla sola contemplazione di Dio; tra questi alcuni (sannyasin) rinunciano anche al proprio nome per vivere in continua meditazione, in comunione totale con Dio. La rinuncia ai desideri non è vista come elemento negativo, come coercizione; proviene dalla convinzione che esiste un'esistenza più grande e profonda, per raggiungere la quale è gioioso abbandonare i condizionamenti terreni; una vita più ampia spinge ad abbandonare i limiti in cui siamo racchiusi. La sconfinata libertà dell'Atman (realizzazione dello spirito) non fa pesare le rinunce a cui si va incontro.

Nel cristianesimo l'intera vita consacrata è fondata sul "consacrato" per eccellenza che ubbidendo al Padre dice di se stesso: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato e mi ha mandato ad annunziare la lieta notizia ai poveri" (Lc 4,16). I suoi seguaci sono quindi chiamati alla vita dello Spirito ricevuto dal Padre che ama, una vita dello Spirito da trasmettere come amore al mondo intero, e che esige la rinuncia a se stessi,a saper perdere la propria vita, a vivere da disarmati in mezzo alle lotte della vita.

Nel sufismo le tappe del cammino spirituale possono ridursi a tre: prima di tutto la fedeltà alla legge (shari'a) che consiste nei cinque pilastri dell'islam; quindi accogliere un metodo di vita (tariqa, "via") che con l'ascesi aiuta a purificare il cuore dalle passioni per renderlo disponibile a Dio; e quindi la tappa finale che consiste nella rivelazione o scoperta di Dio (haqiqa), quando il sufi non vive più sorretto dalla legge (prima tappa) ma dall'esperienza interiore di unione con Dio.

 

 

3. Quali mezzi usare?

 

Il pane quotidiano di ogni monachesimo è la preghiera, la meditazione. L'ascesi può toccare estremismi illogici, e la meditazione può proporre delle tecniche esteriori diverse, rassicuranti, ma di fatto i diversi monachesimi vogliono educare il monaco a mettersi in relazione con Dio e rimanere in pace per mezzo della meditazione.

L'importanza che il monachesimo dà alla vita interiore viene mantenuta viva e nutrita dalla meditazione; è vista come una terapia offerta dal "re dei medici", Buddha, per la salute spirituale dell'uomo.

Un altro mezzo abbastanza comune nelle varie religioni è la possibilità di avere una guida, un padre spirituale, un guru, uno swami. Molte volte anzi la vocazione al monachesimo nasce dalla dottrina e dall'esempio di un monaco esemplare. Anche nel jainismo, tra le monache, era normale la presenza di una guruni che pensasse sia al discernimento vocazionale che alla formazione e all'accompagnamento delle monache. Molte volte i guru, le guruni, i padri spirituali svolgono il loro servizio di insegnare la via della liberazione non solo ai monaci, ma anche ai laici, a tutti coloro che vivono accanto alla comunità monastica, che entrano in relazione con i monaci.

I diversi monachesimi si rassomigliano anche per la scelta di quello che nel monachesimo benedettino chiameremmo l'"ora et labora": la suddivisione cioè della giornata, della vita, in un equilibrio che racchiude il lavoro, con cui mantenersi, e lo studio, oltre naturalmente la preghiera comunitaria e personale. Anche se all'inizio nel jainismo, come in altre forme di vita ascetica, i monaci e le monache vivevano dell'elemosina, in seguito con la nascita della via cenobitica in case stabili, si è incentivato anche presso di loro il principio del lavoro; questo è avvenuto anche nel monachesimo induista e buddhista.

Nel sufismo la via da percorrere per la ricerca di Dio richiede di partire dalla "via purgativa" che esige il distaccarsi da ogni attaccamento alle creature per essere completamente liberi per Dio; si tratta di una vera e propria conversione, di un profondo cambiamento interiore che distoglie non solo dalla dissipazione ma anche dalla tiepidezza della vita spirituale; in questo cammino di conversione il sufi è sorretto dalla speranza della misericordia e dell'amore di Dio che sempre perdona; crede nell'amore di Dio per tutti e questa verità lo sorregge nel cammino quotidiano; un cammino di conversione che deve portare Dio a essere l'unico Signore; il danaro, il possedere, il potere, il piacere sono dei signori che vanno allontanati dal cuore, tutto proteso verso il solo Dio, paradiso anche escluso. In modo speciale occorre giungere a quella fiducia nella provvidenza divina che distoglie dal cercare di accumulare mezzi di sussistenza; Dio è tutto e la fiducia in Lui conduce a vivere con il sufficiente giornaliero, come predicava Gesù di Nazaret: "Perché vi preoccupate di quel che mangerete … di come vestirete?" (cf. Mt 6,25-34). Fede e fiducia messe alla prova ogni giorno, una scuola di pazienza per eliminare ogni dubbio e mettere la fede in Dio, l'Assoluto, come il tutto della vita. Alla via purgativa segue la via illuminativa, più frutto della grazia di Dio che dello sforzo umano, che si manifesta nell'abbandono fiducioso nelle mani di Dio, accettando tutto quello che la vita impone non come eventi senza senso, ma tutto in rapporto con Dio "il migliore dei fiduciari", il "Dio uno e unico", senza più angosce e turbamenti. Una vita di fede non passiva (accettare con rassegnazione), ma una fede piena di gioia poiché tutto viene accolto come voluto da Dio per il bene della propria anima, anche le più atroci sofferenze, poiché tutto è stato pensato da Dio dall'eternità, dalla sua sapienza infinita. Nella gioia, nel compiacimento della vita come dono di Dio sgorga la lode, il ringraziamento a Dio, la riconoscenza verso la sua bontà e misericordia. Tutto è grazia, di tutto occorre ringraziare; e il ringraziare è un atteggiamento che perdura, che porta il sufi ad avere presente sempre il suo Signore; Dio è diventato l'unico punto di riferimento; il "ricordo continuo di Dio" è l'arma per vincere le tentazioni e crescere nell'amore di Dio. Non ci sono altre intenzioni di vita, non ci sono altri interessi che Dio e Dio per se stesso (non per il paradiso!); il cuore ha un amore solo, la creatura ha raggiunto l'illuminazione, la sincerità assoluta: Dio. Ne consegue la via unitiva, il desiderio cioè di stare sempre con Dio, in Dio; Dio è l'unico amato e il sufi brucia nell'amore di Dio, che lo ha prevenuto, vivendo come in un fuoco ardente, completamente immerso nel tentativo di corrispondere all'amore divino, oramai al di sopra di tutte le passioni umane; non desidera altro che di incontrare, amare Dio, appagarsi della sua presenza, del suo mistero; è diventato l'amico di Dio con il quale vive un rapporto di confidenza, di intimità, partecipando anche alla sua potenza miracolosa; tutto viene dimenticato vivendo nella trascendenza di Dio; ne nasce una conoscenza nuova di Dio, una conoscenza diretta, la gnosi. "Ho conosciuto il mio Signore mediante il mio Signore; senza il mio Signore, non avrei conosciuto il mio Signore" (Dhû l-Nûn al-Misrî, sufi egiziano). Ora si trova immerso nel mistero dell'Unità divina, ne fa esperienza e diventa alieno a tutto ciò che non è Dio, anche a se stesso.

 

 

4. Quali valori umani e spirituali vengono promossi e si vogliono preservare?

 

È una domanda che non si pone solo il monachesimo cristiano, più inserito nella vita sociale, anche con servizi di promozione umana e caritativa; la sua storia infatti è legata alla trasmissione della cultura greca e romana, alle bonifiche agricole, alla costruzione di paesi e città; è quindi misurabile anche esternamente. Anche gli antichi monaci indù (sannyasa) si proponevano una funzione nella società, quella di elevare spiritualmente l'ambiente in cui vivevano.

Negli incontri tra monaci buddhisti e cristiani si è trovato un punto di comunione e collaborazione proprio in questo: difendere nella nostra società secolarizzata i valori spirituali. Quali? Potremmo riassumere il tutto in un ideale: l'amore universale! La presenza dei monaci dovrebbe rendere uomini e animali liberi da violenze e da paure e costruire una pace armoniosa. I monaci dovrebbero essere visti come fonte di luce e di pace, come radicale contestazione della logica mondana. In essi dovrebbe trasparire la bellezza della vita dello spirito, la certezza che è una gioia dedicarsi ai valori più alti e fuggire l'egoismo e l'orgoglio.

I legami che i monaci conservano con il mondo esterno, anche con i parenti, dovrebbe essere solo di carattere spirituale, poiché sono svincolati dai problemi temporali, dalle incombenze economiche, dall'autorealizzazione, dalla sete di potere, possedere, piacere.

Interessante anche l'emancipazione della donna evidente nei vari monachesimi; si passa da una subordinazione completa del mondo femminile a quello maschile, alla comprensione dell'uguaglianza nell'impegno della ricerca di Dio; anche se gli uomini sono visti sempre come superiori sia nella formazione teologica che nel magistero della vita, e maggiormente ossequiati da parte dei laici, in questi ultimi decenni è cresciuta in tutte le religioni la sensibilità verso l'uguaglianza tra monaci e monache, anche nel jainismo e nell'induismo, dove la subordinazione della donna all'uomo era tradizionale. La ricerca dello spirito è importante per entrambi e uguaglia monaci e monache.

La liberazione che avviene nella vita monastica non riguarda solo le passioni, ma anche le sicurezze religiose, il valore dei riti esteriori, perfino le dottrine teologiche, oltre che le regole monastiche. In questo era propedeutico il monachesimo indù dei tempi passati, che non è stato, come quello cristiano, legato a un'istituzione vera e propria, ma piuttosto solo a una vocazione interiore che trascende le legislazioni esteriori, una vocazione che richiede di dedicarsi esclusivamente alla preghiera e alla meditazione, più che al servizio del prossimo, di vivere nella semplicità e nello stesso tempo nell'austerità, in armonia con la natura, con tutti gli esseri viventi: questo è il dharma, l'insegnamento del monachesimo che rispetta e tollera ogni religione a servizio dell'umanità. Oggi anche il monachesimo indù, in alcune sue forme, si applica ad opere sociali e caritative.

Anche il sufismo, con la sua ricerca spirituale, vuole dare un senso all'esistenza umana, indicare la realizzazione dell'unità dell'essere umano, curandolo nelle sue divisioni interiori e mostrandogli la visione completa dell'essere, distogliendolo dalla visione mutabile della vita e condurlo all'Assoluto, al permanente; il relativo ha senso se conduce all'Assoluto. Per alcuni mistici sufi e studiosi dell'islam il sufismo in questo senso ha la vocazione per realizzare l'unione profonda tra tutte le religioni.

Non possiamo negare inoltre che la vita monastica ha sempre avuto un suo influsso sulla vita sociale, sul modo di vivere, sulla letteratura, sulla poesia, sull'arte. Tutto questo è visibile oggi in ogni continente, e mostra la profondità e la dolcezza della vita spirituale. Non per niente molti viaggi sia turistici che religiosi hanno come meta i monasteri.

I monaci nel loro impegno di imparare a conoscersi si rendono conto del compito che hanno nel contribuire alla pace universale, costruendo e offrendo alla globalizzazione una base comune spirituale ed umana che incarni tutti i valori tradizionali ma che si esprima nelle forme della cultura globale emergente. Le culture particolari si stanno inserendo in una cultura mondiale, e occorre che il monachesimo vi inserisca l'esperienza religiosa, spirituale, pur con le sue varie espressioni. Il monaco ha quindi un suo posto di rilievo nella storia di oggi, un ruolo di universalità, di coscienza planetaria. È un compito difficile: dare un fondamento spirituale comune alla cultura globale. Nello Spirito di Dio siamo uno: ne dobbiamo essere coscienti; da qui nasce il nuovo slancio missionario, nella convinzione di essere "uno" nello spirito di comunione.

 

 

 

3. Alcune tesi teologico-spirituali di comunione tra i monachesimi

 

 

Non mi soffermo sulle ricerche che nella teologia e nella spiritualità cristiana, cercano di trovare una via di comunione tra le religioni. Vorrei semplicemente esporre alcune tesi che mostrano il monachesimo come via per il dialogo tra le religioni, e questo sotto un duplice aspetto: antropologico e spirituale. Due aspetti difficilmente suddividibili, proprio perché l'umano e il divino si intrecciano, vivono in comunione.

 

 

1. Dal punto di vista antropologico

 

Il monachesimo non è una specialità di una religione, ma è uno stile di vita che troviamo in tutte le grandi religioni, nei vari continenti, lungo tutti i millenni della storia umana; sembra una componente della natura umana. Una volta in Occidente studiavamo il solo monachesimo cristiano, orientale e occidentale, poi abbiamo incominciato a cercare stili di vita simili nell'ebraismo, e poi ancora nelle grandi religioni dell'Oriente: taoismo, jainismo, induismo, buddhismo e ultimamente anche nella vita del sufismo.

Pur avendo teologie diverse, ci siamo accorti che tutti i monaci si applicano a "cercare Dio", che tutti organizzano una via di rinnegamento della mentalità del mondo e di se stessi per avere il cuore libero per Dio, che tutti desiderano trovare la pace in Dio. Ci siamo anche accorti che tutti ci impegniamo, pur in mezzo a periodi di decadenza, nello sfuggire la violenza e costruire la pace, nel dare risalto alle verità interiori, spirituali, piuttosto che ai beni della terra... Si possono cercare quindi le radici del monachesimo nella natura umana stessa, prima che nelle religioni. Si direbbe che in ogni uomo vi è un poco di monaco, poiché in ogni uomo vi è la ricerca di una vita interiore, superiore, spirituale.

Interessante è il punto di vista di Raimon Panikkar che nel suo libro Elogio del semplice. Il monaco come archetipo universale, mette in evidenza quell'aspetto di ricerca interiore che è proprio della creatura umana. Tale tesi viene sostenuta anche da Corneljus Tholens per il quale l'uomo "monastico", è l'uomo che pur vivendo con un'attenzione cosciente in questo mondo, rimane sempre aperto alla profondità dell'essere, non necessariamente inserito in una istituzione clericale, e nemmeno necessariamente appartenente ad un ordine monastico; può vivere indipendentemente da ogni istituzione; nella ricerca continua di Dio, nella libertà e nell'amore, nella profondità silenziosa del proprio Sé; le istituzioni sono un aiuto, specialmente quando si vive in comunità, ma non un obbligo, una necessità assoluta.

Ken Wilber, studioso oltre che di religione e di filosofia, anche di sociologia e psichiatria, lo spiega così:

 

"Questo è dunque il messaggio di Jung, ma anche di amerindi, taoisti, indù, islamici, buddhisti o cristiani: nel profondo del vostro animo vi è l'animo dell'umanità stessa. Un animo divino, trascendente, che conduce dall'assoggettamento alla liberazione, dall'incatenamento al risveglio, dal tempo all'eternità, dalla morte all'immortalità ... In certo senso, quindi, dobbiamo 'far morire' il nostro sé falso e separato al fine di risvegliarci al nostro sé immortale e trascendente. Di qui il famoso paradosso: 'Se muori prima di morire, quando morirai, non morirai' . E il detto dei mistici, secondo il quale 'Nessuno può avere tanto da Dio quanto colui che è morto totalmente' ... Possiamo forse avvicinarci a questa intuizione fondamentale dei mistici e dei saggi - e cioè quella che esiste un solo Sé immortale comune in tutti e a tutti noi - anche in un altro modo" (Ken Wilber, Oltre i confini. La dimensione transpersonale in psicologia, Cittadella, Assisi 2001, pp. 152-153.156).

 

Più che di teologia si tratta di filosofia, di psicologia, e in particolare della psicologia transpersonale che sostiene che esiste un'unità sottostante qualunque apparente molteplicità. Non solo teoria, ma esperienza propria dei mistici, dei monaci.

Interessante, anche se non legata al monachesimo, la riflessione di David Hartman per il quale la chiave per capire Dio è capire la stessa dinamica umana; Dio cambia, cresce, matura lungo la storia, così come matura l'umanità; l'antropologia di questo autore è coerente con la sua teologia, e guarda alle cose del mondo non sub specie aeternitatis, ma sub specie humanitatis; non rifiuta cioè all' umanità nel nome della scalata alla divinità. Per Hartman, ebreo, non vi è differenza ontologica tra Israele e il resto dell'umanità. L'uomo è creato a immagine di Dio, e questo basta; è bello quindi ascoltare anche la voce dell'altro come partner a pieno titolo di una conversazione comune, nella ricerca comune di una verità che mai si possiede per intero. Per Hartman è possibile una vita pienamente spirituale e religiosa senza basi e certezze assolute, senza dogmatismi, per apprendere l'umiltà religiosa. Il suo insegnamento non interessandosi più di tanto della redenzione, trova nella creazione e nella rivelazione un buon terreno per dialogare e fare comunione. Il monaco, che si dedica alla meditazione, può sentirsi fratello sub specie humanitatis di tutti gli uomini.

Il monaco è l'uomo che sente maggiormente in sé la presenza di Dio, del Dio che è in tutti. Del resto anche nella chiesa cattolica, il concilio Vaticano secondo scriveva:

 

"La ragione più alta della dignità dell'uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio; non esiste, infatti,se non perché creato per amore da Dio, da lui sempre per amore è conservato, né vive pienamente secondo verità se non lo riconosce liberamente e se non si affida al suo Creatore" (Gaudium et spes 19).

 

E il Catechismo della chiesa cattolica aggiunge:

 

"Nel corso della loro storia, e fino ai nostri giorni, gli uomini in molteplici modi hanno espresso la loro ricerca di Dio attraverso le loro credenze e i loro comportamenti religiosi (preghiere, sacrifici, culti, meditazioni, ecc.). Malgrado le ambiguità che possono presentare, tali forme d'espressione sono così universali che l'uomo può essere definito un essere religioso" (nr. 28).

 

Il monaco è l'essere religioso per eccellenza, la vita monastica è lo stile di vita migliore per vivere qualsiasi religione, il monachesimo è il punto di riferimento delle religioni per riconoscere la propria autenticità.

 

 

2. Dal punto di vista spirituale

 

In ogni monachesimo la ricerca di Dio mostra che è lo stesso Spirito di Dio che agisce nell'uomo, nell'umanità. Lo Spirito di Dio è Dio, il Dio che tutti adoriamo e che ha posto la sua scintilla dentro di noi. Nel nome dello Spirito, nonostante le differenze rituali e le regole monastiche, è possibile trovarsi uniti.

Nell'induismo il presidente della Repubblica Indiana, Radhakrishnan con fare profetico annunzia e scrive che la religione dell'avvenire sarà la religione dello Spirito che nonostante le tante differenze troverà un'unità di fondo nella vita interiore, spirituale. Il suo messaggio viene accolto con molta attenzione non solo in India, ma anche nel resto del mondo, e molti acconsentono a questa visione, sostenendo che la religione può avere un futuro solo in questo modo. Per Radhakrishnan le diversità esterne, nel grande pluralismo esistente delle religioni, trova una sua nascosta identità religiosa nell'esperienza spirituale che si esprime nei grandi simboli fondamentali in modo univoco, nonostante i nomi e le immagini di superficie diversi. "L'esperienza spirituale" manifesta la comunione tra le varie religioni, nonostante la diversità delle forme esteriori. Non crea problema quindi l'essere allo stesso tempo buddhista e confuciano. L'importante è l'esperienza spirituale, mistica. Per questo il monachesimo ha tutta una sua responsabilità, poiché il suo fondamento, la sua motivazione, la sua ricerca continua è la vita spirituale.

Nel mondo islamico, specialmente nella visione sufi, vi è la ricerca dell'incontro con le altre religioni, tutte viste come strade che portano allo stesso Dio, l'Assoluto. Ma naturalmente l'islam viene ritenuta come ultima rivelazione e quindi tra le tante vie percorribili per giungere a Dio, l'islam è quella che è destinata a dare senso a tutte le altre, così come i cristiani accolgono la presenza dello Spirito anche nelle altre religioni, ma propongono Gesù Cristo come ultima rivelazione e via definitiva per andare a Dio.

Viviamo in un mondo in cui non possiamo più disconoscerci, anche nel campo religioso, e purtroppo per mancanza di conoscenza reciproca, molte volte i nostri giudizi sono distorti, polemici, riduttivi, limitati, apologetici, e nel mondo attuale questo non può più continuare. Non siamo ancora pronti a considerare il positivo che esiste nelle altre religioni. Hossein Nasr, teologo e pensatore innovatore islamico, paragona l'islam al sole e le altre religioni alle stelle che pur risplendendo non possono avere la luminosità del sole. Lo stesso autore vede nel sufismo, in particolare in Ibn 'Arabi, la via per unire tutte le religioni nella profondità dello Spirito, in quanto le religioni stesse sono solo manifestazioni esteriori e limitate della realtà interiore che viene vissuta nella vita spirituale, interiore dei sufi che vivono la sapienza perenne che si colloca al centro dell'islam e che in realtà (ammette) si trova in tutte le religioni in quanto tali. Nello scoprire la realtà universale (la contemplazione di Dio) vissuta dal sufismo si costruisce l'unità delle religioni. Sarebbe come dire che la vita interiore, spirituale, contemplativa è la base della comunione tra le religioni; questo è il compito del sufismo, e noi diremmo del monachesimo. Nonostante i limiti che è facile mettere in evidenza nell'opera di Hossein Nasr, rimane valido il principio che pone al centro della vita lo spirito, quale linfa vitale della storia umana.

Nel mondo cristiano la ricerca del dialogo con le altre religioni è di recente costituzione e trova molte difficoltà; vi è timore di cadere nel relativismo e perdere la propria identità. Il papa Joseph Ratzinger (Fede, verità, tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2003, passim) con molta chiarezza fa l'analisi delle varie posizioni della storia delle religioni, manifestando come l'assolutezza dell'ineffabile esperienza vissuta nella forma della mistica non può essere che una via tra svariate altre strade, e mettendo in risalto come ai nostri giorni siamo piuttosto inseriti in quell'illuminismo che ha instaurato l'assolutezza della conoscenza razionale, la quale "non rappresenta una via all'interno della storia delle religioni, ma vuole piuttosto la fine di essa e desidera condurre fuori da essa in quanto realtà ormai superata". Il papa non rifiuta le tesi espresse dall'induismo e dal sufismo circa l'unità nello Spirito, ma mentre presenta la complessità della situazione attuale, ritiene che "nel futuro della religione e delle sue chances nell'umanità, assumerà importanza decisiva il rapporto con la conoscenza razionale" (p. 27). Potremmo quindi dire che le vie oggi da praticare sono specialmente due: quella dell'esperienza spirituale e quella dell'illuminismo o conoscenza razionale, e tutte e due queste vie rispettano la distinzione tra le religioni e nello stesso tempo ammettono anche un rapporto concreto tra di loro. Ratzinger "pone e accoglie domande vere e non offre mai risposte che non siano rigorosamente argomentate ... Non ha nulla del presuntuoso possessore della Verità che voglia imporla a colpi di clava ... intende l'opera del pensiero e della ricerca come semplice e puro servizio alla Verità: ecco perché il vero idolo negativo è da lui identificato nel relativismo, in quella posizione cioè che riconoscendo il pluralismo delle verità - più o meno legate all'arbitrio soggettivo - esclude l'idea della Verità da servire e da amare, sostituendola con l'unica certezza che tutto sia relativo" (Bruno Forte). Contro il relativismo, anche se per motivi diversi da Giovanni Jervis (cf. G. Jervis, Contro il relativismo, Laterza, Roma 2005).

Raimundo Panikkar, amico di padre Henri Le Saux, pur non essendo monaco sente in profondità il ruolo del monachesimo come protagonista nel dialogo interreligioso; ricco dell'esperienza cristiana e della spiritualità indù, offre ampi e profondi spunti per elaborare una "teologia del dialogo", valida non solo per il monachesimo ma per la chiesa intera. Nel congresso di Bangkok già proponeva la costituzione di centri monastici composti da cristiani, buddhisti, indù, musulmani ... dove coltivare insieme i valori monastici comuni, come la padronanza di se stessi, il silenzio, la separazione dal mondo e dalla sua mentalità, la semplicità, l'armonia con il ritmo della natura ... convinto che i monaci parlano lo stesso linguaggio nel mondo intero. Un dialogo nel cuore degli uomini e delle loro ricerche. Nell'incontro delle commissioni europee del DIM a Montserrat (2004) ha svolto proprio il tema: "L'impegno dei contemplativi nel terzo millennio" e dopo aver messo in evidenza i rischi del pensiero occidentale, suggerisce anche alcuni impegni da prendersi. Per Panikkar l'Occidente ha costruito un "imperialismo culturale che esclude la vera possibilità di dialogo", poiché pensiamo che "le nostre categorie occidentali ci rendono capaci di capire tutto", mentre dobbiamo ammettere che abbiamo dei limiti nella nostra conoscenza di Dio, nella conoscenza della religione, nella conoscenza della preghiera. "Oggi, egli scrive, i monaci hanno una missione storica; il loro impegno, come quello di tutti i contemplativi, è di svincolare la fede cristiana dai vincoli della cultura occidentale ... e saremo capaci di andare oltre la cultura occidentale se la ragione, che tanto ha dominato la fede cristiana, viene messa al suo posto". Occorre quindi abbracciare l'intera realtà, da guardarsi con l'oculus sensuum, l'oculus rationis e l'oculus fidei, convinti che "il misticismo è una parte integrante della realtà; senza misticismo la realtà è deformata. Il mistico è il terzo occhio e tocca ai monaci "svestire il Cristo da tutti gli indumenti occidentali che gli abbiamo messo addosso"; si tratta di una vera kenosis: andare oltre le convinzioni profondamente radicate, esige un aspro ascetismo spirituale, una radicale rivalutazione della propria fede che non è l'insieme delle credenze, ma un atto di adesione all'Assoluto, una fedeltà che non conosce limiti; l'essere veramente cattolici vuol dire appartenere al mondo intero.

 

 

 

4. Presentazione di esperienze di condivisione di vita tra i monachesimi

 

 

Tra le tante esperienze di condivisione di vita che attualmente si svolgono nel mondo tra persone che provengono da continenti, da culture e da religioni diverse, vorrei presentare quelle che si sono svolte e continuano a programmarsi tra credenti di varie religioni, in modo speciale tra comunità monastiche buddhiste e benedettine.

Certamente è noto a tutti che la prima forma di vita consacrata nella chiesa è stato il monachesimo, e anche tutti sanno che tale genere di vita è tutt'ora vivo in tutto il mondo, anche se in crisi in Europa e in crescita invece in Africa, in America latina, in Asia. Attualmente i monaci benedettini sono circa 8000 e le monache 17.000; il monachesimo cristiano è vivo sia nella chiesa cattolica che presso gli ortodossi e ultimamente anche nel protestantesimo. Il taoismo, il jainismo, l'induismo, il buddhismo, il sufismo sono forme di vita ascetica che possono confrontarsi con il monachesimo cristiano e anche convivere.

Da più di 50 anni cristiani desiderosi di preghiera, in ricerca spirituale, si sono impegnati nello studio e nella pratica di spiritualità elaborate di altre religioni, soprattutto orientali. Non si è trattato tanto di una ricerca teologica, ma esperienziale, pratica. Così si è iniziato negli anni 50 con la pratica yoga, con risultati non sempre positivi, pur facendo emergere in alcuni credenti la certezza che è possibile associare la vita spirituale al corpo.

Successivamente lo zen ha contribuito a far scoprire il silenzio interiore, poco sperimentabile nella pratica cristiana liturgica; questo ha dato nuovo interesse alla preghiera profonda, alla lectio divina, alla meditazione.

I monaci d'Europa e di America del Nord hanno moltiplicato i loro sforzi per conoscere e anche condividere la vita del monachesimo buddhista del Giappone e del Tibet. Sono avvenuti dal 1979 al 2005 numerosi scambi di esperienze. Si svolgono in questo modo: un gruppo di monaci (o buddhisti o cristiani) si trasferisce in un altro continente, in un'altra religione, ospiti di un altro monachesimo; accolti in un monastero vengono introdotti brevemente alla vita e alla spiritualità di quella religione, ai suoi costumi e tradizioni, in modo speciale alla vita monastica; successivamente a due a due o in numero maggiore, vengono condotti presso monasteri accoglienti, e si impegnano a condividerne la vita completa; non abitano nella foresteria del monastero come ospiti ma in mezzo alla comunità, pregano insieme, si cibano insieme, lavorano insieme, e anche se la difficoltà della lingua rende difficile la relazione, con i gesti o anche semplicemente con lo sguardo è possibile capirsi e condividere. Dopo circa tre settimane è possibile visitare altre comunità, partecipare a incontri culturali presso università, compiere pellegrinaggi, fino a quando il gruppo viene di nuovo riunito, insieme ai monaci incaricati di seguirli nei vari monasteri, per scambiarsi le diverse impressioni, aiutarsi a vivere in profondità la propria ricerca spirituale personale e comunitaria. Questa possibilità di soggiornare in monasteri di altre religioni, condividendone integralmente la vita, venne salutata come avvenimento storico da papa Giovanni Paolo II, complimentandosi con l'abate primate di allora Victor Dammertz. Sono più di 200 a tutt'oggi i monaci che hanno condiviso questa esperienza; i gruppi sono composti sia da monaci che da monache.

Anche il monachesimo femminile ha fatto esperienze di condivisione tra monache di varie religioni. Ultimamente, per la seconda volta, si sono trovate insieme (dal 27 al 30 maggio 2005) 26 monache, con la presenza di 5 scuole del buddhismo, un ordine indù, cinque ordini monastici cristiani. Tutte le monache non cristiane portavano l'abito proprio del loro ordine, delle cristiane una sola portava l'abito monastico; provenivano da diverse nazioni: Cina, Taiwan, Canada, Corea, Inghilterra, Stati Uniti. Si sono ritrovate al tempio cinese Hsi Lai in California, su iniziativa del MID americano. Hanno dialogato su molti argomenti, trovandosi talvolta in assonanza e talvolta in grave difficoltà di comprensione, pur cercando di rispondere ai vari interrogativi facendo riferimento alle filosofie, teologie, antropologie, psicologie conosciute, diventando consapevoli dell'abisso che ci separa, anche per mancanza di un vocabolario comune e della differenza di concezione del mondo; è risultato però che vi è un minimo denominatore comune che unisce tutte pur in mezzo a grandi differenze: la vita interiore della contemplazione. L'esperienza del poter dialogare è stata però il frutto più importante e fruttuoso dell'incontro.

Le esperienze fatte sono solo alcune, e sapendo che anche il buddhismo si esprime in tante scuole, c'è da augurarsi che sia possibile imparare a conoscere e sperimentare altro. Tra l'altro non si è ancora fatta esperienza del monachesimo indù, e conosciamo molto poco della vita contemplativa dei sufi.

Alcuni elementi esteriori di vita sono compatibili tra i vari monachesimi, come: lettura dei testi sacri, vita regolare disciplinata, ascesi, lunghe preghiere quotidiane, meditazioni silenziose, abito particolare… Ma oltre a questi atteggiamenti e strutture esteriori si possono mettere in evidenza anche delle affinità interiori, come: visione del monaco come l'illuminato a tempo pieno, importanza data alla vita interiore, necessità di motivazioni forti e personali per vivere, impegno per creare nell'uomo un vuoto che permetta a Dio di abitarvi, capacità di meditare e contemplare, ricerca di comporre armonia nell'uomo e nell'umanità.

Naturalmente vi sono anche delle differenze notevoli: più vita comune fraterna presso i cattolici che presso i buddhisti, maggiore inserimento nel sociale da parte cristiana che buddhista, più disponibilità all'ospitalità presso i benedettini che presso gli zen...

Risalta comunque la poca conoscenza reciproca che abbiamo, come anche la tendenza a preconcetti; è evidente, almeno nei partecipanti a questi scambi, il desiderio di far crescere e diffondere la cultura del dialogo, la sincera collaborazione.

Ci si trova uniti, pur in religioni così diverse, nel proposito di tenere vive le radici religiose dell'uomo, la sua tendenza all'interiorità, combattendo insieme contro il processo di secolarizzazione, di laicizzazione. L'incontro di monaci di varie religioni rende evidente la presenza di molte grandi forze spirituali esistenti nel mondo, come pure che è possibile vivere insieme senza sincretismi o irenismi.

Sono esperienze a tempo limitato. È possibile aprire comunità monastiche interreligiose? In Italia ve ne è una chiamata La stella del mattino; si trova a Galgagnano (Lodi) dove risiede il missionario saveriano p. Luciano Mazzocchi, insieme a 2 monaci buddhisti, ed è riconosciuta dal vescovo locale. La comunità offre ospitalità sia a singole persone che a gruppi, sempre più numerosi. Un'altra comunità si trova in Giappone: il tempio Shinmeizan Schweitzer (= montagna della vera vita), originata dalla sensibilità del missionario saveriano p. Franco Sottocornola, molto attento all'urgenza di creare centri di spiritualità e di dialogo in sintonia con le culture locali. Il monastero sorge nel Kyushu, una grande isola meridionale dell'arcipelago giapponese; è stato iniziato nel 1987 in collaborazione con il venerabile Tiryu Furukawa, capo del tempio buddhista Seimeizan Schweitzer; i religiosi che compongono la comunità sono di varie congregazioni di vita consacrata; si fa molta attenzione ai contenuti della preghiera buddhista come alle forme della cultura giapponese; la comunità è accogliente verso tutti coloro che cercano il silenzio, la preghiera, la contemplazione, organizzando pure corsi di formazione alle varie culture e religioni.

In occasione del 25° del DIM (1978–2003) è uscito un numero speciale del Bollettino internazionale che raccoglie testimonianze di molti monaci in cammino nella pastorale del dialogo, e ne risulta la necessità di molti cambiamenti nella nostra mentalità occidentale, come l'esigenza di conversione, l'approfondimento della fede, il rinnovamento della preghiera ... Sono il segno che il mondo monastico è sensibile e cammina verso "l'amore del mondo dell'altro" (Notker Wolf), pur in mezzo alle difficoltà che la conversione esige.

 

 

 

5. Proposte per il futuro

 

 

Terminando potremmo chiederci: qual è il posto del monachesimo nel dialogo interreligioso oggi? E con "monachesimo" è bene che pensiamo non solo a quello cristiano ma ai diversi monachesimi, e forme ascetiche similari, esistenti nelle varie religioni. Proporrei due piste di lavoro che non può essere solo intellettuale, ma anche esperienziale.

 

 

1. Ritrovare e ritornare all'essenza del monachesimo: la ricerca di Dio!

 

Il dialogo con gli altri monachesimi, la conoscenza della loro storia e della loro spiritualità interroga anche i monaci cristiani e li aiuta a mettere in ordine la gerarchia dei valori, a saper distinguere la meta da raggiungere dai mezzi, dalla strada da percorrere, dalle attività possibili da svolgere. Ci si accorge certo che le nostre osservanze occidentali hanno necessità di essere revisionate con il contatto con il mondo orientale, ed è possibile riportarne un arricchimento reciproco, ma specialmente si viene richiamati all'essenziale della vocazione monastica: "se cerca veramente Dio". Solo quello che è essenziale è universale; gli abiti, le abitazioni, le regole possono cambiare; la trasformazione interiore nell'esperienza di Dio rimane invece valida per tutti. Le personalità che hanno avuto contatto esistenziale con il monachesimo buddhista o indù come Bede Griffiths, Thomas Merton, Corneljus Tholens, hanno compreso che la vita interiore, l'esperienza di Dio è quella che ci può unire, e non le formule esteriori. Ci dobbiamo sempre interrogare sui nostri discorsi di fede, sulle nostre pratiche regolari per accorgerci se stiamo vivendo semplicemente un'educazione, non personalizzata, o una vera esperienza spirituale. Più che parole sulla storia e la spiritualità monastica, occorre la testimonianza della vita monastica.

 

"Necessaria è la rivoluzione del pensiero umano, non la rappezzatura delle varie riforme. Senza il radicale cambiamento del cuore e della mente, le riforme drogano l'uomo, non lo trasformano. Le riforme toccano solo una parte dell'umana esistenza: i riti, le consuetudini, le forme associate della vita ... La grande rivoluzione è il cambiamento della mente" (G. Vannucci, Pellegrino dell'Assoluto, Cens, Milano 1985, pp. 73-74).

 

"Il monachesimo interiore è il fondamento indispensabile per ogni espressione della vita monastica. Infatti soltanto un movimento di interiorizzazione potrà soddisfare la sete spirituale dell'uomo credente, nel nuovo secolo" (C. Tholens).

 

Più che a quello che possiamo fare, più che alle strutture culturizzate, è importante rispondere all'interrogativo interiore dell'uomo per dargli la risposta nello Spirito; a coloro che ci avvicinano, più che economia e benessere al monaco tocca dare la parola luce e senso della vita.

 

 

2. Prendere la strada del dialogo come nuova spinta per il futuro

 

Dialogo come richiesta dello Spirito di Dio che apre una nuova pentecoste. Le comunità monastiche sono invitate ad essere la base, l'avanguardia del dialogo tra Oriente ed Occidente, tra tutte le varie religioni. Proposte concrete vengono esposte da p. Pierre de Béthune, segretario generale del DIM-MID, nel suo volume Per mezzo della fede e dell'ospitalità, che già nel titolo esprime sia il legame spirituale che la condivisione di vita nell'ospitalità reciproca.

La nascita del DIM-MID indica un nuovo percorso del monachesimo, apre la strada a una nuova avventura del monachesimo, indica la strada di un viaggio che inizia dalla vita interiore e si rivolge a tutti gli uomini, a tutte le nazioni. La ricerca della Verità fatta insieme, per gettare le basi spirituali del mondo in evoluzione, sfuggendo gli scontri e preparando gli incontri dell'umanità, incominciando dalle religioni orientali, ma aprendosi a tutte le religioni, in modo particolare all'islam.

I campi da coltivare non sono più quelli dell'agricoltura a cui possono pensare gli altri, ma gli ambiti spirituali, religiosi di tutti i continenti; la cultura da tramandare non è più quella greco-romana ma quella delle varie civiltà, dei vari continenti. Occorre coniugare insieme il dialogo interreligioso e quello interculturale; la vita cenobitica non consiste più nel vivere insieme e andare d'accordo nelle proprie piccole comunità, ma aprire il cuore e la mente a tutte le comunità spirituali, alla grande comunità umana per insegnare come saper vivere insieme nelle diversità.

Dove stiamo andando? Thomas Merton scriveva:

 

"Mio Signore e mio Dio,

non ho nessuna idea di dove sto andando.

Non vedo la strada che mi sta davanti.

Non posso sapere con certezza dove andrà a finire ...

Però avrò sempre fiducia in Te,

per quanto mi possa sembrare di essere perduto

e avvolto dall'ombra di morte.

Non avrò paura perché Tu sei sempre con me
E non mi lascerai solo di fronte ai pericoli". 


Cipriano Carini, osb

 

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