"Si deve sempre rispetto alle religioni altrui.
Agendo in questo modo si esalta la propria religione e non si fa offesa alle altre"

Editto XII 
del re indiano Ash
oka 
(III secolo a.C.)

 

L'ashram di Shantivanam: un incontro tra cristianesimo e induismo

 
di Paolo Trianni

(Pontificia università gregoriana - Pontificio ateneo Sant'Anselmo)


 
 
[Conferenza tenuta a Villa Piccolomini, Roma, il 16 luglio 2011]
 
 
 
Vi parlerò di un'esperienza monastica e di dialogo interreligioso che forse non è nota a tutti voi: vi parlerò dell'ashram cristiano di Shantivanam in India.
Questo è forse il luogo dove più magnificamente la spiritualità cristiana si è incontrata con quella indiana, e quindi ha messo in campo una grande forza evolutiva e pacificatoria.
Perché è tanto importante questo ashram? Non solo perché è stato uno dei primi luoghi in cui si sono incrociati cristianesimo e induismo, ma perché ci hanno vissuto tre personaggi eccezionali: Jules Monchanin, Henri Le Saux e Bede Griffiths.
Oggi l'ashram di Shantivanam è un monastero benedettino camaldolese. Il monastero di Camaldoli è nelle montagne del casentino tra Firenze e Arezzo. In un posto bellissimo, in mezzo alla foresta casentinese.
Al di là della sua bellezza, i camaldolesi, nell'ambito della confederazione benedettina, hanno la particolarità di essere un ordine religioso che non ha solo la dimensione comunitaria, ovverosia cenobitica, ma anche quella eremitica, tanto è vero che i monasteri camaldolesi sono composti da piccole casette isolate, dove i monaci vivono tutto il giorno, anche se poi hanno la preghiera e la mensa in comune.
Già questa dimensione eremitica fa capire perché l'ashram di Shantivanam, sebbene sia nato come monastero benedettino vero e proprio, sia oggi un monastero camaldolese. La spiritualità indù, infatti, tende maggiormente verso l'eremitismo.
E come e quando è nato questo ashram/monastero metà cristiano e metà indù?
Stamani vorrei appunto parlare della storia di questo ashram e della vita e della spiritualità dei suoi tre protagonisti principali. E soprattutto vorrei dimostrare che la teologia e l'esperienza mistica di queste tre figure sono la massima sintesi che a tutt'oggi si è riusciti a raggiungere tra cristianesimo e induismo.
 
Il monastero nasce nel 1950, nel sud dell'India, per l'esattezza vicino a Trichy, il villaggio preciso è Tannirpally. E nasce per iniziative di due grandi figure.
La prima figura a cui si deve Shantivanam è, come dicevo, quella di un prete francese, di Lione, Jules Monchanin, che era arrivato in India già nel 1939, e aveva vissuto prevalentemente come eremita ma facendo anche il parroco dei villaggi di quella zona.
Monchanin, sostanzialmente, era un filosofo e un teologo di primo livello. Tutti in Francia lo volevano destinato a una vita accademica da professore, ma lui, in seguito a un voto e contro la volontà del Padre, volle andare a seppellirsi in India. Non uso a caso questo termine, credeva nella necessità, per un missionario, di perdere la propria vita, un po' come nella pagina evangelica del seme che deve morire per portare frutto.. Monchanin ha scritto poco, in fondo, e tuttavia le sue intuizioni filosofiche e teologiche rimangono a distanza di mezzo secolo le più illuminati per quanto riguarda il rapporto tra filosofia indiana e cristianesimo. Sono state delle intuizioni apripista.
Non credo che ci sia un altro filosofo cristiano che si sia occupato di filosofia indiana con la sua stessa profondità e competenza.
 
La seconda figura a cui si deve Shantivanam è Henri Le Saux, monaco benedettino dell'Abbazia di Kergonan in Bretagna, che arrivò in India dieci anni dopo, nel 1948, dopo aver scritto delle lettere a Monchanin ed essersi accordato con lui.
In verità, però, non si può tralasciare il particolare che questa iniziativa si poté realizzare anche perché ebbe il consenso del vescovo Mendonca, che fu un vescovo indiano di grande apertura perché, per esempio, permise a Monchanin e Le Saux di costruire la cappella in stile indiano, di indossare la kavi (l'abito arancione dei samnyasin) e di soggiornare presso degli ashram indù.
Insomma, egli permise loro delle novità non piccole, se pensiamo che era ancora il 1950, e il concilio Vaticano II sarebbe arrivato solo dodici anni dopo. Anzi, almeno indirettamente la fondazione di questo ashram ha contribuito alla stesura di alcuni documenti del concilio. Pensate, per esempio, a un documento come Nostra aetate, che è la dichiarazione sulla chiesa e le religioni non cristiane. Non bisogna dimenticare, a questo riguardo, che Monchanin era amico di alcuni padri conciliari come de Lubac o Daniélou.
 
Per onestà e precisione storica, però, va puntualizzato che il sogno di creare un monachesimo che fosse per metà cristiano e per metà indù, era stato avviato, all'inizio del Novecento, da un brahmano che si era convertito al cristianesimo: Brahmabandhav Upadhyaya, che non a caso sia Le Saux che Monchanin considerarono sempre un precursore e un loro padre spirituale.
Brahamabandhav Upadhyaya merita certamente un approfondimento. Lui amava tanto Shankara quanto Tommaso. In particolare ebbe una grande intuizione che, dal punto di vista del monachesimo benedettino, è però rivoluzionaria se non provocatrice; quella di creare un ordine con due tipi differenti di monaci: quelli stabili, come i benedettini, appunto, e quelli itineranti come i samnyasin (che invece san Benedetto nella Regola critica duramente). Nel suo sogno monastico, riguardo al modo di vivere quotidiano, i monaci avrebbero dovuto essere in tutto e per tutto indiani. Per esempio si era vegetariani e c'erano degli accorgimenti per il rispetto delle caste. In ogni caso, comunque, si stava in ascolto sia della spiritualità cristiana che di quella indù.
Ovviamente per l'epoca, siamo a cavallo tra Ottocento e Novecento, questo progetto monastico era troppo rivoluzionario. Fu osteggiato e Brahmabandhav non riuscì a realizzarlo. Venne anche a Roma per difendersi, ma non ottenne nulla. Morì dimenticato da tutti, però più cristiano che mai. Almeno così scrisse Monchanin.
 
Quindi Le Saux e Monchanin fondarono questo ashram, nella festa di san Benedetto del 1950, sulla scia di Brahmabandav Upadhyaya, cercando di evitare i suoi eccessi e di raccogliere il meglio delle sue idee.
Già il nome di questo monastero/ashram, Saccidananda, riprende il titolo di un suo inno alla Trinità. Perché Brahmabandav Upadhyaya aveva associato il Padre, Figlio e Spirito Santo al Sat-Cit-Ananda (Essere-Coscienza-Beatitudine) delle Upanishad. Tanto è vero che questo monastero si chiama indifferentemente Shantivanam, cioè "Foresta della pace", o Saccidanannda, cioè "Ashram della Trinità".
Esso si trova in un bosco sulle rive della Kaveri, che è considerato un fiume sacro del sud, non quanto il Gange, ma comunque importante.
 
Le Saux e Monchanin, che presero i nomi monastici indiani di svami Abhishiktananda ("colui che trova gioia nell'unto del Signore") e svami Paramarubyananda ("colui che trova gioia nel Supremo senza forma") iniziarono una vita poverissima. Questo va detto perché c'è sempre il rischio di mitizzare eccessivamente. Le condizioni di vita invece erano davvero difficili. Una volta, per esempio, Le Saux trovò uno scorpione in camera sua e trasalì dallo spavento.
Comunque, nel 1951, con un libro, che si può leggere in inglese e in francese dal titolo Gli eremiti del Saccidananda, i due compagni presentarono Shantivanam al mondo. È importante cosa scrisse nell'Introduzione l'abate di Clairvaux: "San Benedetto certamente non rifiuterà il patronato di questo programma monastico".
Tra i due compagni c'è sempre stata una stima enorme. Questo lo si capisce dalle lettere, ma lo dice anche Panikkar che visitò questo monastero già nel 1953. E va detto, al di là dell'originalità del suo genio, che tutta la sua restante vita è stata segnata dall'incontro che ebbe con Monchanin e con Le Saux.
Le Saux, anzi, divenne il suo miglior amico. Con lui fece un pellegrinaggio sulla montagna sacra di Arunachala, e un altro alle sorgenti del Gange. C'è un significativo e bellissimo video-intervista a Panikkar, nel quale, quando lui inizia a parlare dell'amico, si mette a piangere.
 
Le Saux è stato un teologo, ma soprattutto un mistico, un uomo che ha fatto un'esperienza di Dio sradicante. Anche Monchanin, da questo punto di vista, è stato un sant'uomo, ma è maggiormente ricordato come pensatore, come filosofo e teologo.
Per Le Saux che era molto più tradizionalista all'inizio è stato importante avere accanto una figura come Monchanin, che aveva vedute teologiche più ampie e moderne. Monchanin veniva dagli ambienti progressisti di Lione e di Parigi, ed era amico di personaggi come Henri de Lubac, Teilhard de Chardin, Louis Massignon, Sergeij Bulgakov. Anzi aveva il loro rispetto.
Non è un caso, a questo proposito, che Le Saux si sia sempre definito discepolo di padre Monchanin. Tuttavia, fra i due, già due o tre anni dopo la fondazione, iniziarono delle divergenze. Monchanin cominciò a rimproverare Le Saux per le sue aperture verso l'induismo. E Le Saux, al riguardo rispondeva: "Ma come? È da te che ho imparato la relatività dei dogmi, delle scritture, e ora mi rimproveri?".
 
Quando scoprirono a Monchanin un tumore, Le Saux lo accompagnò all'aeroporto, perché l'idea era quella di fare un'operazione a Parigi e poi tornare, e invece si scoprì troppo tardi che era una malattia tropicale trascurata. Morì nell'ottobre del 1957.
Nel suo diario Le Saux, che pure era un grafomane, non scrisse nulla. Tuttavia fece un cerchietto sulla data. Questo, mi sembra, è stato un gesto più eloquente di qualunque parola egli avrebbe potuto scrivere sul compagno. Però mi è stato detto da una persona che ha parlato con il cuoco di Shantivanam, morto l'anno scorso, che Le Saux stava mangiando nel refettorio quando arrivò il telegramma con la notizia della morte Monchanin, e, mettendosi le mani sul volto, si mise a piangere come un bambino.
 
C'è da dire che Le Saux e Monchanin, al di là delle loro incomprensioni teologiche ed esistenziali (anche esistenziali, perché Monchanin in monastero non faceva nulla, pregava e studiava), il problema vero che ebbero era l'assenza di vocazioni indiane. Le Saux, inoltre, incominciò a essere attratto dalla figura di Ramana Maharishi, dalla montagna sacra di Arunachala (dove ebbe esperienze mistiche fortissime), e dal samnyasa (cioè da una forma di monachesimo itinerante). Le Saux quindi, quando era ancora in vita Monchanin, lasciò Shantivanam per dei lunghi periodi. Negli anni successivi, inoltre, ebbe altri incontri significativi, ed ebbe anche un guru indiano: svami Gnananda.
 
All'inizio degli anni settanta divenne lui stesso guru di un seminarista francese che lo raggiunse in India: Marc Chaduc. Questi prese il nome di svami Ajatananda, perché Le Saux gli diede l'iniziazione al samnyasa nel Gange con una diksa ecumenica. Cioè un'iniziazione per metà indù (la fece svami Chidananda, che è stato il successore di Shivananda a Rishikesh) e per metà cristiana.
Poi successe una cosa stranissima. In un certo senso il discepolo ha superato il maestro. Le Saux, infatti, disse di Marc: "È entrato in una sfera del sacro a cui io non ho accesso". Una notte nell'eremo di Pulchiatti, che c'è ancora, anche se adesso è piuttosto una scuola yoga (si trova a sei chilometri da Rishikesh), Marc proruppe in un pianto notturno irrefrenabile. Le persone del luogo pensarono appunto al risveglio della kundalini, che dà di questi effetti.
Marc Chaduc è sparito. Qualcuno pensa che sia ancora vivo in qualche grotta dell'Himalaya, qualcun altro pensa che sia affogato nel Gange, perché aveva un piccolo eremo in una curva dove l'acqua del Gange ha molta forza e potrebbe essere caduto durata la meditazione. Ci sarebbero i suoi diari da pubblicare, e sarebbero un documento spirituale straordinario, ma il fratello non lo consente.
 
Comunque per quanto riguarda Le Saux, capitò che i due, dopo l'iniziazione, vissero un ritiro spirituale in un tempio nella foresta vicino al Gange, quello di Ranagal, digiunando per due giorni e vivendo momenti mistici fortissimi. Successivamente Le Saux andò a Rishikesh per cercare del cibo. Lì, il 14 luglio del 1973, gli venne un infarto che stranamente si è accompagnato a un risveglio spirituale. Le Saux morì il 7 dicembre, e fino a quella data sopravvisse debolissimo, ma in uno stato di estasi. Scrisse: "Gioite con me ho raggiunto il risveglio". Ho conosciuto personalmente un francese che gestisce un lebbrosario da quelle parti, che lo andò a trovare dopo l'infarto. Mi disse che Le Saux non poteva parlare, ma era raggiante.
 
In definitiva, quindi, questi due preti francesi, Le Saux e Monchanin, erano caratterialmente diversi e hanno avuto anche delle divergenze di vedute, ma erano anche molto uniti spiritualmente e umanamente. Panikkar scrisse una volta che i due fondatori di Shantivanam erano uniti dalla santità, e aggiunse anche Bede Griffiths, che fu il loro immediato successore.
Dopo la morte di Monchanin, Le Saux non aveva motivi particolari per restare a Shantivanam, o meglio non aveva più motivo per frenare la sua volontà di fare il samnyasi itinerante, e quindi invitò a trasferirsi a Shantivanam un monaco belga, Francis Mahieu, che aveva fondato un ashram cistercense sulle montagne del Kerala, sempre molto aperto all'India, ma di rito siriaco.
Da quella comunità, però, anziché Francis Mahieu venne un monaco inglese: Bede Griffiths, appunto, e con lui Shantivanam, che in verità era un'esperienza fallita, riprese vigore.
Il monastero si risollevò, perché l'inglese era un uomo molto carismatico. Con lui arrivarono le vocazioni indiane tanto attese dai due fondatori. È stato Griffiths che ha affiliato Shantivanam all'ordine camaldolese, sia per la declinazione eremitica che per ragioni di diritto canonico.
 
Anche Bede Griffiths era un mistico. Ancora molto giovane, mentre passeggiava nel bosco al tramonto, aveva vissuto un'esperienza mistica di immersione nella natura. Da giovane non era né cattolico né cristiano, ma lo diventò in un secondo momento, grazie ai dialoghi che ebbe con un suo professore a Oxford, dove studiava letteratura.
Comunque, per spiegare che tipo era, prima di entrare in monastero, con degli amici, aveva anche cercato di vivere una vita semplice in campagna, imitando gli ideali gandhiani.
Griffiths si fece monaco cristiano, ma è sempre stato attratto dall'India. Diceva che senza l'India la sua fede era incompleta, era mancante della dimensione femminile. e quindi anche lui, nel 1956, partì per l'India. Prima, appunto, a Kurisumala, e poi a Shantivanam. Va detto che se oggi si parla di un monachesimo cristiano-indù lo si deve a lui, perché ha scritto molto proprio sul come si possono coniugare le due dimensioni monastiche.
Quindi la storia di questo ashram è il prodotto di questi tre grandi monaci: Jules Monchanin, Henri Le Saux, Bede Griffiths. Ma come appendice io ci metterei anche Raimon Panikkar, perché anche se defilato, un po' dall'esterno, ha contributo alla divulgazione della sua spiritualità trasversale.
 
Due parole su come si presenta questo ashram.
Esso, sia nella struttura architettonica che nella liturgia, fa uno sforzo di inculturazione. In particolare si fa liturgia cristiana in una maniera tipicamente indiana. Anche sul piano architettonico il monastero è composto da tante casette che poggiano su una base di cemento, ma con il tetto in legno e paglia. Si mangia con le mani seduti sul pavimento poggiando il piatto su una palma. L'abito è quello arancione dei samnyasin.
Per quanto riguarda la liturgia, la mattina si inizia la giornata con dei mantra (ovviamente cristianizzati), poi si leggono i salmi, ma prima e dopo di esse si dice l'OM. Si recita il gayatri mantra, che è il mantra più celebre dell'India. Si fa meditazione. Si fanno letture dai testi indiani. Durante la messa si fa l'arati per la benedizione attraverso il fuoco, ecc.
 
Una teologia e una spiritualità come quella che si è fatta intorno a Shantivanam è dunque importante. Essa non è confusione, non è relativismo, non è sincretismo, ma semplicemente ricerca di una verità che non può essere contraddittoria. Il cristianesimo ha bisogno di fecondarsi con l'India, di arricchirsi attraverso la sua cultura religiosa. Il messaggio di Cristo, dopo il Giordano, dopo Atene, forse non si deve fermare sul Tevere, forse ora è il momento del Gange...
La chiesa si può solo arricchire incontrando l'India, così come si è arricchita incontrando il mondo greco e quello latino.
Diceva Le Saux: "Se il mistero cristiano è vero lo si ritroverà intatto anche all'interno dell'esperienza svuotante del Vedanta". In fondo è stato così. Tra le sue ultime e più enigmatiche frasi c'è un'espressione radicale: "Il Cristo per me sono io". In questa esternazione c'è tutto il cristianesimo, ma c'è anche l'advaita, la non dualità del Vedanta, sebbene negli ultimi anni si sia piuttosto avvicinato al tantrismo.
Pur con le domande aperte, dunque, e il necessario cammino valutativo che deve fare la teologia, Shantivanam rappresenta un'esperienza di dialogo straordinaria, e una grande ricchezza per la chiesa impegnata a inculturarsi nei contesti dell'Oriente.

Paolo Trianni
 

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